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Monday, August 17, 2026

Spopolamento, «Ai giovani dobbiamo restituire il diritto di scegliere di restare»

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Vincenzo Lapunzina, già presidente Associazione Zone Franche Montane Sicilia, interviene sul problema della desertificazione umana e imprenditoriale dei piccoli Comuni

L’articolo pubblicato su ilSole24Ore.com sulle strategie contro lo spopolamento dei piccoli Comuni, a firma di Davide Madeddu - dagli incentivi ai nuovi residenti ai rimborsi Irpef - riporta al centro del dibattito una questione che da troppo tempo affrontiamo intervenendo sugli effetti anziché sulle cause.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Per invertire la desertificazione umana e imprenditoriale dei piccoli Comuni occorre consentire ai giovani di costruire il proprio progetto di vita nel luogo in cui sono nati.

Un territorio vive se vi si può lavorare, fare impresa, costruire una famiglia e progettare il futuro. Muore quando i suoi giovani, per esercitare questi diritti elementari, sono costretti ad andarsene.

Un conto è sostenere chi si trasferisce in un piccolo Comune con bonus o rimborsi fiscali; altro è creare le condizioni perché vi siano stabilmente lavoro, impresa e opportunità. Altrimenti si rischia di tenere le Terre alte attaccate a una macchina rianimatoria alimentata da contributi pubblici, prolungandone l’agonia demografica senza restituire autonomia economica.

Non servono territori assistiti. Servono territori competitivi.

La questione assume un significato ancora più evidente in Sicilia. Una Regione a Statuto speciale dispone degli strumenti istituzionali per immaginare una politica differenziata per le proprie aree montane e interne.

Le Terre alte siciliane potrebbero essere destinatarie di una disciplina istitutiva delle Zone Franche Montane, attraverso una fiscalità specificamente concepita per compensare gli svantaggi strutturali derivanti dalla marginalità geografica, dalla distanza dai mercati e dai servizi e dalla progressiva rarefazione demografica.

Non si partirebbe da zero. Il percorso delle Zone Franche Montane in Sicilia è stato già avviato e per anni ha alimentato aspettative nei territori, nelle amministrazioni e nel sistema produttivo. Un percorso che la politica regionale non ha saputo - o voluto -condurre al risultato atteso.

È qui che occorre cambiare paradigma.

La fiscalità di sviluppo non è assistenzialismo. Non significa distribuire risorse perché qualcuno rimanga dove non esistono prospettive, ma ridurre strutturalmente il costo di fare impresa e creare lavoro laddove gli svantaggi territoriali rendono più difficile investire.

Se insediare un’attività in un’area montana comporta maggiori costi logistici, minore accessibilità e mercati ridotti, non si può pretendere che quel territorio competa fiscalmente alle stesse condizioni di un’area urbana. Occorre compensare quello svantaggio.

Una fiscalità differenziata e stabile potrebbe favorire investimenti nelle aree rurali e montane, nuove imprese, il consolidamento di quelle esistenti e, soprattutto, occupazione.

È il lavoro, non il bonus temporaneo, la più efficace politica contro lo spopolamento.

Un giovane rimane se può immaginare lì i prossimi venti o trent’anni, ovvero, aprire un’impresa, trovare un’occupazione qualificata, acquistare una casa, formare una famiglia e vivere in una comunità economicamente vitale.

La fiscalità di sviluppo offrirebbe inoltre una prospettiva a quanti non sono ancora andati via, una generazione che rischiamo di perdere due volte, perché vive in territori dove le opportunità si restringono e perché le politiche pubbliche sembrano accompagnarne la partenza anziché creare le condizioni per una permanenza libera e produttiva.

Servizi, infrastrutture, sanità, scuola, trasporti e connettività restano indispensabili. Ma senza una base economica capace di produrre reddito e occupazione non bastano.

Prima di chiedersi come convincere qualcuno a trasferirsi in un piccolo Comune, dovremmo chiederci perché chi vi è nato debba essere costretto ad abbandonarlo.

È questa la domanda che manca nel dibattito.

Possiamo moltiplicare bonus e incentivi, ma finché vivere e produrre nelle Terre alte resterà meno conveniente che altrove, i flussi demografici difficilmente cambieranno.

La fiscalità di sviluppo può modificare strutturalmente questa equazione.

Il resto rischia soltanto di rallentare lo spopolamento senza invertirne la traiettoria.

Le Terre alte non chiedono di essere mantenute artificialmente in vita. Chiedono di essere messe nelle condizioni di vivere con le proprie forze.

E ai giovani non dobbiamo promettere un incentivo per restare. Dobbiamo restituire il diritto di scegliere di restare.

*già presidente Associazione Zone Franche Montane Sicilia

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