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Saturday, October 17, 2026

Antibiotico resistenza, l'appello: "Senza interventi si rischia nuova pandemia"

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Nell'arco di una trentina d'anni le vittime dei "super batteri" invulnerabili agli antibiotici, a livello globale, potrebbero essere destinate quasi a decuplicare. Infatti, secondo le stime, dagli oltre 4,7 milioni del 2021, entro il 2050 i morti associati all'antimicrobico resistenza (AMR) potrebbero superare quota 39 milioni. Soprattutto se non verranno attuate iniziative volte al controllare o allo stop di un trend considerato in crescita costante. A segnalare la situazione è Pierangelo Clerici, presidente dell'Amcli, l'Associazione microbiologi clinici italiani. E, dato lo scenario, potrebbe anche esistere lo spettro di una "nuova pandemia". 

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Quello che devi sapere

Un'emergenza silenziosa

Solamente considerando il continente europeo, infatti, si stimano almeno 35mila decessi all'anno, di cui circa 12mila - 1 su 3 - proprio nel nostro Paese. I costi annuali sfiorano gli 11,7 miliardi di euro tra Ue e Spazio economico europeo, e potrebbero arrivare a raggiungere i 412 miliardi di dollari a livello mondiale entro il 2050. Numeri, come detto, da "nuova pandemia", per quella che gli esperti considerano un'emergenza silenziosa che deve necessariamente richiedere misure urgenti e rigorose. 

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Microscopio di laboratorio

Microscopio di laboratorio

I fondi e una visione specifica

Cosa fare, dunque? "Servono innanzitutto fondi certi, in tempi chiari, vincolati alla diffusione sul territorio dei moderni strumenti diagnostici che permettono di sapere rapidamente quali sono i batteri responsabili di un'infezione, a quali antibiotici resistono e a quali rispondono", ha sottolineato Clerici durante il congresso dal titolo "Il futuro della medicina interna: tra complessità, nuove tecnologie, intelligenza artificiale ed umanizzazione". Ma non solo perchè, ha argomentato l'esperto, serve pure "una visione One Health con politiche ambientali volte a frenare il riscaldamento globale e ad abbattere l'inquinamento atmosferico, perché il cambiamento climatico e lo smog aumentano l'antimicrobico resistenza e contrastarli la riduce". 

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La questione dei fondi

L'esperto ha analizzato, con l'Adnkronos, la questione facendo precisi riferimenti alla gestione economica legata all'emergenza. Nella scorsa Finanziaria, tra gli obiettivi del pacchetto di fondi destinati alla voce "prevenzione collettiva e sanità pubblica" - per un totale di 485 milioni di euro nel 2026 - si parlava di "avvio di programmi per l'accesso ai test diagnostici microbiologici rapidi e multiplex" sul territorio. "Ci hanno parlato di 160 milioni di euro - ha riferito Clerici - da girare, previo decreto attuativo, alle Regioni che li avrebbero messi a disposizione di aziende ospedaliere e Asl per l'acquisizione di strumenti di diagnostica rapida microbiologica di cui dotare in particolare le Case di comunità". Soldi che però "risultano non arrivati, o comunque non usati con la specifica finalità indicata relativamente alla diagnostica microbiologica. Non sappiamo se arriveranno né quando, se sono spalmati nel tempo e su quanti anni. Insomma, nessuna certezza". 

La richiesta in previsione della prossima Legge di Bilancio

Proprio data questa situazione, ecco una prima richiesta nell'ottica della prossima legge di Bilancio: "Nella Manovra in discussione deve essere ripreso quel passaggio ma questa volta prevedendo dei fondi vincolati alla diagnostica microbiologica innovativa, esplicitandone l'ammontare e indicando la tempistica dell'effettiva erogazione", ha ribadito il presidente dell'Amcli. Sarebbe importante, tra l'altro, "anche in funzione del nuovo Pncar, il Piano nazionale di contrasto all'antibiotico-resistenza 2027-2031, che in teoria dovrebbe partire l'anno prossimo, ma è ancora in discussione".  

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Un uso consapevole dell'antibiotico

Occorre ancora, ha argomentato Clerici, attrezzare il territorio con i moderni test microbiologici e promuovere "un uso consapevole dell'antibiotico, che oggi in gran parte manca. Lo dico da sempre". Poi l'appello: "Così come prima di prescrivere un farmaco per una qualunque malattia, dal diabete all'artrite reumatoide, si effettuano delle indagini per dimostrare che il paziente ha effettivamente quella patologia, allo stesso modo prima di prima di prescrivere un antibiotico bisognerebbe capire se l'infezione è davvero batterica, qual è il patogeno che la causa, a quali farmaci risponde e a quali è resistente. Oggi, di prassi, tutto questo non accade", ha segnalato l'esperto. 

©Ansa

Risorse da investire sul territorio

Cosa capita, invece? "Succede piuttosto che in caso di sospetta faringite si prescrive l'antibiotico senza nemmeno fare un tampone faringeo. Invece - salvo urgenze, perché è ovvio che se si sospetta una meningite in atto l'antibiotico va dato subito - anche sul territorio sarebbe fondamentale poter procedere a un'indagine microbiologica che permetta di mirare la terapia, evitando trattamenti inutili. Abbiamo a disposizione strumenti Poct (Point-of-Care Testing) che in 45 minuti, un'ora, massimo un'ora e mezza, sulla base di un semplice prelievo microbiologico, ci dicono tutto: di che microrganismo si tratta, quali antibiotici si possono somministrare e quali no. E allora abbiamo bisogno dei soldi da investire sul territorio per queste indagini. Il che non significa darle alle farmacie", tiene a puntualizzare Clerici: "Le si darebbero alla Case di comunità o ai poliambulatori decentrati, e tutto - dall'acquisto alla formazione, dai controlli di qualità alla valutazione dell'esito - sarebbe controllato dall'Asl attraverso il laboratorio di microbiologia ospedaliero". Rendendo centrale questo modello, sono sicuri gli esperti, "sicuramente ridurremmo le antimicrobico resistenze che circolano".

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L'importanza di una visione a lungo termine

Oltre alle risorse economiche servirebbe anche una visione a lungo termine del problema, considerato attentamente attraverso le lenti dell'approccio One Health. "Quello che noi abbiamo combattuto per anni - giustamente, e lo dobbiamo combattere ancora - ossia la trasmissione interumana o animale-uomo dei microrganismi, oggi dobbiamo assolutamente vederlo in un'ottica completamente diversa", ha sottolineato ancora Clerici: "Un'ottica One Health, quindi anche ambientale. Perché ormai la pressione selettiva sulle resistenze viene esercitata dall'ambiente, cosa che fino a poco tempo fa ritenevamo un'ipotesi se non assurda, quantomeno remota". A livello più concreto, "è indispensabile contrastare seriamente il climate change e l'inquinamento": ovvero tutte quelle minacce che si influenzano a vicenda e alimentano allo stesso modo la resistenza dei batteri agli antibiotici. 

©Ansa

Il ruolo del cambiamento climatico

"Come noto - ha poi proseguito nella sua analisi il presidente dell'Amcli - il cambiamento climatico incide innanzitutto sull'aumento delle temperature. Considerando che negli ultimi 10 anni la temperatura globale è cresciuta fino a superare la soglia critica di +1,5°C rispetto al periodo pre-industriale, e che ci sono studi secondo cui ogni aumento di 1°C causa un incremento del 4% circa della resistenza di alcuni batteri, vuol dire che globalmente in un decennio abbiamo aumentato del 6% le resistenze batteriche. Con punte probabilmente più alte in alcune aree del mondo". Di fatto, capita che "il riscaldamento globale comporta desertificazione, ossia riduzione dell'acqua presente sulla superficie terrestre". In questo senso, una ricerca pubblicata di recente su "Nature Microbiology" ha fotografato nei dettagli "l'impatto del fenomeno sull'antimicrobico resistenza: l'acqua diminuisce concentrandosi in piccoli spazi, piccole raccolte in cui i batteri proliferano in un ambiente ricco di antibiotici naturali prodotti dal suolo, crescendo quindi già resistenti" proprio a causa di questa massiccia esposizione. 

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Cos'è l'Antibiotico resistenza (AMR)

L’antibiotico resistenza (AMR) è quel fenomeno che si verifica quando i farmaci utilizzati per contrastare i batteri, ovvero gli antibiotici, smettono di essere efficaci. Alcuni batteri sono resistenti per natura a specifici antibiotici, altri lo diventano grazie a mutazioni del Dna. Sono migliaia le persone che muoiono ogni anno in Europa a causa della resistenza antimicrobica. Di queste circa un terzo solo in Italia. Globalmente, le morti associate alla resistenza agli antibiotici arrivano a riguardare diverse milioni di persone, e si prevede che nel 2050 possano aumentare Le cause dell’antibiotico resistenza sono molte e complesse e, come segnalano gli esperti dell'Istituto Mario Negri, c'è anche l’uso scorretto degli antibiotici. Infatti, spiegano, "l'uso eccessivo e spesso inappropriato degli antibiotici ha dato ai batteri l'opportunità di evolversi e adattarsi, rendendoli più resistenti. Capita cioè che ogni volta che prendiamo un antibiotico quando non serve, o smettiamo di usarlo troppo presto, aiutiamo i batteri a diventare più forti e più difficili da eliminare. È come se dessimo loro la possibilità di imparare a difendersi, rendendo l'antibiotico meno efficace la volta successiva".

Il ruolo degli alimenti

L’antibiotico resistenza passa anche da quello che mangiamo. Alimenti come carne, latte, uova, pollame, pesce e prodotti vegetali possono essere infatti fonti di batteri resistenti agli antibiotici, principalmente nei Paesi nei quali si fa un uso intensivo di questi farmaci, negli allevamenti e in agricoltura. Residui di antibiotici "possono accumularsi nei cibi, mentre batteri resistenti possono contaminare questi prodotti durante la lavorazione", dicono gli esperti. I vegetali, in particolare, rappresentano un rischio soprattutto quando vengono irrigati con acqua contaminata o fertilizzati con letame contenente residui di antibiotici. È il motivo per cui "le colture che richiedono molta irrigazione, come insalate e verdure a foglia, sono particolarmente vulnerabili. A ciò si aggiunge il fatto che paradossalmente vengono consumate crude, il che impedisce l'eliminazione dei patogeni resistenti, che invece potrebbe avvenire con la cottura".

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