Via Paravia: la scuola in zona San Siro che può smentire i proclami di Meloni
A volte la realtà si incarica di smentire i proclami e gli slogan politici troppo faciloni. È il caso della scuola milanese di via Paravia, zona San Siro, la cui composizione multietnica e la cui storia derubricano a mero espediente elettorale l’uscita di Giorgia Meloni sul tetto agli studenti stranieri.
Facciamo un lungo passo indietro fino al 2011, quando tale limite era già in vigore (e già questo depotenzia l’annuncio della Premier). In quell’anno scolastico, la scuola ufficialmente denominata Lombardo Radice rischiò la chiusura della prima classe, con ben 83 stranieri su 96. Nel pieno dell’era-Pisapia e della promessa di una Milano più inclusiva e attenta alle persone, contro quell’ipotesi si scagliò una battaglia prima locale da parte del Pd di zona (e all’epoca chi scrive faceva parte del suo gruppo consiliare) e poi di carattere nazionale. In quel passaggio prese una posizione netta anche Mario Calabresi, giornalista già noto e influente ma che ancora nessuno associava a un possibile impegno diretto in politica.
La vicenda di via Paravia fu emblematica di come la politica a volte viaggi a distanza siderale dalla realtà. Chi conosce il famoso quadrilatero di Piazzale Selinunte sa bene che una scuola multietnica è il riflesso inevitabile di una zona dove gli immigrati sono in assoluta maggioranza e, sebbene sia giusto evitare il fenomeno delle classi-ghetto, bisognerebbe semmai ragionare sul perché vi siano dei quartieri-ghetto, tema che certo non si risolve spedendo i ragazzini in una scuola lontana, chissà dove.
La battaglia politica fu aspra e la scuola continuò per la sua strada, anche grazie al notevole impegno di dirigente e insegnanti per costruire un’inclusione fattuale e non solo formale, dimostrando che non sempre il gap linguistico (problema pur reale) impedisce la realizzazione di percorsi formativi efficaci. Il modello si ispira al metodo Pizzigoni, fondato sul superamento delle lezioni frontali a favore delle esperienze dirette, e si declina nel progetto “L’albero dai mille colori”, che racchiude uno spazio prescolare, corsi di lingua italiana e di convivenza scolastica e coinvolgimento delle madri, in stretto raccordo con la scuola dell’infanzia, così da monitorare le situazioni più meritevoli di intervento. Psicomotricità, musica e arteterapia affiancano i ragazzi nel percorso extrascolastico, insieme a laboratori di confronto interculturale che favoriscono una reale integrazione.
Un piccolo aiuto ho avuto il piacere di darlo anche in prima persona, quando scoprii che il famoso Harbour Club, luogo di ritrovo di calciatori e VIP, era in concessione dal Comune e quindi tenuto a una serie di prestazioni sociali: fu meraviglioso portarvi i ragazzi della Lombardo Radice, accolti con grande affetto dallo staff del centro e dai suoi visitatori.
La strada non è sempre stata facile, ad esempio quando si tornò a battagliare nel consiglio di Municipio, allorché il centrodestra voleva abolire il criterio della presenza di stranieri in classe per l’attribuzione dei contributi, o più recentemente, quando il raggiungimento del 100% di alunni stranieri ha portato il caso-Radice all’attenzione dei media. Però i numeri non bastano a raccontare la complessità delle vite umane. La quasi totalità degli alunni classificati come “stranieri” era ed è nata in Italia e il fatto che il nostro Paese ancora non riconosca la cittadinanza per ius soli è un problema del quale non sono certo i bambini a essere responsabili.
La questione formale non è di secondo piano, perché parlando genericamente di “stranieri” si chiama in causa anche chi proviene da Paesi-UE e che non può in alcun modo essere discriminato rispetto a un bambino italiano. Quindi le destre – oggi come in passato – virano sul problema della conoscenza della lingua, che in effetti può incidere fortemente sulla didattica. Fin qui siamo nel campo dell’ovvio, ma (oltre alle soluzioni già efficacemente messe in campo dalla Lombardo Radice) è davvero assurdo porre la questione ad anno scolastico appena iniziato, nella consapevolezza che anche muovendosi prima sarebbe piuttosto difficile organizzare dei test valutativi e con una domanda irrisolta: che fare dei cittadini riconosciuti come italiani e che non dovessero superarli? Purtroppo il problema esiste, ma la vera questione sta a monte.
Stante una presenza straniera della quale il Paese ha bisogno per evidenti ragioni demografiche, non si può continuare a ragionare pensando di trovare un posto meno scomodo dove smistare gli alunni più difficili da educare. Vale per chi non parla bene l’italiano, ma anche per i ragazzi difficili (come quelli che a due passi da via Paravia vengono accolti e valorizzati da Don Burgio nella onlus Kairos) o quelli con disabilità, che il Generale in pensione Vannacci vorrebbe ammucchiare in classi speciali. La scuola dovrebbe essere un’altra cosa.
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