Il premio Sacharov alla Cpi, schiaffo dell'Eurocamera a Trump
Tra i leader dell'esecutivo comunitario nessuno ha fatto esplicitamente il nome di Donald Trump. Ma con l'assegnazione del premio Sacharov per la libertà di pensiero alla Corte penale internazionale, l'Eurocamera ha scandito un messaggio chiaro: sui diritti non si negozia, nemmeno con gli Stati Uniti. Il lavoro dell'organo con sede a L'Aja deve "svolgersi in maniera indipendente", ha evidenziato la presidente del parlamento europeo Roberta Metsola annunciando la vittoria della Cpi, la cui candidatura al Sacharov era stata proposta dai Socialisti in quanto "simbolo della resistenza contro le guerre dell'amministrazione americana".
Dopo le sanzioni a singoli individui legati alla Corte, infatti, a inizio ottobre Washington ha calato la sua scure direttamente sul tribunale internazionale: un segno di rappresaglia per le indagini dei togati nei confronti di cittadini statunitensi e israeliani e per i mandati d'arresto emessi contro Benyamin Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant, accusati di crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Nel ringraziare per il riconoscimento, la presidente della Cpi Tomoko Akane ha ammesso che il tribunale e "i suoi membri stanno affrontando delle sfide senza precedenti". "L'Europa sostiene con fermezza Akane, i funzionari della Corte, e il loro lavoro fondamentale per un mondo governato dalle leggi", ha risposto la numero uno di palazzo Berlaymont Ursula von der Leyen, con il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa a rafforzare il messaggio: "Il Sacharov alla Cpi invia un messaggio potente al mondo".
Se il sostegno dei vertici Ue è stato unanime, tuttavia, la fotografia restituita dall'emiciclo di Strasburgo poco dopo l'annuncio di Metsola è ben diversa. Applausi e standing ovation in una metà dell'Aula, quella occupata dalle forze progressiste. L'altro lato, quello di Popolari e dei gruppi di destra, in silenzio. In mattinata a contendersi il Sacharov alla capigruppo - incaricata di eleggere il vincitore - c'erano tre finalisti: la Cpi sostenuta dai Socialisti; l'avvocato e difensore dei diritti umani in Tanzania Tundu Lissu supportato da Ppe e Conservatori e Riformisti (casa europea di FdI); e infine le attiviste iraniane Taraneh e Romina Rahimi, nominate dal gruppo dei Patrioti. Dopo un primo round di voti in cui ogni gruppo ha sostenuto il proprio candidato - senza riuscire di fatto a trovare una maggioranza -, Ppe, Ecr e Esn hanno continuato a spingere per Lissu, ma è venuto meno il supporto dei Patrioti. È stata proprio questa defezione a rivelarsi determinante per la vittoria della Cpi, forte di una maggioranza composta da Socialisti, Liberali, Verdi e Sinistra Ue. E se dai Patrioti non arriva nessun commento sulla scelta di voto, nel Ppe e in Ecr è apparso un certo disappunto per la decisione del gruppo guidato da Jordan Bardella di rompere i ranghi della 'maggioranza Venezuela'.
Con una postilla: i Patrioti sono di fatto guidati dal Rassemblement National, di certo il meno trumpiano tra i partiti sovranisti europei. "Con questa vittoria ha trionfato la dignità", ha esultato la leader dei Socialisti Ue Iratxe Garcia Perez. Lo stesso concetto è stato sottolineato anche dalla segretaria dem Elly Schlein, che poi ha rilanciato una richiesta condivisa anche da Marco Cappato, Non c'è Pace senza Giustizia e l'associazione Luca Coscioni: "Serve attivare lo statuto di blocco" nei confronti delle sanzioni Usa alla Corte. Sarebbe proprio questo lo strumento giuridico Ue che potrebbe fare da scudo ai togati dell'Aja, vietando alle imprese europee che forniscono servizi alla Cpi di adeguarsi alle sanzioni statunitensi. Nelle conclusioni del vertice dei leader, tenutosi a Bruxelles la scorsa settimana, i Ventisette hanno confermato la disponibilità dell'Ue "ad adottare tutte le misure necessarie per la protezione della Corte" ma, come la Commissione nelle scorse ore ancora ribadiva, "al momento non abbiamo una data o un momento definiti per" l'ipotetica "attivazione" dello statuto di blocco.
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