Nessuna giustizia per i morti in piazza della Tanzania: un anno dopo, il lutto è chiuso in casa
Oggi in Tanzania si può pregare. Manifestare no. Nelle chiese del Paese i vescovi pregheranno per tutti i ragazzi morti, feriti, rapiti e per le loro famiglie. Fuori dalle chiese, a Dar es Salaam come a Mwanza e ad Arusha, resta in vigore il divieto di comizi e manifestazioni. Nessuna commemorazione è stata autorizzata dagli apparati di sicurezza e la polizia ha messo in guardia politici, religiosi e attivisti dall’organizzare riunioni segrete per mobilitare la popolazione.
La Tanzania ricorda oggi, 29 ottobre, le proteste esplose durante le elezioni generali del 2025 e la repressione che ne seguì. Il bilancio ufficiale provvisorio è di almeno 518 morti, mentre quello reale, stimato dai media, si aggira intorno ai 2.000.
La presidente Samia Suluhu Hassan, l’anno scorso, fu dichiarata vincitrice di una consultazione dalla quale erano stati esclusi i principali candidati dell’opposizione. Non a caso, le manifestazioni spontanee di piazza cominciarono lo stesso giorno del voto e proseguirono nei giorni successivi, tra scontri violenti, arresti e un blocco totale di Internet e dei social network durato diversi giorni.
A segnare questo primo anniversario sono soprattutto la paura della gente e il divieto di manifestare. Già lo scorso giugno il ministro dell’Interno aveva annunciato in Parlamento la sospensione dei comizi e delle manifestazioni politiche in tutto il Paese. Quel divieto è stato formalmente ritirato dalla polizia a fine luglio, ma chi ha provato a mobilitarsi da allora è finito in cella, spesso con l’accusa di terrorismo.
Nel pomeriggio di mercoledì le ambasciate europee hanno diffuso il messaggio di rito: “Si prevede il dispiegamento di un rafforzato dispositivo di sicurezza. In caso di disordini, possono registrarsi, senza preavviso, difficoltà negli spostamenti, nell’accesso a Internet e ai servizi essenziali. Si raccomanda di evitare ogni assembramento e di pianificare con la massima cautela eventuali spostamenti a partire dal 29 ottobre e per i giorni successivi. Si ricorda inoltre che è considerato un reato ‘divulgare immagini o video che possano ledere la dignità altrui’, incluso materiale relativo alle manifestazioni, anche passate”.
Come se fosse una banale routine: da un lato le centinaia di ragazzi ammazzati per le strade e, in parte, probabilmente seppelliti in fosse comuni, secondo una ricostruzione della CNN; dall’altro, i tavoli tuttora imbanditi dei business forum bilaterali di turno. L’ultimo appuntamento in Italia è stato la tappa del road show del Forum Internazionale UE-Tanzania, tenutasi a Cesena lo scorso 1° ottobre.
Mentre si esaltano, cito testualmente, “l’economia della Tanzania in crescita (Pil al 6% nel 2025), la sua posizione strategica per l’Africa orientale, l’enorme potenziale di sviluppo e crescita del settore agricolo, il territorio ricco di risorse naturali”, e si prospettano i soliti finti piani di cooperazione «win-win» (vincente-vincente), ci si scorda che in Tanzania il winner («vincitore») è solo quello che spara per primo sulla folla inerme.
La prima commissione governativa, non indipendente, ha attribuito un ruolo decisivo nelle violenze a gruppi organizzati di manifestanti, senza accertare pubblicamente le responsabilità delle forze di sicurezza. Tanto che, ancora oggi, il rapporto integrale non è stato diffuso.
Amnesty International ha denunciato che, a un anno dalle uccisioni, nessun appartenente alle forze di sicurezza risulta indagato penalmente per l’uso eccessivo della forza. L’organizzazione conferma inoltre gli ormai consueti arresti arbitrari e le sparizioni forzate, accusando le autorità di ricorrere alla legislazione antiterrorismo contro gli esponenti dell’opposizione e chiunque osi criticare Sua Eccellenza la Presidente.
In questi giorni, giusto per far sentire l’immancabile tintinnio di manette, la pressione sull’opposizione ha oltrepassato i confini nazionali. Il 25 ottobre Twaha Salim Mwaipaya, ex coordinatore delle mobilitazioni dell’ala giovanile di CHADEMA, rifugiato in Kenya, è scomparso mentre viaggiava in taxi a Kamulu, alla periferia di Nairobi, rapito da tre uomini armati non identificati.
Il CHADEMA, il partito di opposizione il cui leader Tundu Lissu è in carcere dall’aprile 2025 con l’accusa di tradimento, ha proclamato sette giorni di lutto, da oggi al 4 novembre. Sarà un lutto senza cortei e senza immagini, perché anche diffondere un video delle proteste di un anno fa può essere un reato. Un lutto chiuso in casa, come quello delle famiglie che hanno sepolto i figli senza un certificato di morte. Alla domanda più semplice: “Chi ha dato l’ordine di sparare?”, dopo un anno nessuno ha ancora risposto.
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