Scoperto il “motore” del sonno: due gruppi di neuroni fanno scattare il bisogno di dormire
Per chi passa la notte a fissare il soffitto chiedendosi perché il sonno non arrivi, e per chi invece considera il letto una seconda residenza, la risposta potrebbe essere nascosta nel cervello. I ricercatori dell’Università di Basilea, in collaborazione con il Beth Israel Deaconess Medical Center e l’Università di Auburn, hanno individuato quello che può essere considerato il “motore” del bisogno di dormire: due popolazioni di neuroni che, dopo molte ore di veglia, aumentano la loro attività e spingono l’organismo verso il sonno.
La scoperta arriva da uno studio condotto sui topi e pubblicato sulla rivista Nature. L’obiettivo era capire non semplicemente che cosa accade nel cervello mentre dormiamo, ma come nasce quella sensazione fisiologica sempre più difficile da ignorare quando si accumulano ore senza sonno. I ricercatori hanno seguito l’attività cerebrale degli animali durante i normali cicli di sonno e veglia, durante periodi di privazione del sonno e nella successiva fase di recupero. In questo modo hanno individuato alcune aree la cui attività sembra essere collegata alla quantità di tempo trascorsa da svegli.
Tra queste c’è il tronco encefalico, dove sono state identificate due popolazioni di neuroni: una utilizza la serotonina come neurotrasmettitore, l’altra l’acido gamma-amminobutirrico, o Gaba. Entrambe aumentano la propria attività quanto più a lungo dura la veglia e la riducono dopo l’arrivo del sonno.
Il passaggio decisivo è arrivato quando gli scienziati hanno provato a intervenire direttamente su questi neuroni. Attivandoli artificialmente, i topi hanno dormito più a lungo e più profondamente, mostrando caratteristiche simili a quelle del cosiddetto sonno di recupero, quello che normalmente arriva dopo una prolungata privazione del riposo. Insomma, il cervello sembra avere una sorta di contatore interno: più a lungo si resta svegli, più aumenta la pressione verso il sonno. E quando finalmente si spegne la luce, quel meccanismo entra in azione per recuperare il riposo perduto.
Il risultato più sorprendente è arrivato però nella direzione opposta. Inibendo i due gruppi di neuroni, i ricercatori hanno ridotto il bisogno di dormire e consentito agli animali di mantenere più a lungo uno stato di veglia vigile. Con un’inibizione prolungata, il bisogno di sonno è diminuito addirittura del 70%, senza provocare quei gravi disturbi comportamentali che normalmente accompagnano la privazione del sonno.
Per gli insonni, dunque, nessuna illusione: non è ancora arrivata la pillola capace di cancellare la notte in bianco. E per i dormiglioni professionisti nemmeno una buona notizia: per ora non c’è alcuna ragione scientifica per pensare che si possa continuare a dormire fino a mezzogiorno senza conseguenze. Lo studio è stato condotto sui topi e non significa che lo stesso meccanismo possa essere manipolato nell’uomo.
La scoperta, tuttavia, potrebbe aprire nuove strade nella ricerca sui disturbi del sonno. Comprendere quali circuiti cerebrali regolano la pressione a dormire potrebbe aiutare in futuro a spiegare meglio che cosa succede quando questo equilibrio si altera e come il cervello reagisce alla mancanza di riposo. Per ora resta una certezza piuttosto consolante: quando dopo una giornata interminabile gli occhi iniziano a chiudersi da soli, non è soltanto pigrizia. Nel cervello qualcuno, evidentemente, sta facendo gli straordinari per convincerci ad andare a letto.
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