'Israele rischia la paralisi', scatta il risiko delle coalizioni
I numeri parlano chiaro, la maggioranza decisiva e necessaria per formare velocemente il nuovo governo non è emersa dalle urne e Israele si prepara ad affrontare un periodo di incertezza. Come ha avvertito con una inusuale nota di carattere politico l'agenzia di rating Fitch, "l'economia israeliana potrebbe trovarsi di fronte a una paralisi politica. L'impossibilità di formare presto l'esecutivo renderà difficile la riduzione del debito pubblico, ora intorno al 70% del Pil, rispetto al 60% di prima della guerra". Nel frattempo il Mossad si è unito all'inchiesta dello Shin Bet sulle presunte interferenze del Qatar nelle elezioni israeliane, e fornirà supporto anche sul possibile coinvolgimento di altri Paesi arabi nelle sospette iniziative per aumentare la partecipazione al voto nella società araba.
Benjamin Netanyahu è riuscito a impedire al Blocco del cambiamento di ottenere la maggioranza necessaria per rovesciarlo, ma la sua coalizione è rimasta a 53 seggi, ossia lontana dai 61 necessari per formare un governo. Il Change Bloc di Gadi Eisenkot ha evitato che Netanyahu ottenesse la maggioranza, ma con 48 seggi non è in grado di prendere in mano la situazione.
Alcuni commentatori vicini a Netanyahu hanno sottolineato che il premier uscente potrebbe aprire ad alcuni partiti dell'opposizione, primo fra tutti proprio Yashar di Eisenkot, per formare ''un ampio governo nazionale''. Un'opzione del genere sarebbe anche un segnale all'amministrazione Usa che più volte ha mostrato di non gradire le posizioni poco moderate dei ministri di ultradestra Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich. I cui partiti del resto hanno ottenuto solo 6 seggi ciascuno.
Per l'opposizione si è aperto il dilemma del confronto con i partiti arabi, che hanno guadagnato ben 19 seggi. Di fatto solo il partito islamico Ra'am di Mansour Abbas (che nel 2021 appoggiò il governo Bennett-Lapid) ha dichiarato di voler prendere parte a una coalizione. Mentre la Lista Unita, che riunisce gli altri tre partiti arabi Ta'al, Balad e Hadash (12 seggi), non intende far parte di un governo 'sionista' ed è interessato solo a un appoggio esterno. Il Change Bloc sulla partecipazione dei partiti arabi è stato chiaro: devono prima riconoscere Israele come Stato ebraico e Hamas come organizzazione terroristica. La Lista Unita non sembra intenzionata a farlo, mentre Mansour Abbas ha definito da tempo lo "Stato ebraico come realtà di fatto". Eisenkot potrebbe chiedere di essere il primo in un governo di rotazione, con l'esclusione dei partiti ultraortodossi o dell'estrema destra.
L'ex capo dell'Idf ha dichiarato più volte di volere instaurare un governo sionista, cioè senza il sostegno arabo. Le probabilità di un governo di unità aumentano sotto la forte pressione di una ripresa della guerra congiunta Usa-Israele contro l'Iran.
Poiché la formazione di un governo sembra lontana, il Blocco del Cambiamento sta valutando la strada del controllo dell'agenda della Knesset cercando di cambiare da subito gli equilibri di potere. L'obiettivo è la sostituzione del presidente Amir Ohana (del Likud di Netanyahu) servendosi di una maggioranza parlamentare di cui farebbe parte il tesoretto dei seggi arabi. Un risultato del genere consentirebbe il controllo della composizione delle commissioni e la promozione di iniziative legislative. Come sottolinea il più anti-Bibi dei commentatori politici israeliani, Ben Caspitt, prendere il controllo dell'agenda del Parlamento "è una linea legittima: in passato, Netanyahu ha fatto approvare leggi e promosso iniziative politiche in collaborazione con i deputati arabi della Knesset in decine di occasioni. Quindi, anche la controparte ha il diritto di intraprendere passi analoghi".
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