Red Bull Bridge Bars: van Tonder attraversa 600 barre sospese sotto il ponte Bloukrans
L'atleta Red Bull Thomas van Tonder
ha completato una traversata senza precedenti sotto il Bloukrans
Bridge, in Sudafrica. Il campione del mondo di obstacle course
racing (OCR) ha attraversato 600 barre sospese lungo l'arco del
ponte, a 216 metri d'altezza, percorrendo oltre 280 metri in 47
minuti e 37 secondi: è il Red Bull Bridge Bars.
Il Bloukrans Bridge collega le province sudafricane del Western
Cape e dell'Eastern Cape lungo la strada nazionale N2 ed è
conosciuto per ospitare il più alto sito di bungee jumping del
continente africano, nonché tra i più alti al mondo. La sfida
Red Bull Bridge Bars ha seguito il profilo dell'arco, con una
salita inclinata di 45 gradi, un breve tratto lineare in
prossimità della sommità e una discesa controllata.
La realizzazione del percorso ha richiesto una complessa
soluzione tecnica. Non era infatti consentito praticare fori o
installare bulloni sulla struttura del ponte. Richard Lievaart,
responsabile del rigging e direttore della sicurezza di Vertical
Safety Systems, e il suo team hanno costruito la struttura
predisponendo due punti di ancoraggio indipendenti, senza
ricorrere a fissaggi permanenti.
Van Tonder ha iniziato la traversata alle 10:21, con una
frequenza cardiaca di 150 battiti al minuto. Il percorso si è
aperto con il tratto più ripido: una salita a 45 gradi che lo ha
costretto a rivolgersi nella direzione opposta a quella di
marcia e a tirarsi costantemente verso l'alto, passando da una
barra alla successiva.
Alle 10:34, l'inclinazione continua stava già mettendo a dura
prova le sue mani: sebbene si fosse preparato ad affrontare la
salita come la parte più difficile del percorso, lo sforzo
prolungato sugli stessi gruppi muscolari si è rivelato superiore
a quello sperimentato durante gli allenamenti.
Raggiunta la sommità dell'arco, il percorso si è fatto
pianeggiante, ma la fatica ha introdotto una nuova difficoltà:
per gestire anche mentalmente la distanza ancora da percorrere,
Van Tonder ha suddiviso il tragitto in obiettivi più brevi,
comunicando via radio ciascun traguardo intermedio a Richard
Lievaart.
Durante una pausa a testa in giù per recuperare le energie,
l'atleta ha avvertito un pulsare alla testa e ha capito di dover
tornare in posizione eretta. Per farlo ha dovuto affidarsi alle
mani già affaticate, riuscendo a tirarsi nuovamente in posizione
prima di proseguire.
La discesa ha rappresentato un'ulteriore prova: la gravità
aumentava la velocità tra una barra e l'altra, costringendolo a
controllare lo slancio, mantenere la presa e assicurarsi di
afferrare ogni appiglio. La fatica crescente si è sommata al
deterioramento del nastro protettivo applicato alle dita.
Negli ultimi 20 metri, Van Tonder si è concentrato su ogni
singola barra, affrontando una alla volta le ultime fasi
dell'attraversamento. Ha così raggiunto il lato opposto del
ponte, completando tutte le 600 barre sospese e il percorso di
oltre 280 metri in 47 minuti e 37 secondi.
Ripensando allo sforzo fisico e mentale richiesto dalla salita,
l'atleta ha raccontato: «È stato ancora più impegnativo di
quanto immaginassi. Ci siamo allenati e abbiamo simulato la
sfida il più possibile, ma niente può davvero essere paragonato
allo sforzo continuo che quella salita impone sempre agli stessi
gruppi muscolari». La sezione "pianeggiante" ha invece
complicato il fatto di mantenere il ritmo: «Direi che, per me, è
stata la parte mentalmente più difficile. Ho trovato davvero
difficile riuscire a trovare un ritmo. Le mani non facevano
quello che pensavo sarebbero state in grado di fare: era una
sfida anche solo riuscire a serrarle». Durante la discesa e gli
ultimi metri lo sforzo si è fatto immane: «La fatica era molto
oltre quello che mi aspettavo, specie quando il traguardo è
diventato un obiettivo credibile. Tutto il percorso è stato una
lotta».
Negli ultimi 20 metri, l'atleta ha continuato a ripetersi:
«Reggiti, reggiti, reggiti e ogni singola barra». Il nastro
protettivo sulle dita era ormai lacerato, circostanza sulla
quale ha avuto anche la prontezza di spirito di ironizzare: «Le
mani fanno male, ma almeno adesso riesco di nuovo a chiuderle».
Van Tonder ha riconosciuto che la sfida lo ha costretto a
ridimensionare le proprie aspettative: «Sono arrivato con un po'
troppa sicurezza, forse anche con un pizzico di presunzione. La
salita mi ha subito riportato con i piedi per terra».
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