I cerotti alla dopamina funzionano davvero? Il nuovo trend di TikTok promette di ridare buonumore e concentrazione, ma la verità scientifica è un’altra
È uno degli ultimi trend sulla salute apparso sui social e promette di ridare buonumore e concentrazione. Si tratta dei cosiddetti “dopamine patches” (cerotti alla dopamina) che applicati sulla pelle dovrebbero stimolare il nostro corpo aumentando i livelli di serotonina e dopamina, migliorando l’umore, incentivando la concentrazione, insomma facendoci passare momenti “no” e di blocco. Ma come sempre, non è tutto oro ciò che luccica, anche su TikTok. A mettere in discussione la crescente popolarità dei cosiddetti “cerotti alla dopamina” è intervenuta l’Advertising Standards Authority (ASA) britannica, che ha acceso i riflettori sulla solidità delle promesse scientifiche utilizzate nella loro promozione.
Il punto di partenza è un equivoco: questi cerotti non rilasciano direttamente dopamina nell’organismo. Contengono invece sostanze che, secondo i produttori, dovrebbero favorire i processi coinvolti nella produzione o nella regolazione di neurotrasmettitori come dopamina e serotonina. Tra i prodotti più diffusi sui social c’è il Dopamine Patch di Kind Patches, che combina Mucuna pruriens, 5-HTP, Lion’s Mane e Rhodiola. Gli ingredienti sono associati, con modalità e livelli di evidenza differenti, alla produzione di dopamina e serotonina, alle funzioni cognitive e alla gestione dello stress. Il problema riguarda però il passaggio dalla proprietà dei singoli ingredienti all’efficacia del cerotto. Secondo l’ASA, non è stato dimostrato che queste sostanze, nelle quantità presenti nel prodotto e somministrate attraverso la pelle, vengano assorbite in dosi sufficienti a produrre effetti su umore, concentrazione, motivazione o livelli di dopamina e serotonina.
La documentazione scientifica presentata dall’azienda non colma questo divario: sei dei sette studi clinici citati riguardavano singoli ingredienti assunti per via orale e, in alcuni casi, a dosaggi superiori a quelli contenuti nel cerotto. Altri dati provenivano da studi sugli animali o non erano sufficienti a dimostrare l’efficacia del prodotto finito. È proprio la somministrazione transdermica a rappresentare uno dei punti più delicati della questione. Il fatto che una sostanza abbia mostrato determinati effetti quando ingerita non significa automaticamente che possa produrre gli stessi risultati quando viene applicata sulla pelle. Perché ciò avvenga, infatti, la sostanza deve riuscire a superare la barriera cutanea e raggiungere l’organismo in quantità adeguate. Anche le formulazioni utilizzate nella comunicazione pubblicitaria hanno contribuito ad alimentare i dubbi dell’autorità britannica. Espressioni legate a “brain fog”, energia, motivazione e miglioramento dell’umore possono infatti suggerire al consumatore effetti concreti sulla funzione cerebrale che, nel caso specifico, non risultano adeguatamente documentati.
Il caso solleva così una questione più ampia sul confine tra marketing del benessere e comunicazione scientifica. La presenza di ingredienti studiati dalla ricerca non è, da sola, una garanzia dell’efficacia del prodotto che li contiene, soprattutto quando cambiano dosaggio e modalità di somministrazione. Il quadro che emerge è quindi più prudente rispetto alle promesse diffuse sui social: esistono studi sui singoli ingredienti, ma non prove sufficienti che il cerotto, attraverso la pelle, riesca a produrre gli effetti neurobiologici promessi dalla pubblicità.
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