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Wednesday, October 7, 2026

Nulla da celebrare nella giornata mondiale per il lavoro dignitoso: i tristi primati italiani (e una proposta)

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Nulla da celebrare nella giornata mondiale per il lavoro dignitoso: i tristi primati italiani (e una proposta)

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di Deborah Lucchetti Fair | Campagna Abiti Puliti

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) oggi 7 ottobre celebra la Giornata Mondiale per il Lavoro Dignitoso. Con le parole dell’OIL, il lavoro dignitoso “garantisce un reddito equo, diritti, protezione sociale e sostiene una crescita economica sostenibile”.

Mai come oggi però questa affermazione risulta distante dalla realtà di milioni di lavoratrici e lavoratori nel mondo e in Italia che faticano ad arrivare a fine mese e per cui il lavoro si è trasformato in una condanna. Povertà energetica, abitativa, climatica rinforzano quella economica e fanno esplodere il divario economico tra super-ricchi e poveri: il 10% più ricco delle famiglie detiene il 60,6% della ricchezza netta totale, mentre la metà meno abbiente possiede solo il 7,2% (Bankitalia 2025).

In Italia il lavoro povero riguarda una sempre più vasta platea di lavoratori dipendenti e autonomi che vedono il loro potere d’acquisto sgretolarsi, dopo decenni di stagnazione salariale e sotto i colpi delle continue crisi.

Chi lavora è costretto a cercare casa oltre le periferie delle grandi città, date in pasto ai fondi immobiliari e agli affitti brevi che fanno schizzare i prezzi alle stelle ed espellono chi nei luoghi ci vive o vorrebbe viverci. Secondo l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA), la crisi abitativa è ormai un fenomeno strutturale: “Sempre più persone non riescono a sostenere le spese della propria abitazione e rischiano di ritrovarsi senza tetto”. In Italia, nel 2024, ci sono stati oltre 40 mila sfratti esecutivi e oltre 80mila richieste. Situazioni che minano il diritto alla dignità umana, come dimostrano le imponenti manifestazioni esplose in Spagna per lo sfratto della pensionata invalida Maricarmen e a Roma per lo sgombero di 400 famiglie dallo Spin Time.

Con salari di povertà non è solo difficile trovare casa, pagare l’affitto e le utenze, ma anche fronteggiare le sempre più frequenti ondate di calore, per esempio con sistemi di raffreddamento e cibo fresco di qualità. Se per andare a lavorare si è poi costretti a possedere un’auto, confinati in città dormitorio senza servizi, i conti saltano e bisogna scegliere tra pagare la benzina o il mutuo, correndo ogni mese il rischio di entrare nella folta schiera dei morosi incolpevoli e dell’indebitamento.

La diseguaglianza ha diverse cause ma, nella giornata mondiale del lavoro dignitoso, proviamo a soffermarci laddove essa si crea: nel mercato del lavoro. Secondo l’Istat (2025), se fissiamo la soglia della povertà lavorativa a 8,9 euro orari lordi, in Italia ci sono 1 milione e 255 mila dipendenti con una paga oraria sotto soglia, vale a dire il 10,7% degli impiegati nel settore pubblico e privato. Le categorie più esposte sono, al solito, le donne (12,2% delle lavoratrici sono sotto la soglia), i giovani under 29 (uno su quattro percepisce basse retribuzioni) e i lavoratori non qualificati e con bassi livelli di istruzione inferiori (sotto soglia rispettivamente il 33,3% e il 18%).

Il problema non sono solo i salari troppo bassi, ma anche il lavoro precario, contratti instabili e part-time involontari, molto diffusi nelle fasce più vulnerabili della popolazione, peraltro impiegate nelle parti basse delle catene di appalti dove prosperano sfruttamento lavorativo e caporalato, anche nella moda. Ciò impone l’adozione di un pacchetto di misure adeguate alla complessità del problema. Tuttavia, è urgente partire da quella centrale che agisce nel mercato del lavoro.

Qui si inserisce la proposta di salario dignitoso della Campagna Abiti Puliti (CAP), diritto universale recepito nel diritto internazionale e nella nostra Costituzione (Art.36) che indica la soglia di dignità sotto la quale nessuna è costretta a sopravvivere. Nel 2026 questa soglia vale 12 euro netti l’ora, cioè 2.063 euro netti al mese per un lavoro a tempo pieno e presupponendo continuità occupazionale, quindi 24.756 euro netti all’anno. Che cosa ci dice questo dato?

Innanzitutto, che la soglia di povertà convenzionale non cattura pienamente la dimensione del problema. Se infatti utilizzassimo 12 euro netti come soglia minima, la platea dei lavoratori a rischio di povertà in Italia sarebbe almeno il 60%, secondo una simulazione semplificata della reale distribuzione dei redditi che sottostima il fenomeno (Elaborazione dati CAP su base dati Eurostat e Istat 2025).

Mentre il paese affonda nella povertà, il governo aumenta le spese militari destinando già oggi 45 miliardi alla difesa che diventeranno 145 nel 2035, con un incremento annuale di 10 miliardi. Contemporaneamente prende in giro chi di lavoro vive e troppo spesso muore (oltre 17 mila incidenti mortali in dieci anni, 1.198 solo nel 2025 secondo Inail), con provvedimenti tampone, come i centesimi di sconto a tempo per calmierare il costo della benzina mentre i Big del petrolio continuano a macinare extra-profitti. E intanto affondano i servizi pubblici essenziali come la scuola e la sanità che, ricordiamolo, sono salario sociale indiretto che concorre alla possibilità di una vita dignitosa per milioni di lavoratori e lavoratrici dipendenti.

Garantire un salario dignitoso di base a tutte le lavoratrici e i lavoratori, come propone CAP, è una misura distributiva necessaria che risponde contemporaneamente alla domanda urgente di giustizia sociale e di giustizia climatica. Una misura per redistribuire la ricchezza laddove si crea che va naturalmente integrata da adeguate politiche sociali e fiscali. Nella Giornata Mondiale del Lavoro Dignitoso, e in vista della Politiche del 2027, essa costituisce uno dei pilastri programmatici per chiunque si candidi a guidare il Paese dando risposte concrete alla classe lavoratrice, da troppo tempo priva di una rappresentanza politica efficace.

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