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Saturday, September 12, 2026

Voci arabe sulla guerra in Iran: "dieci piccoli indiani" in un conflitto senza fine

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All’indomani della conquista da parte degli Houthi di Perim, isola strategica per il controllo dello Stretto di Bab Al-Mandab, gli scenari del conflitto in Medio Oriente si complicano. Le milizie sciite in Yemen sono uno dei più saldi alleati dell’Iran, che dall’inizio della guerra con gli Stati Uniti ha già chiuso lo Stretto di Hormuz. Teheran è ora in grado di impedire l’afflusso di energia e merci sia dal Golfo Persico sia dal Mar Rosso, di cui Bab Al-Mandab è l’imboccatura meridionale.

Un nuovo capitolo di un conflitto che si prolunga da ormai sei mesi e mezzo. E che per “Madaar Alsaa”, agenzia di stampa giordana, si caratterizza sempre di più come una “guerra a tempo indeterminato”. Mentre per “Al-Ain” (L’occhio), quotidiano degli Emirati, il tentativo dell’Iran di esportare il conflitto nel mondo arabo non fa che isolarlo ancora di più e, alla lunga, accelerarne la fine. Per spiegarlo il giornale con sede ad Abu Dhabi paragona la traiettoria di Teheran al giallo “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie.

È quanto emerge da “RAI-Al Arab” (“L’opinione degli arabi”), la rassegna stampa del servizio pubblico RAI che analizza quotidiani, agenzie e tv in lingua araba.

La “guerra a tempo indeterminato”

“La guerra tra Stati Uniti e Iran non è più una questione di quando finirà, ma piuttosto di come sarà la vita all’ombra di un conflitto senza fine”. Esordisce così Abdullah Sarour Al-Zoubi su “Madaar Alsaa”.

Come osserva l’esperto di strategia, “un attacco dopo l’altro, fragili tregue crollano e alle risposte calcolate seguono nuove escalation. Dal febbraio 2026, il Medio Oriente è entrato in una fase diversa, caratterizzata da una ‘guerra a tempo indeterminato’: uno scontro senza limiti di tempo chiari, che oscilla tra escalation e de-escalation, senza mai raggiungere una conclusione decisiva. Pertanto, la domanda ‘E ora?’ è diventata più pressante di ‘Quando finirà?’”

I “vantaggi” di Usa e Iran dal conflitto

Come prosegue l’articolo, “il problema non è sapere chi vincerà, ma se una delle due parti desideri davvero una fine decisiva. Le guerre moderne non sempre si concludono con un trattato o una resa. Alcune diventano un mezzo per gestire e logorare gli avversari, in modo che la guerra stessa si trasformi in uno stato stabile e l’assenza di un esito decisivo sia parte della strategia”.

“Pertanto – sottolinea il professore - la questione nelle guerre prolungate è: chi può sostenerne il costo il più a lungo possibile? Questo principio si applica anche al conflitto tra Stati Uniti e Iran”.

Al-Zoubi si interroga: “E se l’obiettivo fosse la ‘sostenibilità’ stessa, non la ‘vittoria’? Washington sta prosciugando un avversario storico senza il costo dell’occupazione, Teheran sta trasformando le sanzioni in una narrazione di sopravvivenza per giustificare le sue crisi interne, mentre Mosca e Pechino traggono profitto dalla preoccupazione e dall’esaurimento degli Stati Uniti in Medio Oriente. In questa equazione, ogni parte guadagna un po’ ogni giorno, ed è proprio questo che alimenta la guerra: nessuno perde abbastanza per fermarla e nessuno vince abbastanza per porvi fine”.

L’isola chiusa metafora dell’Iran

“Mentre curiosavo tra gli scaffali di una libreria, il mio sguardo si è posato su ‘Dieci piccoli indiani’ dell’autrice britannica Agatha Christie (1890-1976), la regina del romanzo poliziesco. Conoscevo bene il romanzo e l’avevo già letto, ma questa volta l’ho affrontato con una prospettiva diversa: quella di un analista politico che a volte riesce a trovare nella letteratura una spiegazione per la politica”. Si apre così l’editoriale di Hamid Al-Mansouri su “Al-Ain”, quotidiano emiratino finanziato una società globale di investimento.

L’articolo rilegge la storia del regime teocratico di Teheran attraverso le vicissitudini di dieci personaggi che arrivano su un’isola e soggiornano nell’unico palazzo al suo interno. Mentre inizia a verificarsi una serie di misteriosi omicidi, i dieci scoprono di essere prigionieri del luogo in cui si trovano.

L’isola inizialmente era solo una meta di viaggio, poi si è trasformata in un mondo chiuso”, commenta l’editorialista emiratino”.

L’evoluzione di Teheran dal ’79 a oggi

“L’Iran non è nato come un sistema chiuso nella mente dei suoi sostenitori – osserva Al-Mansouri -. La Rivoluzione iraniana del 1979 arrivò carica di promesse politiche, morali e religiose, innalzando slogan di indipendenza, giustizia e resistenza alla tirannia”.

“Tuttavia – prosegue l’articolo - con il tempo si è evoluta in un sistema politico estremamente complesso, in cui le istituzioni elettive sono intrecciate con l’autorità religiosa suprema, rendendo più difficile deviare dalle regole del sistema”.

In effetti l’Iran ha elezioni, un presidente e un parlamento, eppure “queste istituzioni operano all’interno di un quadro costituzionale e politico che rende l’autorità della Guida Suprema e delle cariche non elette decisiva nel definire i limiti entro cui agiscono le istituzioni elette”.

Un Paese sempre più isolato

Per l’analista emiratino, “l’isola è geograficamente isolata dal resto del mondo, ma l’isolamento del regime iraniano non è solo geografico: è anche politico e ideologico. Dalla rivoluzione si è sviluppato un rapporto teso tra l’Iran e l’Occidente, gli Stati del Golfo, l’Asia centrale, il Medio Oriente e Israele. Questa tensione è stata esacerbata dal progetto espansionistico regionale dell’Iran, dal suo programma nucleare e dai conflitti legati all’influenza iraniana in diversi Paesi arabi”.

La paura come chiave del sistema

Come sottolinea “Al-Ain”, “nel romanzo il pericolo non risiede solo nell’incapacità dei personaggi di lasciare l’isola, ma anche nella loro sottomissione a regole di cui ignorano la vera origine”. Inoltre, “tutti nel romanzo sanno che c’è un assassino tra loro, ma nessuno sa chi sia”.

“Quando i sistemi chiusi soffrono di una perdita di fiducia, legittimità e capacità di persuadere e soddisfare le richieste del suo popolo, la paura diventa parte integrante del meccanismo di governo e in definitiva il sistema politico collassa”, spiega l’analista.

I segnali dell’inizio del collasso

Al-Mansouri spiega che “il collasso potrebbe non avvenire in un singolo istante, ma inizia quando le perdite si accumulano: l’erosione della legittimità, l’indebolimento dell’economia, le élite divise, il declino dell’influenza regionale, una società che perde fiducia e accresce le sue pretese, una forza di sicurezza e umana che si ritrova di fronte alla questione della lealtà e le nuove generazioni che non vedono più abbastanza nel passato per giustificare il futuro”.

Per l’opinionista emiratino, è il preludio della fine dell’Iran: “Il regime sarà allora incapace di riprodursi o di modificare le sue convinzioni e il suo comportamento, il che porterà alla sua completa caduta”.

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