Diamanda Galás in Italia. Nove cose che non sapete sulla voce più estrema della musica contemporanea
Andiamo alla scoperta di Diamanda Galás. Un nome che al grande pubblico probabilmente dirà poco: i salotti buoni della musica rock non li ha mai frequentati. Ha scelto un territorio dove convivono avanguardia, blues, jazz, poesia, tragedia greca, dolore e morte, tenuti insieme da una voce che definire semplicemente “voce” sembra riduttivo. È una delle figure più radicali e riconoscibili della musica contemporanea, accompagnata da un’iconografia potentissima che qualche volta ha finito per precedere persino la sua musica e nascondere la persona. Ma chi è davvero Diamanda Galás? A dieci anni dall’ultima apparizione italiana, l’artista greco-americana torna per tre concerti: il 23 settembre a Trento, il 26 a Parma, dove aprirà davanti a una sala sold out la ventesima edizione de Il Rumore del Lutto Festival, e il 30 a Senigallia.
Nove curiosità per capire perché, dopo più di quarant’anni, continui a non assomigliare a nessun’altra. Cominciamo!
1. La cattedrale
Il 10 dicembre 1989 ACT UP entra nella cattedrale di San Patrizio, a New York. Galás è lì dentro con gli altri: si stendono nella navata fingendosi morti mentre il cardinale O’Connor celebra. O’Connor si oppone all’educazione sessuale nelle scuole e alla distribuzione dei preservativi mentre l’AIDS ammazza, e loro sono venuti ad accusarlo di complicità. La arrestano. Dieci mesi dopo entra in un’altra cattedrale di New York, St. John the Divine, e ci canta dentro Plague Mass.
2. Il fratello
Philip-Dimitri Galás, drammaturgo, muore a San Diego il 12 agosto 1986. Ha trentadue anni, è il fratello di Diamanda, ed è AIDS: il necrologio che il Los Angeles Times pubblica quattro giorni dopo parla di insufficienza renale e polmonite. Lei in quei mesi sta incidendo la trilogia dedicata alla malattia e la finisce dopo averlo sepolto. Plague Mass viene da lì, e il brano che apre il disco si intitola There Are No More Tickets to the Funeral (Non ci sono più biglietti per il funerale).
3. Poggio a Caiano
Il 17 luglio 1990 sale sul palco nel parco della villa medicea di Poggio a Caiano – in provincia di Prato – a seno nudo, il corpo dipinto di rosso. Masque of the Red Deathè un atto d’accusa contro predicatori americani, governi e Chiesa per l’abbandono dei malati di AIDS. La Dc porta il caso in consiglio comunale, un deputato del Msi minaccia un’interpellanza parlamentare. Diamanda aveva colpito nel segno: trentasei anni dopo, di quel concerto, se ne parla ancora.
4. la voce
Dimenticate l’urlo fine a se stesso. Dietro quello che fa c’è una tecnica mostruosa: registri che cambiano in corsa, multifonia – riesce a produrre fino a tre suoni contemporaneamente – e un lavoro maniacale sul respiro. Poi ci sono i microfoni, spesso più di uno, trattati in maniera diversa attraverso delay, distorsioni e modulazioni. Una donna sola sul palco può così sembrare una folla. Dal vivo ti arriva al cuore quando si fa dolce, alla testa quando diventa sentenza, allo stomaco quando ti assale. Non a caso ha definito la propria voce «un’arma per i miei amici e contro i miei nemici».
5. Defixiones
Sulle tombe dell’antica Grecia e dell’Asia Minore venivano deposte lamine di piombo incise con maledizioni contro chi avesse spostato o profanato i corpi: le defixiones. Galás prende da lì il titolo del lavoro dedicato alle popolazioni armene, assire e greche dell’Anatolia sterminate e perseguitate tra il 1914 e il 1923. Gli armeni lo chiamano Medz Yeghern, il Grande Crimine; gli assiri Sayfo, la Spada. Da quelle terre viene anche la sua famiglia. E in Orders from the Dead torna una frase che dice praticamente tutto: you cannot erase the dead. Non potete cancellare i morti.
6. Casa
Diamanda non fuma, beve pochissimo e passa molto tempo da sola, leggendo, scrivendo e facendo ricerca. Per anni ha rallentato la carriera per assistere i genitori, dedicando circa cinque anni alla madre malata. E ha un senso dell’umorismo che non ti aspetti: quando le chiesero se cantasse per le persone amate rispose che probabilmente l’avrebbero pagata per non farlo. In compenso dice che la invitano a cantare ai funerali, ai matrimoni mai.
7. Le mani
Poi ci sono le mani. Perché a forza di parlare della voce si rischia di dimenticare che è una pianista straordinaria. Suona da quando aveva tre anni e a tredici era già nella band del padre. Nel 2020 pubblica De-formation: Piano Variations: ventuno minuti di pianoforte, senza voce. Raccontarla soltanto attraverso quella significa raccontarla a metà.
8. Le canzoni
Canta cose sue, ma anche Sinatra, Hank Williams, le Supremes. Basta però scorrere altri titoli del suo repertorio per ritrovarla nella sua integrità stilistica: O Death, Gloomy Sunday, See That My Grave Is Kept Cleandi Blind Lemon Jefferson. E poi un country di Johnny Paycheck dal titolo meraviglioso: Pardon Me, I’ve Got Someone to Kill. Scusami, ho qualcuno da uccidere. Nel 1992 pubblica The Singer, blues e gospel dedicati alle persone colpite dall’AIDS. In copertina, sulle nocche, il tatuaggio: We are all HIV+.
9. Il Rumore del Lutto
Ci è voluta una corte serrata durata più di un anno per portarla all’Auditorium Paganini di Parma, sabato 26 settembre. Un sogno che si avvera. Da vent’anni questo festival racconta la morte per quello che è: una parte della vita. Guardarla senza rimuoverla ci rende più consapevoli dei giorni che ci sono stati dati. E Diamanda Galás non è semplicemente un’ospite della rassegna. Diamanda Galás è Il Rumore del Lutto.
Ci si vede sabato. Come sempre, chiudo con una connessione musicale: una playlist dedicata sul mio canale Spotify (link qui sotto). Se vuoi dire la tua, fallo nei commenti o, meglio ancora, sulla mia pagina Facebook pubblica collegata. È lì che il blog vive davvero.
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