Trump varerà una IA-force e suggerisce una nuova definizione: "IS", Intelligenza Suprema

Donald Trump ha scelto il registro della mobilitazione politica per rispondere a una settimana di allarmi sul ritmo di sviluppo dell’intelligenza artificiale. In una sequenza di messaggi su Truth Social, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato la nascita di una «AI Force» governativa, ha preannunciato la nomina di uno «zar» del settore e ha aperto un sondaggio per sostituire, a suo giudizio, un’espressione «imprecisa e poco eloquente». In parallelo ha assicurato che Washington non accetterà tentativi di «ostacolare o soffocare» un’industria che, secondo la sua stima, potrebbe arrivare a rappresentare fino al 25% del Pil americano.
Il passaggio lessicale è parte della strategia, non un dettaglio secondario. «Molte persone pensano che le parole “Intelligenza Artificiale” siano imprecise e poco eloquenti», ha scritto Trump. Una descrizione «molto più elegante e accurata», ha aggiunto, sarebbe Intelligenza Superiore (IS), Intelligenza Estrema (IE) oppure Intelligenza Suprema (IS). Poi la chiamata alle urne digitali: «Questo è un sondaggio e apprezzerei molto se tutti votassero. Qual è il nome migliore per questa “Rivoluzione” in continua espansione?». Il messaggio, firmato «President Donald J. Trump», inquadra la tecnologia non come strumento da regolare con cautela, ma come fenomeno da battezzare e proteggere.
Dietro il gioco dei nomi c’è una linea di governo. Trump ha detto di stare istituendo l’AI Force sul modello della Space Force, creata nel primo mandato e da lui descritta come un successo. Il nuovo organismo dovrà «individuare ciò che è negativo» e, ha precisato, potrà farlo «molto facilmente» con il sistema penale e civile già esistente. La nomina del coordinatore, o zar, arriverà a breve. Il requisito dichiarato è politico e personale insieme: «Si facciano avanti solo persone con un QI elevato». L’impianto è quello di una cabina di regia presidenziale, più che di un’autorità indipendente di vigilanza.
La cornice economica è altrettanto esplicita. Per Trump l’IA «rappresenta la prossima rivoluzione industriale o l’equivalente di Internet, ma sarà ancora più vasta e di maggiore impatto». Il confronto strategico è con Pechino: «Siamo in vantaggio rispetto alla Cina e al resto del mondo, e intendo mantenere questa posizione». In questa lettura, rallentare non è prudenza: è una cessione di primato. Lo stesso schema era già emerso giorni prima, quando il presidente, durante un impegno in Irlanda, aveva attaccato le «forze negative» che chiedono un rallentamento, ribadendo che «chi vince nel campo dell’AI, vince su tutto».
Sui data center la narrazione è analoga. Trump sostiene che la campagna contro l’industria sarebbe partita dagli attacchi alle infrastrutture, poi in gran parte rientrati quando le comunità locali avrebbero compreso i benefici economici delle installazioni. Accusa i «progressisti» e la «sinistra radicale» di volere la «decimazione, o distruzione» del settore, e paragona gli allarmi su un’IA capace di «prendere il controllo del mondo» a una serie di «bufale» già usate, a suo dire, su Russia, Ucraina, riscaldamento globale e impeachment. La conclusione operativa è netta: «Io, in qualità di Presidente degli Stati Uniti, non starò a guardare mentre ciò accade». «Non ostacoleremo né soffocheremo in alcun modo la crescita di questo settore incredibile. Al contrario, lo valorizzeremo, lo sosterremo e lo tuteleremo».
Il contrasto con una parte dell’industria è, a questo punto, strutturale. Nei giorni precedenti Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha indicato «due modi in cui il progresso dell’IA potrebbe andare molto male». Il primo è «perdere il controllo del futuro in favore dell’AI»: uno scenario definito «inaccettabile», perché «siamo senza mezzi termini dalla parte dell’umanità e l’AI deve sempre essere al servizio delle persone». Per evitarlo, ha spiegato, le tecniche di allineamento e sicurezza devono restare avanti rispetto alle capacità dei modelli. Il secondo rischio è «un mondo con un’eccessiva concentrazione del potere»: se un sistema potentissimo finisse nelle mani di una sola persona, di un’unica azienda, di un solo laboratorio o di un singolo Paese, il risultato potrebbe essere «estremamente distopico».
Altman non chiede di spegnere il motore. Parla di pacing: «quando parliamo di ritmo, non intendiamo fermare». Il progresso continuerà, ma «dovrebbe essere più lento di quanto potrebbe altrimenti essere». Nessuna «pressione competitiva americana», ha avvertito, dovrebbe giustificare l’imprudenza o consentire alle capacità dei modelli di avanzare più in fretta del monitoraggio. Da qui la proposta di una «stretta via di mezzo»: safety cases prima dei cicli di addestramento di frontiera, auditor indipendenti, standard condivisi tra laboratori, un quadro federale con requisiti uniformi. «Il mondo merita di avere fiducia» nel fatto che le aziende americane agiscano in modo responsabile. Prima di aspettare nuove leggi o coordinamenti internazionali, ha aggiunto, «dovremmo fare quello che possiamo da soli».
Il monito si innesta su un allarme ancora più aspro arrivato da Dario Amodei, numero uno di Anthropic. L’imprenditore ha descritto la curva delle capacità come una progressione esponenziale — «uno, poi due, poi quattro, poi otto» — e ha avvertito che, senza un cambio di passo, in 6-12 mesi l’IA potrebbe guidare uno «sciame di agenti» in grado di prendere il controllo dell’intero Internet. Ha proposto valutatori interni, coordinamento democratico e raccordi globali, con analogie ai trattati sul controllo degli armamenti. All’interno dello stesso ecosistema sono circolate stime di rischio estremo: Evan Hubinger, di Anthropic, ha indicato una probabilità superiore al 10% che l’IA possa causare l’estinzione umana entro un decennio; Geoffrey Hinton ha ritenuto quella soglia «non irragionevole». Un ricercatore, Jacob Coxon, si è dimesso denunciando una corsa verso la super-intelligenza auto-migliorante.
La polarizzazione è quindi doppia. Da un lato la Casa Bianca interpreta ogni richiesta di rallentamento come un attacco politico alla leadership americana e risponde con un apparato di tutela — AI Force, zar, giustizia ordinaria, difesa dei data center, primato sul Pil e sulla Cina. Dall’altro, una parte dei protagonisti della corsa chiede di guadagnare tempo non per fermare l’innovazione, ma per impedire che la potenza dei modelli superi gli strumenti di governo umano. In mezzo restano questioni ancora senza risposta pubblica: chi controllerà l’AI Force, con quali poteri e quali criteri individuerà «ciò che è negativo», quanto peserà il coordinatore rispetto alle agenzie esistenti, e se un sondaggio sul nome — Superiore, Estrema o Suprema — basterà a ridefinire una tecnologia che, per i suoi stessi artefici, sta già cambiando i rapporti tra velocità, potere e controllo.
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