La morte di Salvatore Calignano dovrebbe indignarci tutti: quanto vale la nostra vita per i datori di lavoro?
Qual è il primo segno di una civiltà? Una ciotola? Una freccia?
Secondo l’antropologa statunitense, in realtà, il primo segno della civiltà non sta in un oggetto, ma nella guarigione di un femore rotto. Mead spiegava che nel regno animale, se ti rompi una zampa, sei destinato a morire. Un animale con la zampa rotta difficilmente riesce a scappare al pericolo; non riesce ad arrivare al corso d’acqua per abbeverarsi; non può più cacciare le prede. Anzi, è probabile che diventi egli stesso preda. Un femore rotto guarito è, al contrario, testimonianza che qualcuno si è preso cura dell’altro, che gli ha curato la ferita, che l’ha portato in salvo.
“Aiutare qualcuno nelle difficoltà è il punto di partenza della civiltà. La civiltà è l’aiuto della comunità”, sosteneva Mead.
Se la civiltà inizia quando si aiuta chi è in difficoltà, finisce quando questo aiuto lo si nega. È quello che è accaduto il 2 ottobre a Caivano. Salvatore Calignano, 61 anni, era sceso di casa con la sua auto per andare a lavorare. Per sistemare la guaina sul tetto di un capannone, così da prepararlo per la successiva installazione di pannelli solari. A casa però Salvatore quella sera non tornerà. Verrà infatti ritrovato sul ciglio di una strada. In fin di vita. Con il bacino e lo sterno rotti. La schiena spezzata. Al 118 dirà che è caduto da una scala. Eppure lì di scale non ce ne sono. “Vogliamo sapere che ci faceva mio marito sotto un albero, dove l’ha trovato il 118, sappiamo che non è precipitato lì, è stato spostato”, ha dichiarato Carmela Amura, la moglie di Salvatore.
Tutto punta nella direzione dell’ennesimo incidente mortale sul posto di lavoro. Salvatore sarebbe precipitato da un’altezza di circa dieci metri. E a quel punto c’è stata la barbarie più assoluta, altro che la cura che dà inizio alla civiltà. Perché qualcuno Salvatore l’ha preso, l’ha spostato e, anziché soccorrerlo portandolo in un ospedale, l’ha abbandonato sulla strada. Gettato via, come si fa come un attrezzo rotto quando non serve più. Come l’imprenditore Lovato aveva fatto a giugno 2024 con Satnam Singh, cui un macchinario aveva tranciato il braccio. Anziché i soccorsi, l’abbandono. Anziché la cura, la barbarie.
Carmela riferisce che Salvatore era un lavoratore in nero. Solo che in realtà risulta assunto il 1° ottobre. Il giorno precedente alla sua morte. Com’è possibile che ci siano così tanti casi di morti sul lavoro in cui la vittima era stata assunta giusto il giorno prima?
Secondo la legge l’assunzione di un dipendente va comunicata entro la mezzanotte del giorno precedente. Tuttavia, se si invia la comunicazione in ritardo, con una data di inizio retroattiva, c’è sì una violazione della norma, ma la “punizione” è un’ammenda tra i 100 e i 500 euro. Una cifra ben più bassa di quella che può essere comminata nel caso venga scoperto un lavoratore in nero: in tal caso si va dai 1.950€ agli 11.700€ solo per il primo mese, con la possibile esclusione dagli appalti pubblici.
Non è il destino cinico e baro a far sì che così tante persone muoiano il giorno dopo l’assunzione. È che, dopo un incidente, “assumere ieri” un lavoratore costa quanto una multa per divieto di sosta. Conviene.
Barbarie umana che si somma alla barbarie normativa. Andrebbe raccontata. Scagliata in prima pagina. Perché non è possibile che la storia di Salvatore non produca un moto collettivo di indignazione. Magari addirittura un punto di rottura delle tolleranze cui siamo abituati.
Eppure non è questo che sta accadendo. La morte di Salvatore Calignano non è evidentemente considerata notizia “meritevole” di essere in prima pagina o nei tg nazionali. Nei talk show non ci si accapiglia sulla necessità di più controlli, sull’opportunità di una norma che introduca il reato di omicidio sul lavoro perché di fronte a 4 morti al giorno sul lavoro qualcuno potrebbe sostenere che è arrivato il pugno duro (ah no, quello solo contro giovani e migranti). Nessuno invoca nulla. Si osserva il silenzio – non saprei dire se imbarazzato, tanto dalle parti del potere politico quanto di quello mediatico.
Un silenzio che è un’offesa agli affetti di Salvatore e a tutti noi. Un silenzio che serve gli interessi di un potere economico che rivendica la sua libertà: quella di non vedersi mettere i bastoni tra le ruote, che esige di “non disturbare chi produce” – Meloni dixit.
Un potere economico che considera la “sicurezza” – il termine più abusato dalla politica nostrana – un costo da abbattere quanto più possibile, per aumentare i profitti anche a costo delle nostre vite.
Quanto vale per loro la nostra vita? Quanto valeva quella di Salvatore? La risposta a questa domanda la conosciamo. E ci fa affondare nell’abisso della disumanità che ci viene costruita intorno ogni giorno.
O la logica del profitto o la logica della vita, l’inizio di una nuova civiltà. È questo il bivio di fronte al quale sempre più ci troviamo.
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