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Sunday, November 8, 2026

Trieste, il sindaco Dipiazza sugli scontri: “Bombe carta nella mia città? Gli sparo in testa”. Il Pd chiede le dimissioni

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Trieste, il sindaco Dipiazza sugli scontri: “Bombe carta nella mia città? Gli sparo in testa”. Il Pd chiede le dimissioni

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“Se lanciano bombe carta nella mia città, allora io gli sparo in testa”. Il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, risponde così agli scontri di venerdì 6 novembre tra manifestanti e polizia, durante i quali sono rimasti feriti tre agenti. Parole pronunciate in un’intervista al Piccolo che scatenano le proteste delle opposizioni, con la richiesta di dimissioni avanzata dalla deputata del Pd Debora Serracchiani. Una posizione che alza i toni dopo gli incidenti, mentre il governatore leghista Massimiliano Fedriga aveva invitato a fermare l’escalation.

“La Costituzione prevede il diritto a manifestare, ma le manifestazioni devono essere pacifiche”, premette Dipiazza. Poi avverte: “Se questi continuano a usare la violenza allora ci comporteremo di conseguenza: non possono pensare di occupare casa mia”. Fino alla frase sugli spari alla testa. “A Trieste c’è un sindaco che istiga a ‘sparare in testa’ e tanto basta per chiedergli di fare un passo indietro”, replica Serracchiani. “È gravissimo che un’istituzione evochi l’esecuzione sommaria contro chiunque, fossero pure gli antagonisti in piazza”. La deputata chiede che Dipiazza ritiri pubblicamente le sue parole, avvertendo che “a ridosso di scontri di piazza le autorità devono essere ferme ma non incoscienti”. Per il triestino Stefano Patuanelli, vicepresidente del Movimento 5 Stelle, sono dichiarazioni “di una gravità inaudita”: “Un rappresentante delle istituzioni non può rispondere alla violenza evocandone altra, addirittura letale”. E invita ad “abbassare i toni”.

Gli scontri risalgono alla serata di venerdì 6 novembre, quando circa 200 persone si sono radunate in piazza Libertà per protestare dopo la morte di due giovani in seguito a un incendio nel Porto Vecchio. Una parte dei manifestanti ha tentato di entrare nell’ex mercato comunale di via Flavio Gioia, da anni al centro delle richieste di associazioni e volontari vicini perché sia utilizzato come dormitorio per le persone senza riparo, a partire dai richiedenti asilo cui è negata l’accoglienza. La polizia è intervenuta e sono seguiti lanci di oggetti e manganellate. Tre agenti sono rimasti feriti, tra loro il vicario della Questura Leonardo Boido, raggiunto da una bomba carta esplosa dopo essere caduta a terra. Una manifestante è stata denunciata per resistenza. La Digos sta ricostruendo le responsabilità individuali attraverso gli accertamenti sugli eventi di venerdì per eventuali, ulteriori denunce.

La protesta era nata dopo la morte di Marilisa Covasso, 21 anni, e di un giovane marocchino di 23 anni, rimasti intrappolati nel Magazzino 18 durante a causa di un incendio innescata da un fuoco che altre persone riparate nell’edificio avevano acceso per riscaldarsi. La tragedia ha riportato al centro dell’attenzione le condizioni di chi dorme negli edifici abbandonati del Porto Vecchio, compresi migranti e richiedenti asilo in attesa di formalizzare la domanda di protezione. L’ex mercato di via Gioia, chiuso dal 2016 e di proprietà comunale, è da anni indicato dalle associazioni come possibile struttura di accoglienza a bassa soglia, cioè con requisiti minimi per l’accesso, già fornita di servizi e allacci. L’ipotesi, valutata nel 2022 anche dall’amministrazione, non ha mai preso piede, mentre Dipiazza ha più volte evocato il rischio di un “effetto calamita”: “Non voglio che Trieste venga trasformata in un hub dove tutti vengono qua a chiedere asilo”.

La violenza contro gli agenti è stata condannata anche dalle opposizioni. Per il presidente del Friuli Venezia Giulia Fedriga “attaccare i servitori dello Stato è semplicemente inconcepibile e non tollerabile in uno Stato democratico”, aveva dichiarato dopo gli scontri. Il governatore ha però chiesto di interrompere le tensioni. Anche il segretario generale del sindacato di polizia Coisp, Domenico Pianese, ha denunciato la gravità degli scontri: “Nel contratto di lavoro di chi indossa una divisa non c’è scritto che si debba fare da bersaglio a bombe carta, mazze, bastoni o sampietrini”. Ma proprio per ridurre le tensioni, dai sindacati di polizia Siulp e Coisp era arrivata un’accusa alla politica locale. Trieste “sta pagando un prezzo altissimo per l’incapacità di gestire un’emergenza ormai cronica”, hanno denunciato, ricordando che in passato si discuteva di un hotspot, mentre poi “si è preferito ripristinare i controlli alla frontiera slovena, senza risolvere le criticità che continuano a interessare la città”. Per i sindacati, realizzare un hotspot o strutture di accoglienza a bassa soglia significa “poter governare un fenomeno anziché subirlo”.

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