Bollette e fotovoltaico, in vigore (tra vantaggi e insidie) il decreto sull’uscita volontaria da Conto energia
Tagliare i costi in bolletta, riducendo la componente oneri di sistema (Asos) legata ai vecchi incentivi per l’energia da fotovoltaico, favorire l’ammodernamento (repowering) degli impianti e liberare fino a 10 gigawatt di spazio sulla rete elettrica per nuovi impianti e data center. Questi dovrebbero essere, almeno sulla carta, gli obiettivi del decreto – appena entrato in vigore – che definisce le regole per l’uscita volontaria e anticipata degli impianti fotovoltaici superiori a 20 chilowatt dal Conto energia, meccanismo statale che ha incentivato la produzione di elettricità da fotovoltaico. Chi decide di abbandonarlo per passare a nuove condizioni, però, dovrà investire obbligatoriamente nel rinnovamento totale dei suoi impianti e rispettare regole stringenti in cambio di un corrispettivo economico riconosciuto dal gestore dei servizi energetici (Gse). Ma il testo pubblicato dal Mase non sembra aver superato alcune criticità. “Nutriamo dubbi che le due opzioni offerte dal decreto bollette ai produttori fotovoltaici, in Conto energia, abbiamo molto successo” spiega a ilfattoquotidiano.it Paolo Rocco Viscontini, presidente di Italia Solare, secondo cui il decreto non fornisce le cifre indispensabili per valutare la convenienza economica della misura. Per l’associazione Gis (Gruppo impianti solari), secondo cui il principio alla base dell’uscita anticipata dal Conto Energia è “sostanzialmente condivisibile” la vera criticità riguarda, invece, la rete elettrica. “Il rischio è quello di avere tempi industriali e tempi infrastrutturali profondamente diversi” dice a ilfattoquotidiano.it il presidente di Gis, Raffaello Giacchetti.
Come funziona la fuoriuscita anticipata dai vecchi incentivi
Il Conto energia è rimasto attivo, con cinque versioni successive, tra il 2005 e il 2013. Il programma paga una tariffa fissa in denaro per ogni kilowattora di energia elettrica prodotta da un impianto fotovoltaico. Oggi, però, i vecchi regimi sono in esaurimento o in fase di completamento rispetto ai 20 anni di validità previsti. Il decreto 262 del 10 agosto 2026 appena entrato in vigore riguarda gli impianti fotovoltaici ammessi ai primi quattro Conti energia. Legati, di conseguenza, a tariffe o premi fissi svincolati dai prezzi di mercato. Entro il 29 ottobre, il Gse dovrà pubblicare le regole operative ufficiali ed entro i successivi dieci giorni, verrà emanato l’avviso pubblico per presentare le manifestazioni di interesse. Queste dovranno arrivare entro i successivi 30 giorni.
L’accesso diretto e le aste
Il testo, applicabile per un contingente massimo di impianti pari a 10 GW complessivi, descrive due strade percorribili. Da una parte l’accesso diretto, riservato a chi aveva già aderito alle opzioni di rimodulazione delle tariffe previste dal decreto bollette (il cosiddetto ‘spalmaincentivi’). Questi proprietari dovranno presentare al Gestore dei servizi energetici una manifestazione di interesse. Chi non ha aderito alle opzioni di rimodulazione, invece, dovrà presentare comunque la manifestazione di interesse per partecipare a una procedura competitiva bandita dal Gse (da svolgere in forma telematica entro il 30 giugno 2027) e con cui verrà gestita la quota residua del contingente. Italia Solare, però, manifesta alcune perplessità. “La prima opzione, ossia l’estensione del periodo di diritto alla tariffa in cambio di una riduzione della tariffa stessa, andava esercitata entro maggio scorso, ma ad oggi non sono ancora note le informazioni di quanti abbiano aderito e per quale potenza” spiega Viscontini. La seconda strada, invece, è regolata da questo decreto ministeriale: “La possibilità di fuoriuscita anticipata dell’incentivo in cambio di un contributo da determinare a seguito di una asta. Purtroppo – fa notare Viscontini – il decreto non fornisce gli elementi finanziari indispensabili per valutare la convenienza economica. E comunque, anche se le condizioni economiche fossero interessanti, coloro che aderiranno dovranno affrontare molte e complicate condizioni”.
Obblighi, requisiti e modalità di accesso
La misura sarà applicabile a decorrere dal 1 gennaio 2028. A partire da quella data ed entro il 31 dicembre 2030, chi esce dal Conto energia dovrà realizzare interventi di rifacimento integrale dell’impianto ed entrare in esercizio. I nuovi pannelli dovranno, inoltre, rispettare specifici criteri che riguardano anche l’incremento di produttività, oltre che di conformità alla normativa vigente. E su questo fronte, un aspetto importante riguarda l’utilizzo di moduli di produzione europea. Per quanto riguarda la produttività per gli immolanti con moduli non a terra (su tetti, coperture, tettoie) e per quelli a terra in area agricola si richiede almeno il 30% del valore atteso di produzione residua, mentre per tutti gli altri impianti (per esempio a terra in aree industriali, commerciali, nelle discariche esaurite) si richiede una producibilità almeno doppia rispetto a quella attesa nel periodo residuo. Che cosa significa? La produzione di energia stimata per gli anni che rimangono alla fine del periodo di incentivazione (sui 20 anni totali) non può scendere sotto queste soglie, pena la decadenza degli incentivi.
Il nodo della rete (che rischia di essere inadeguata)
A questo riguardo, il Gruppo impianti solari pone un problema, pur riconoscendo i potenziali vantaggi. “Si tratta di una misura che può creare le condizioni per accelerare il rinnovamento di una parte importante del parco fotovoltaico italiano” spiega Giacchetti. Il vantaggio è evidente: “Aumentare la produzione di energia rinnovabile valorizzando superfici e infrastrutture già destinate alla produzione fotovoltaica, anziché dover necessariamente occupare nuove aree. Significa inoltre sostituire tecnologie ormai datate con moduli più efficienti e moderni e prolungare la vita produttiva degli impianti”. Ma c’è un problema, perché raddoppiare la potenza di un impianto non significa soltanto sostituire i pannelli: significa potenzialmente raddoppiare anche la potenza da immettere in una rete che, in molte aree del Paese, presenta già condizioni di congestione o capacità disponibile limitata. “Un operatore può programmare ed eseguire il revamping di un impianto in tempi relativamente contenuti, mentre l’adeguamento della connessione, delle cabine, delle stazioni e, più in generale, della rete necessaria ad accogliere la nuova potenza può richiedere tempi decisamente più lunghi” aggiunge Giacchetti. Se questi due percorsi non procedono in maniera coordinata, il rischio è di avere impianti tecnologicamente pronti a produrre molto di più, ma una rete che non è ancora nelle condizioni di assorbire quella produzione. In soldoni, un nuovo collo di bottiglia sul versante delle connessioni a causa del quale la capacità aggiuntiva esisterebbe solo sulla carta. “Per questo riteniamo che all’uscita anticipata dal Conto Energia e al conseguente programma di revamping debba essere affiancata una pianificazione altrettanto chiara della capacità di rete necessaria. Occorre capire preventivamente – spiega Giacchetti – dove gli incrementi di potenza possano essere assorbiti senza particolari problemi, dove siano necessari interventi di adeguamento e, soprattutto, quali siano i tempi realistici per realizzarli”.
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