Midterm: sì, Trump ha perso ma hanno vinto soprattutto gli underdog e la voglia di pace
di Pietro Francesco Maria De Sarlo
Come al solito, ascoltando le analisi del voto, nelle elezioni del Midterm, come direbbe Moretti, “mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza”. Che ci posso fare: siamo nati per soffrire.
Per me sarebbe un errore interpretare il risultato come la vittoria della formula del mettere insieme tutto e il suo contrario per vincere. Basta osservare chi ha vinto. Ci sono progressisti radicali, moderati, candidati con posizioni molto diverse su economia, immigrazione, politica estera e rapporti con Israele. Non hanno vinto perché improvvisamente hanno trovato una sintesi politica comune. Hanno vinto perché una parte decisiva dell’elettorato americano ha voluto punire Trump sia per la sua politica sia per la sua corruzione.
Ma c’è una seconda metà del risultato. Hanno vinto gli underdog, gli sfavoriti, i perdenti secondo la competitiva cultura americana. In Texas James Talarico, giovane ex seminarista, ha sconfitto il repubblicano Ken Paxton. Nell’Iowa ha vinto Josh Turek, due volte campione paralimpico. Nel Maine Troy Jackson, proveniente da una famiglia di taglialegna da cinque generazioni e sostenitore dei lavoratori, ha sconfitto la senatrice repubblicana Susan Collins. Nel Michigan Abdul El-Sayed, esponente della sinistra progressista, ha prima battuto l’apparato democratico nelle primarie e poi conquistato il seggio al Senato. In Alabama Allison Montgomery, transgender, ha sconfitto un deputato repubblicano uscente. Nel New Mexico Deb Haaland è diventata la prima donna nativa americana a governare uno Stato; nel Minnesota Peggy Flanagan la prima a entrare al Senato federale. A New York è stata eletta al Congresso Claire Valdez, nativa americana e socialista e tanti altri.
Che significa? Il liberismo finalmente è morto? Hanno vinto le ragioni del popolo e degli ultimi? Quello che appare è che viene sempre più rifiutata l’idea secondo cui arricchire i ricchi, ridurre lo Stato sociale e lasciare al mercato il compito di distribuire le opportunità produrrebbe automaticamente benessere per tutti.
Infine, la guerra in Iran ha pesato sul risultato elettorale. Secondo i sondaggi, circa sei elettori su dieci giudicano sbagliato l’intervento militare americano. Non è soltanto una questione economica, anche se le guerre si pagano con le tasse, con l’inflazione, con il prezzo dell’energia e con le risorse sottratte alla sanità, alla scuola e agli investimenti.
E qui emerge il paradosso europeo. Mentre gli elettori americani puniscono Trump anche per la guerra, i governi europei continuano a presentare il riarmo come una priorità indiscutibile. La spesa militare dei Paesi dell’Unione è stimata in 454 miliardi di euro nel 2026 il tutto accompagnato da una pesante retorica bellicista. Come può un’Europa che ha costruito la propria identità politica sulla riconciliazione tra popoli che si erano combattuti per secoli rinunciare proprio a quella lezione della propria storia?
I popoli chiedono pace. La responsabilità dei governi non è trovare le ragioni per fare la guerra, ma trovare quelle che rendano possibile la convivenza pacifica tra i popoli. Anche quando questi hanno interessi contrastanti, storie differenti e sistemi politici incompatibili con i propri valori. Chi paga il prezzo delle guerre? Non i vecchi ottuagenari padroni dei palazzi del potere. Non le élite economiche che traggono profitto dalla produzione e dalla vendita di armamenti.
E forse chi, per ragioni anagrafiche, non corre più alcun rischio di essere mandato a combattere dovrebbe avere almeno il pudore di tacere invece di invocare nuove guerre.
A morire sono prevalentemente i giovani, i figli del popolo. Gli underdog che vivono di stenti e incertezze. La politica italiana cosa ha capito da queste elezioni? Non mi è chiaro. Quello che mi pare certo è la pressante necessità di un cambio completo di paradigma e un rinnovamento totale della classe dirigente del Paese, in specie per chi si propone come alternativa all’attuale governo.
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