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Monday, October 5, 2026

Elezioni Brasile, con Flavio Bolsonaro Trump ha un’occasione storica per indebolire i Brics

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Elezioni Brasile, con Flavio Bolsonaro Trump ha un’occasione storica per indebolire i Brics

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Flávio Bolsonaro ha vinto il primo turno elettorale in Brasile, 47% contro 45% di Lula da Silva, su 99% delle schede scrutinate. E le prospettive del 2° turno lo danno favorito con i voti che potrebbero affluire dal Centrão (Centro) che già durante la pandemia 6 anni fa sostenne il padre Jair.

Il Brasile potrebbe così ritrovarsi un presidente già coinvolto in scandali legati a peculato, riciclaggio e appropriazione indebita, che quando era deputato statale, rischiarono di travolgerlo. Allora fu salvato dal Foro Privilegiado, l’immunità parlamentare che sottrae i politici con cariche di Stato alla giustizia ordinaria. Solo il STF (Supremo Tribunale Federale) può sottoporli a giudizio durante il loro mandato. Gli rimase però incollato il legame con quel sistema di “Racadinha”, che in Brasile definisce un dettaglio dell’appropriazione indebita, quando un politico costringe i suoi collaboratori a versargli una parte dello stipendio per conservare il posto.

Tutto ciò mentre il padre presidente dava il peggio di sé con un comportamento irresponsabile, infrangendo le norme di sicurezza durante il lockdown del Covid.

Dal canto suo, Lula è stanco, fiaccato dall’età e dallo stress di un 4° mandato che si allontana, complice anche il sabotaggio statunitense che ha vessato il Brasile con dazi commerciali pesantissimi, contribuendo ad aumentare le disuguaglianze storiche brasiliane, il cui ceto basso si è impoverito ancora, malgrado il welfare dei programmi di sostentamento sociale quali Bolsa Familia e Fome Zero, ridotti comunque per via dei fondi insufficienti con categorie tagliate fuori, come i single disoccupati.

C’è poi da considerare che se Lula perdesse la presidenza – e con essa la tutela istituzionale – potrebbe anche trovarsi a 81 anni a fronteggiare un nuovo processo nell’ambito della vecchia inchiesta Lava Jato (autolavaggio), che travolse anche l’azienda petrolifera di Stato Petrobras. Lula fu condannato in prima istanza e poi in appello, condanna che gli pregiudicò la candidatura alle elezioni del 2018, vinte da Jair Bolsonaro. Sentenza poi sospesa, quando il suo principale accusatore, il giudice Sergio Moro, venne riconosciuto colpevole di parzialità di giudizio dalla Commissione dei Diritti Umani dell’ONU. Il giudice nel 2018 divenne ministro della Giustizia nel governo Bolsonaro, salvo poi dare le dimissioni l’anno dopo, per protesta nei confronti del presidente che aveva interferito nelle inchieste della Polizia Federale. Ieri è stato eletto nuovo governatore del Paraná.

Se l’Argentina, dopo la presa del potere da parte di Javier Milei, ha simboleggiato la caduta della Regina nello scacchiere Maga di Trump, per dimensioni, risorse energetiche e valenza geopolitica, il Brasile rappresenta senz’altro il Re. La sua appartenenza al gruppo dei paesi emergenti Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) fa sì che, se il figlio di Bolsonaro dovesse vincere al secondo turno del 25 ottobre, Trump avrebbe l’occasione storica per riuscire finalmente a smembrare il gruppo e a indebolire i suoi nemici storici, Cina e Russia.

La eventuale sconfitta di Lula, oltre al possibile arresto del giudice Alexandre de Moraes – vicepresidente del STF – che condannò Jair, oltre ad essere una vendetta a cui da tempo mira il Clan Bolsonaro, costituirebbe il lasciapassare per Trump di annettere nel club Maga anche il Brasile. E con la carestia cubana che intanto continua il suo percorso micidiale, rendendo l’isola inservibile dal punto di vista strategico per gli oppositori USA in America Latina, rimarrebbe solo il Messico di Claudia Sheinbaum da sottomettere; scopo per il quale sta già lavorando alacremente l’amministrazione USA con i suoi dazi doganali.

Dopo la vittoria al fotofinish di de la Espriella, la Colombia ha riaperto i canali commerciali e diplomatici con Israele – simboleggiati dalla nuova ambasciata di Gerusalemme – mentre gli Stati Uniti hanno violato la sovranità della Bolivia per rafforzare il governo traballante di Rodrigo Paz, facendo arrestare il procuratore generale Mariaca che indagava sui finanziamenti illeciti della lobby Maga a Paz. Intanto continuano le proteste incessanti delle etnie indio che rappresentano il 50% della popolazione boliviana, in pieno conflitto civile con l’altra metà. Bolivia e Colombia rimangono così sotto il tallone di Washington, allineati al Perù di Fujimori, l’Ecuador di Noboa, El Salvador del carceriere Bukele, oltre a Honduras e Guatemala, già da un decennio ormai ridotti a colonie USA.

Fa eccezione il Nicaragua, ma non è un’eccezione felice: il paese centroamericano è sotto la dittatura di Ortega e la moglie da vent’anni, in totale isolamento regionale e internazionale, Cina a parte, con una popolazione che si dibatte tra miseria estrema e ricorrenti repressioni sanguinose, come i massacri del 2018, che tolsero la vita a quasi 600 manifestanti, uccisi da polizia e truppe paramilitari affiliate al regime, che portarono tra l’altro a sanzioni rovinose da parte americana, aggravando così l’emergenza sociale.

In Venezuela, devastato oltretutto dal terremoto del 24 giugno che ha fatto oltre 6.000 morti, il duo Rubio-Trump ha scelto la via del governo/marionetta, impersonificato dai vice di Maduro (di cui si ignorano le sorti reali dopo il blitz notturno di gennaio) Delcy Rodriguez e Diosdado Cabello, che hanno praticamente consegnato le chiavi del paese ai due gangster della Casa Bianca, con riforme varate per avallare la disponibilità totale delle riserve petrolifere a favore degli Stati Uniti, che oggi progettano investimenti massicci attraverso i quali si assicureranno il controllo energetico regionale.

Una strategia molto più economica e redditizia rispetto a un’invasione militare dai costi enormi per gestirla e mantenerla.

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