L’ironia del governo: paladino della libertà di informazione ma poi imbavaglia i cronisti
Il governo Meloni ha tanti difetti, ma non manca di senso dell’umorismo: nell’ultimo ddl Sicurezza si preoccupa di aggravare le pene per coloro che attentino alla vita dei giornalisti (professionisti naturalmente) o dei loro direttori. Non basta una norma del genere per diventare “paladini” della libertà di informazione, dopo aver fatto di tutto per imbavagliare le voci critiche.
Si legge infatti nella relazione del Servizio Studi del Senato a proposito della norma, contenuta nel ddl A.S. 1990, presentato a firma Meloni, Nordio, Crosetto, Giorgetti, Roccella, in corso di esame presso le Commissioni del Senato, relatore il Fratello d’Italia Marco Lisei:
“Il nuovo numero 11-duodecies che disciplina la nuova circostanza aggravante relativa all’aver commesso determinate tipologie di reati in danno di soggetti esercenti la professione giornalistica ovvero che ricoprono incarichi di direzione di testate giornalistiche. In particolare, la nuova aggravante comune e ad effetto comune (che comporta, quindi, l’aumento del trattamento sanzionatorio fino ad un terzo) stabilisce che la pena è aumentata per i delitti non colposi contro la vita, l’incolumità individuale e la libertà morale, quando il fatto è commesso contro gli iscritti all’albo, negli elenchi o nel registro previsti dalla legge sull’ordinamento della professione di giornalista, ovvero contro i direttori di giornali quotidiani o di altre pubblicazioni periodiche non iscritti all’albo. L’aggravante opera allorquando il fatto sia commesso nell’atto o a causa dell’attività giornalistica o dell’incarico di direzione”.
Dunque per il governo merita una punizione esemplare chi attenti intenzionalmente (“delitti non colposi”) alla vita, alla incolumità… alla libertà morale (!) del giornalista. Ma cosa vuol dire esattamente, visto che una delle caratteristiche necessarie a legittimare qualunque norma penale che si rispetti è la così detta tassatività, che equivale al divieto di esser vaghi ed equivocabili quando lo Stato definisce le condotte a causa delle quali il cittadino possa incorrere nei rigori del processo penale e della successiva punizione.
Chissà se per attentato alla libertà morale del giornalista si potranno considerare le “purghe” chieste ed ordinate in RAI, oppure l’avere sfacciatamente ignorato le prescrizioni europee contenute nel Media Freedom Act, oppure l’aver recepito (con colpevole ritardo) la direttiva europea contro le SLAPP in maniera spudoratamente parziale con riferimento alle sole cause di natura “transfrontaliera”, oppure di avere chiaramente adoperato il proprio peso istituzionale per scatenare la caccia alle fonti di giornalisti scomodi, oppure di avere pubblicamente chiesto e di fatto ottenuto la clamorosa punizione di un giornalista come Sigfrido Ranucci (i 10 giorni di sospensione rappresenta una condizione utile al successivo licenziamento a differenza di sospensioni più brevi), dopo aver lavorato nell’ombra per destabilizzare la redazione di Report anche attraverso la ulteriore precarizzazione dei rapporti contrattuali, oppure avere paralizzato i lavori della Commissione di Vigilanza RAI pur di imporre al Parlamento la nomina di un presidente gradito alla maggioranza, dopo avere occupato quasi tutte le altre caselle, oppure di fare talmente poco contro la concentrazione editoriale ed il conseguente conflitto tra interesse pubblico ed privato, da annoverare tra i “campioni della propria scuderia” il parlamentare leghista Antonio Angelucci (che quasi si comprava pure l’AGI, la storica agenzia di stampa dell’ENI)… E via elencando.
Ci sarebbe da sorridere se l’argomento non fosse drammaticamente serio ed esiziale per la democrazia, come dimostrano i ventotto giornalisti italiani scortati in ragione delle minacce di morte che ricevono per il loro lavoro, per la quantità di giornalisti assassinati in Europa negli ultimi anni (tra poco l’anniversario dell’assassinio di Daphne Caruana Galizia, la scorsa settimana quello di Anna Politkovskaja), l’arroganza manifestata da Trump verso la stampa americana o quella tanto più preoccupante di Netanyahu contro gli autori di Naza.
Ma potranno dormire tutti sonni tranquilli al governo, ammesso che la norma venga approvata: la legge penale, si sa, non ha valore retroattivo!
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