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Friday, October 9, 2026

Oltre il riarmo e le disuguaglianze: così si può ripartire dalla politica dal basso

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Oltre il riarmo e le disuguaglianze: così si può ripartire dalla politica dal basso

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La sconfitta di Lula in Brasile al primo turno, la crisi politica spagnola, i venti di guerra e una comunicazione pubblica sempre più orientata a costruire un clima favorevole al riarmo ci dicono che la fase di caos mondiale sta subendo un’accelerazione. Le manifestazioni in Francia e Spagna e i primi segnali provenienti dalle università italiane riportano al centro questioni vitali: casa, scuola, sanità, lavoro, pace, rifiuto della progressiva militarizzazione delle nostre società.

Le divisioni maturate negli anni della pandemia, approfondite dalla polarizzazione permanente del dibattito pubblico, devono essere ricomposte. Le guerre intestine nel campo del dissenso democratico hanno indebolito proprio quel fronte antiliberista, antiautoritario e pacifista che oggi sarebbe necessario per restituire speranza ai lavoratori, ai ceti popolari e a un ceto medio impoverito.

Un’alternativa dovrebbe avere pochi punti chiari: rifiuto della corsa al riarmo e ritorno alla diplomazia; rilancio della sanità, della scuola e dei servizi pubblici; intervento dello Stato per orientare l’economia verso il benessere collettivo; riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; diritto alla casa; contrasto alle diseguaglianze; transizione ecologica socialmente giusta; governo democratico dell’intelligenza artificiale e delle infrastrutture digitali; difesa del dissenso e di una vera democrazia cognitiva.

Ma un elenco di cose che “il governo dovrebbe fare” non basta. È forse questo uno dei limiti della cultura politica progressista: immaginare la trasformazione quasi esclusivamente dall’alto, aspettando un governo o una maggioranza che realizzi il programma giusto.

La politica può invece ricominciare anche da ciò che già accade nella società: comitati che difendono un ospedale o una scuola, cooperative di comunità, associazioni di inquilini, comunità energetiche, doposcuola popolari, esperienze mutualistiche, lavoratori che si organizzano contro la precarietà, donne che costruiscono luoghi nei quali esperienza, parola e relazione diventano sapere politico. Senza una società capace di auto-organizzarsi, la democrazia rischia di ridursi alla scelta periodica di chi dovrà governarci.

Le tendenze rovinose del presente – guerra, diseguaglianze, autoritarismo, impoverimento dei servizi pubblici, degrado dell’informazione – a nostro parere non si arrestano strizzando l’occhio alle logiche di mercato, ma neppure aspettando l’ennesimo soggetto salvifico. E così ci affidiamo a grandi pensatrici come Simone Weil, che ci ricorda l’importanza del radicamento, inteso come possibilità di restituire alle persone la possibilità di sentirsi parte di una comunità.

Una politica nuova dovrebbe allora tornare nei luoghi di lavoro, nelle periferie, nelle scuole e negli ospedali, prima di pretendere di rappresentarli. Mentre Hannah Arendt ci ricorda che la libertà politica nasce soprattutto quando le persone possono prendere parola e agire insieme. Abbiamo quindi bisogno di luoghi reali della partecipazione. E il femminismo ci obbliga a fare un passo ulteriore. Il “partire da sé” di Luisa Muraro significa anche questo: non possiamo denunciare rapporti di dominio fuori di noi e riprodurli nei luoghi in cui facciamo politica.

Dopo il fallimento delle grandi promesse rivoluzionarie del Novecento, la trasformazione potrebbe ricominciare proprio da qui: non dalla pretesa di costruire un “uomo nuovo”, ma dal riconoscimento di tradizioni di pensiero e pratiche che già esistono e che possono orientarci.

La domanda politica, allora, non è soltanto “che cosa dobbiamo chiedere a chi governa?”, ma anche “che cosa possiamo cominciare a costruire noi, qui e ora?”.

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