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Wednesday, September 30, 2026

Garlasco, dalla traccia 33 al Dna sui pedali: il Racis non esclude il sangue sull’intonaco, i genetisti dei pm confermano il profilo di Chiara come “valido e attendibile”

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La riproduzione sperimentale della traccia palmare 33 – al centro di un confronto acceso tra consulenti e avvocati – “non consente di escludere” che sull’intonaco delle scale della cantina ci fosse “originariamente sangue umano”. È la conclusione dei carabinieri del Racis, contenuta in una consulenza di 65 pagine depositata agli atti della nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi per cui è indagato Andrea Sempio.

L’impronta 33

L’intonaco originale, però, non esiste più: nel 2007 la traccia era stata trattata con ninidrina (che restituisce un colore rosso-viola come se fosse sangue) e poi “grattata” dalla parete. L’impronta 33 – che fu dichiarata inutilizzata già nelle del 2007 e che si trova accanto ad altre impronte, per esempio di carabinieri e Marco Poggi – però non è entrata nell’imponente incidente probatorio che si è svolto nei mesi scorsi perché la Procura di Pavia non lo chiese, nonostante la richiesta dei legali della famiglia della vittima. Quindi su quella traccia – che era stata fotografata sulla parete delle scale che portavano alla taverna di casa Poggi – ci sono solo i pareri dei consulenti di parte e non la conclusione di un perito terzo come avvenuto su tutti gli altri reperti che hanno escluso tracce genetiche di Andre Sempio. Ed è l’importanza di chiarire questo aspetto che portò probabilmente Luciano Garofano, ex Ris e poi consulente della difesa Sempio, a lasciare l’incarico per cui in una intercettazione ora agli atti si sente dire dai Sempio che ha “paura”.

È di nuovo uno dei punti sui quali si concentra oggi il confronto tra accusa e difesa di Andrea Sempio, destinatario dell’avviso di conclusione delle indagini. Quella traccia sul muro delle scale, in fondo alle quali fu trovato il corpo di Chiara, era stata attribuita nelle indagini dei pm di Pavia a Sempio. Ora gli esperti hanno cercato di stabilire, attraverso una riproduzione in laboratorio, se le condizioni originarie fossero compatibili con la presenza di sangue. Gli esperimenti hanno accertato una “presenza di sangue nei campioni analizzati”, riproduzione scientifica non analisi sul campione che non esiste: quindi una conclusione probabilistica. E infatti la conclusione, tuttavia, è formulata in termini di possibilità: le analisi “non consentono di escludere la presenza originaria di sangue umano sull’intonaco”. Non si tratta quindi dell’analisi del reperto originale, ormai perduto, ma di una verifica sperimentale sulle condizioni che avrebbero potuto produrre quella traccia.

L’altro elemento tornato al centro dell’inchiesta è il Dna di Chiara Poggi individuato sui pedali della bicicletta Umberto Dei riconducibile alla famiglia Stasi. Come “accertato processualmente” nei processi – anche in quello che portò all’assoluzione di Alberto Stasi per decisione del giudice per l’udienza preliminare di Vigevano – su almeno uno dei pedali c’era il profilo genetico della vittima. Una dato che viene anche confermato nella consulenza dei genetisti della procura di Pavia, Carlo Previderè e Pierangela Grignani che porta la data del 19 settembre 2026 scrivono a pagina 19: “Nessun consulente o perito ha mai la qualità e l’attribuzione del profilo della vittima”. Ma non solo i due scienziati scrivono che “per le caratteristiche qualitative e per la riproducibilità di tali profili, quindi, il dato di attribuzione genetica ottenuto dall’estratto bu_p del 19 settembre ore 18:37:21 è da considerarsi valido e attendibile per la scienza dell’epoca. anche per la presenza di un ladder allelico corso contestualmente ai campioni e per la presenza di un campione di controllo negativo, correttamente privo di significativi picchi elettroforetici, ad escludere contaminazione nei reagenti utilizzati nel ciclo di analisi”. Quello che non riescono a spiegarsi è perché in presenza di campione “valido e attendibile” si era proceduto ulteriormente ottenendo i due esiti negativi al centro della polemica della difesa Stasi, che come verificato dal FattoQuotdiano.it era stata informata il 24 settembre di quei risultati.

“Non conoscendo i motivi che hanno indotto il consulente della procura non valutare come problematica l’assenza di risultato della corsa del 20 settembre, si può solo ipotizzare che questi possa essersi convinto del chiaro risultato del giorno precedente e considerato ininfluente il risultato negativo del test del giorno successivo, in contraddizione tuttavia con l’indicazione in precedenza espressa di “voler ulteriormente approfondire” tale risultato riflettono Previderè e Grignani.

Su quel risultato è stato sentito dai pm di Pavia Giorgio Portera, ex componente del Ris e genetista. Portera ha chiarito di non essersi occupato direttamente delle analisi sui pedali all’epoca, ma di avere appreso del risultato da un collega. “In merito al Dna sui pedali ricordo che Marino mi aveva detto di aver trovato il Dna della Poggi, che il quantitativo era consistente e che aveva dato esito negativo ai test specifici relativi alla presenza di sangue. Non ho memoria del fatto se il risultato sia stato messo in dubbio oppure no, ma credo di no, altrimenti se ne sarebbe parlato di più”. Portera ha spiegato anche di avere probabilmente analizzato quei campioni incidentalmente, mentre lavorava su altri procedimenti: “È probabile che io stessi analizzando delle tracce relative a miei procedimenti e che, avendo dello spazio disponibile nella macchina – ha detto – avessi caricato anche questi campioni relativi all’omicidio di Chiara Poggi“.

E ancora: “Io avevo saputo solamente che era stato rinvenuto il Dna della Poggi sui pedali e sapevo che era di un buon quantitativo. Io ai tempi avevo 29 anni, ero ancora un sottotenente, ero l’ultimo arrivato”. Il genetista ha precisato di non sapere se sullo stesso campione fossero state eseguite successivamente contro-analisi.

Le biciclette

La bicicletta, del resto, rappresenta uno degli elementi più importanti della prima inchiesta. Quella della famiglia Stasi era stata soltanto osservata dagli investigatori e non sequestrata nell’immediatezza.

Venne acquisita nel 2014, sette anni dopo il delitto, durante il processo d’appello bis, e si ipotizzò lo scambi dei pedali. Già due giorni dopo giorno dopo il delitto di Chiara Poggi era noto che una testimone aveva visto la bicicletta nera. La Provincia Pavese pubblicò la notizia il 15 agosto con il titolo: “Ho visto una bici nera davanti alla casa”. Questa la prima parte del racconto raccolto dai cronisti: “C’era una bici da donna nera senza cestino, non nuova ma ben tenuta, appoggiata alla recinzione dei Poggi. Mia figlia vive vicino ai Poggi. Era in vacanza da una settimana, venivo io a bagnare i fiori. Alle 9.10 noto la bicicletta, mai vista prima. Alle 10.20 non c’era più”. Quindi che qualcuno avesse visto la bici era noto praticamente già 72 ore dopo l’omicidio. Fu sui pedali di una bicicletta bordeaux che venne successivamente individuato materiale genetico attribuito alla vittima. E da qui che anni dopo il sequestro della bicicletta nera si ipotizzò che i pedali fossero stati scambiati, ma che l’errore degli investigatori di sequestrare la bicicletta di un altro colore e che non corrispondeva alla descrizione della testimone aveva portato comunque a quella traccia.

La posizione di Sempio

La difesa di Sempio contesta che le nuove risultanze possano dimostrare la responsabilità del proprio assistito, ma al limite risultare prove a discarico per Stasi. In un’intervista a La Repubblica, l’avvocato Liborio Cataliotti ha affermato: “Il mio assistito è innocente”, sostenendo che “l’unica nuova prova, quella sul Dna, è a nostro discarico”. Infatti dall’incidente probatorio è emerso che sui resti della colazione – recuperati durante le nuove indagini – e considerati la “colazione con l’assassino” fino a qualche settimana prima dei risultati. Ma sui resti della colazione sono stati trovati solo i profili genetici di Chiara Poggi e Alberto Stasi.

Il legale ha raccontato anche il momento della notifica della chiusura delle indagini: “Era teso e aveva la casa assediata dai giornalisti. Alla fine la notifica è arrivata un’ora dopo che lo avevo riaccompagnato”. La difesa contesta inoltre le ricostruzioni della dinamica ottenute attraverso la Bpa, l’analisi della forma e della distribuzione delle tracce di sangue.

Lo scontro sulla Bpa

La procura, secondo quanto riferito dal difensore, ha definito le ricostruzioni proposte dalla difesa come “ipotesi ricostruttive non suscettibili di conferma diretta”. Cataliotti replica contestando proprio il carattere scientifico delle ricostruzioni dell’accusa: “Ci sembra – prosegue Cataliotti – parli delle proprie di ipotesi, pensavamo si riferissero alle ricostruzioni del Ris di Cagliari. È la loro Bpa che è congetturale, poco scientifica e disancorata da qualsiasi risultanza, non quella di Palmegiani: l’assassino è andato in bagno e si è specchiato? Risulta si sia lavato nel bagno della cucina? O che sia scappato dal retro? Viene contestata la nostra scientificità, ma rimarchiamo le stesse considerazioni sulla Bpa del Ris. Ed è in controtendenza rispetto a quella affidata all’ingegnere Simone Tiddia, con immagini dell’assassino assai diverse”. La contrapposizione riguarda dunque la ricostruzione dei movimenti dell’aggressore e, più in generale, quanto sia possibile dedurre dalle tracce di sangue presenti sulla scena.

Le scarpe e l’impronta a pallini

La difesa contesta anche la valutazione sull’impronta a pallini. “La procura – afferma ancora il legale di Sempio – si è rivolta agli stessi consulenti, che non possono che confermare quello che hanno già detto. La dottoressa Cattaneo ha fatto delle misurazioni, Iuliano e Caprioli hanno preso le risultanze del Ris di Parma: noi abbiamo preso le une e le altre e le abbiamo date ad un progettista di scarpe, mi sarei aspettato lo stesso dalla procura. Meglio per noi”. Il tema delle calzature era già stato centrale nel processo a Stasi. Le scarpe Lacoste color bronzo erano state sequestrate circa 19 ore dopo il ritrovamento del corpo, mentre altre calzature non furono acquisite.

L’ex Ris di Parma Marco Pizzamiglio – sentito dai pm di Pavia – racconta di aver suggerito di sequestrare subito le scarpe di Alberto Stasi per confrontarle con le grosse impronte lasciate sulla scena del delitto. “C’erano queste grosse impronte di scarpa, e noi avevamo una buona esperienza anche con altri casi a fare l’attribuzione col luminol, la dimensione della scarpa, il disegno della scarpa per fare l’attribuzione, oppure se nel carro armato di una suola di una scarpa c’è qualche piccolo difetto si va a rilevare…”. Secondo Pizzamiglio, l’allora pm Rosa Muscio non autorizzò tempestivamente la perquisizione: “Non sono analisi univoche come quelle del Dna o delle impronte, ma sono in alcuni casi molto affidabili, proprio se ci sono piccole asperità sulla suola…e la dottoressa non ci autorizzò, cioè non autorizzava una perquisizione a casa di Stasi, che era indagato, per trovare delle scarpe. (..) E anche quello l’ha autorizzato all’improvviso e molto dopo, non so dire quanto dopo, però dopo…Noi in genere siamo abituati queste cose a farle a ferro caldo”.

Quando arrivarono le scarpe, però, Pizzamiglio trovò tre paia che, a suo dire, non potevano essere quelle indossate da Stasi al momento del delitto: “Son venuti subito con tre paia di scarpe, ma sicuramente non erano quelle indossate da Stasi perché erano nuove di pacca, cioè puzzavano proprio di nuovo. Io ho fatto la diagnosi, era negativa. Me la sono presa un pò con gli operatori…gli ho detto: ‘Che siete venuti a fare? Sono scarpe nuove…le vedete che sono nuove, no?'”. E conclude: “Erano proprio nuove le scarpe, ma nuove nuove. Non c’avevano neanche un pò di polvere sotto, cioè niente”. Nel processo venne poi esaminata la compatibilità tra un modello Frau numero 42 e le impronte a suola puntinata individuate sulla scena. Gli accertamenti furono completati soltanto a ridosso della sentenza dell’appello bis, senza un tempo sufficiente per svilupparne pienamente gli esiti. Successivamente, con inchiesta giornalistica di Porta a Porta, emerse che Stasi aveva acquistato nel maggio 2007 un paio di scarpe numero 42, di marca Geox o Frau, che non risultavano tra quelle consegnate. Elemento mai entrato nei processi.

Le prove perdute della prima inchiesta

La nuova discussione sulle tracce della cantina e sulle biciclette riporta inevitabilmente ai problemi della prima attività investigativa. La Cassazione, nella sentenza 44324/2013, aveva rilevato specifiche criticità nelle modalità operative. Sul computer di Stasi parlò di “ripetuti e scorretti accessi” e di “scorrette manovre di accesso”, ritenendo che tali modalità potessero avere conseguenze sull’integrità dei dati. In relazione alla bicicletta nera da donna non sequestrata nell’immediatezza, la Corte richiamò invece l’”inerzia degli inquirenti”. La bicicletta era stata vista da una testimone nei pressi della casa di Chiara nella mattina del delitto. Quella riconducibile alla famiglia Stasi fu soltanto osservata e non acquisita. Il militare che aveva effettuato quel controllo venne successivamente condannato per falsa testimonianza. Il sequestro arrivò soltanto nel 2014.

Nel processo d’appello bis la bicicletta venne indicata come un possibile “anello mancante”. La Cassazione riconobbe che la “mancanza di tale tassello” aveva avuto conseguenze sulla ricostruzione, ma ritenne che il quadro probatorio potesse comunque essere valutato attraverso gli altri elementi disponibili. Sulla scena del delitto entrarono inoltre numerose persone senza le protezioni previste: 25 complessivamente, secondo il materiale già esaminato, mentre vennero repertate 17 impronte complete, sei delle quali riconducibili a tre carabinieri entrati senza guanti. Anche alcune tracce sul corpo di Chiara furono compromesse. Sul pigiama, all’altezza della spalla, erano state individuate quattro impronte insanguinate attribuite all’aggressore. Ma del reperto originario rimasero soltanto le fotografie, dopo che il corpo era stato spostato sul pavimento coperto di sangue. Nella mano sinistra di Chiara era stato trovato un capello più chiaro e corto, con bulbo. Non venne tentato allora un esame del Dna mitocondriale e, quando la questione fu ripresa successivamente, il materiale risultava degradato. Anche i margini ungueali non furono analizzati tempestivamente. Soltanto sette anni dopo venne individuato un cromosoma Y maschile, senza però riuscire a ottenere un profilo genetico completo a causa della degradazione.

Sono proprio questi reperti, oggi, a essere nuovamente sottoposti a interpretazioni differenti nell’ambito della nuova indagine, con un confronto tra consulenti sulla possibilità di attribuire e utilizzare quelle tracce. Nonostante questo per la Suprema Corte Stasi era l’autore dell’omicidio “oltre ogni ragionevole dubbio” e individuò in sette punti chiave – quindi non solo ilDna sui pedali comunque accertato – i motivi della condanna a 16 anni.

Il punto processuale

La nuova inchiesta si muove quindi su due piani distinti: da una parte la verifica scientifica di reperti e ricostruzioni; dall’altra il problema del rapporto con la condanna definitiva di Alberto Stasi. Su questo secondo aspetto la posizione della difesa di Sempio è netta.

“È possibile un rinvio a giudizio di Sempio senza la revisione per Stasi? Sarebbe illogico. Il primo caso nella storia della procedura penale. Coltivare i due giudizi sarebbe incostituzionale. Potremmo avere un giudizio a carico di un terzo, quarto e quinto colpevole”, ha concluso Cataliotti. La questione dovrà essere valutata sul piano strettamente giuridico. Sul piano probatorio, invece, il nuovo fascicolo porta nuovamente all’attenzione reperti e circostanze che appartengono alla storia dell’indagine del 2007: una traccia palmare il cui supporto materiale non esiste più, un Dna individuato sui pedali di una bicicletta sequestrata sette anni dopo ma “valido”, ricostruzioni della dinamica basate sulle tracce di sangue e una lunga serie di accertamenti eseguiti tardivamente o non più ripetibili. Sono questi elementi, insieme alle nuove valutazioni tecniche, a costituire il terreno sul quale si misurerà il nuovo procedimento. Se il giudice per l’udienza preliminare deciderà di mandare a processo Andrea Sempio.

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