L’azienda non mi rinnova ma pubblica l’annuncio di ricerca del sostituto: è il precariato versione premium
di Laura Ruzzante
Il lavoro c’è. Io no.
Dopo quasi due anni di rinnovi, ho finalmente capito come funziona il mercato del lavoro italiano: puoi essere abbastanza bravo da essere riconfermato per due anni, ma non abbastanza bravo da essere assunto. È una distinzione sottile, roba da economisti.
Nel mio caso il momento della verità è arrivato adesso. Da una parte c’era la possibilità dell’indeterminato. Dall’altra la scadenza del contratto e tanti saluti. Ha vinto la seconda.
La motivazione ufficiale è di quelle che ormai conosciamo a memoria: calo delle chiamate, minore necessità di personale, esigenze aziendali, riorganizzazione. Mancano soltanto “congiuntura astrale sfavorevole” e “Mercurio retrogrado”. Tutto comprensibile, per carità. Se non fosse che, contemporaneamente, le agenzie interinali pubblicano annunci per cercare persone da inserire nella stessa azienda, per la stessa attività, per la stessa posizione che sto lasciando.
Quindi ricapitoliamo: il lavoro è diminuito, talmente diminuito che bisogna assumere qualcuno. Ma non me che sono già lì, conosco il lavoro, conosco le procedure, conosco i problemi e soprattutto non devo essere formato da zero. Dev’essere una nuova teoria economica: il posto di lavoro esiste, ma diventa incompatibile con il lavoratore che lo occupa. È il precariato versione premium.
Per quasi due anni ho lavorato con la formula magica del “rinnoviamo e poi vediamo”. Ogni volta la stessa storia: un altro contratto, un’altra scadenza, un altro piccolo salto nel vuoto. Finché arriva il momento in cui, dopo due anni, uno pensa ingenuamente che forse potrebbe essere arrivato il momento di smettere di vivere con la valigia del precario in mano. Macché. La valigia resta pronta, solo che stavolta bisogna ricominciare a cercare.
E a una certa età non è esattamente come avere vent’anni, zero responsabilità e un curriculum ancora bianco da riempire.
Qui non stiamo parlando di “cambiare aria”, “fare una nuova esperienza” o altre meravigliose espressioni da LinkedIn. Qui c’è una persona che perde l’unico stipendio che entra in famiglia. Una persona che deve continuare a pagare le bollette anche se l’azienda ha deciso che il suo contratto è diventato improvvisamente superfluo. E la cosa più grottesca è che non sto raccontando la storia di qualcuno che non serviva.
Se non servivo, perché rinnovarmi per quasi due anni?
Se il lavoro non c’è, perché cercare il mio sostituto?
Se invece il lavoro c’è, perché non tenere chi lo sta già facendo?
Classiche domande retoriche, me ne rendo conto.
Naturalmente ci saranno spiegazioni tecniche, aziendali, organizzative. Tutte rispettabilissime. Ma c’è una spiegazione che non riesco a farmi entrare in testa: quella per cui un’azienda può avere bisogno di una persona per svolgere un determinato lavoro e, nello stesso identico momento, decidere che quella persona non serve più.
Non è che il lavoro sia sparito, è sparita la garanzia che possa continuare a farlo io. Ed è questo il piccolo capolavoro del nostro mercato del lavoro: trasformare una persona con esperienza in un costo da eliminare e contemporaneamente cercare sul mercato qualcuno che faccia esattamente la stessa cosa. E intanto guardi un annuncio di lavoro e ti accorgi che stanno cercando qualcuno per fare quello che hai appena smesso di fare. È quasi poetico: il posto rimane, il lavoro rimane, l’azienda rimane, l’annuncio rimane. Quello che manca è soltanto il lavoratore, cioè io.
E allora forse hanno ragione loro: il problema non è che in Italia manca il lavoro. È che il lavoro, ogni tanto, si vergogna di farsi trovare sempre con la stessa persona.
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