Il cibo può “guarire” e ridurre l’infiammazione? Berrino: “Gli alimenti possono attivare o disattivare determinati geni”
Il cibo non sarebbe soltanto una fonte di calorie e nutrienti, ma un insieme di segnali capaci di dialogare con le cellule, influenzare l’infiammazione e modificare il funzionamento dell’organismo. È da questa premessa che parte il metodo NutriMedQ, ideato dalla biologa nutrizionista Samantha Di Vito, che propone un approccio personalizzato alla salute integrando nutrizione funzionale, Medicina tradizionale cinese e fotobiomodulazione multispettrale.
L’obiettivo dichiarato è intervenire non soltanto quando una malattia è già conclamata, ma anche nella fase che precede la patologia, individuando quelli che la promotrice definisce “squilibri biologici”. Il metodo attribuisce agli alimenti un ruolo di veri e propri messaggeri molecolari. Polifenoli, omega-3, fitoestrogeni e sostanze prodotte dal microbiota intestinale vengono presentati come esempi di molecole capaci di influenzare processi cellulari, risposta immunitaria e comunicazione tra intestino e cervello.
A questa nutrizione funzionale si affianca quindi la Medicina tradizionale cinese, con la sua lettura del rapporto tra alimenti, stagioni, organi e stati emotivi. La scelta di ciò che si mangia dovrebbe quindi tenere conto non soltanto dei nutrienti, ma anche della stagione, della fase ormonale, dello stress e delle condizioni individuali del paziente.
Il terzo pilastro è la fotobiomodulazione: l’impiego di specifiche lunghezze d’onda della luce, dal rosso al vicino infrarosso, fino agli UVB e alla luce ambra, con l’obiettivo di ottenere effetti biologici mirati. L’esperta parla di stimolazione mitocondriale, produzione di ATP, azione antinfiammatoria, regolazione circadiana e influenza sulla ghiandola pineale. Il metodo si spinge inoltre nel territorio della cosiddetta biologia quantistica, descrivendo cellule, organi e tessuti come sistemi che emettono e ricevono frequenze elettromagnetiche.
La promessa è quella di una medicina integrata e di precisione, capace di leggere il paziente nella sua complessità e di accompagnarlo verso una migliore salute, anche quando la malattia è già presente. Ma quanto di questo impianto è sostenuto da prove scientifiche? Per esempio, in che senso il cibo è “informazione” e quali effetti sono dimostrati?
“Nella Nutrizione Funzionale il cibo non è considerato soltanto una fonte di calorie e sostanze nutritive. Ogni alimento contiene molecole che inviano segnali alle cellule, possono influenzare l’infiammazione e contribuire a regolare il funzionamento dell’organismo – spiega al FattoQuotidiano.it la dottoressa Samantha Di Vito -. Questi effetti riguardano anche il microbiota intestinale, cioè l’insieme dei microrganismi che vivono nell’intestino. Il cibo può modificarne l’equilibrio e, attraverso le sostanze prodotte da questi batteri, influenzare la salute generale e il rapporto tra intestino e cervello”.
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