Bonus affitto genitori separati, i requisiti e chi rischia di restare fuori

Il bonus affitto genitori separati è un sostegno per chi, dopo la separazione o il divorzio, non ha ottenuto l’assegnazione dell’abitazione familiare di proprietà quindi deve sostenere il costo di un affitto, con figli ancora a carico di età inferiore a 21 anni. Il contributo copre il 50% delle spese annuali per il canone di locazione, fino a un massimo di 6.000 euro l’anno, ed è riconosciuto in un’unica erogazione all’anno. Il fondo è stato istituito dalla legge di bilancio 2026, con una dotazione di 20 milioni di euro annui a decorrere dal 2026. Il successivo decreto interministeriale n. 200 del 14 settembre ha definito le condizioni di accesso e le modalità di assegnazione delle risorse. Con l’avviso del MIT del 7 ottobre è stata avviata ufficialmente la piattaforma per inviare le domande.
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Quello che devi sapere
I requisiti per ottenere il bonus affitto genitori separati
ll bonus spetta, nello specifico, al genitore che non risulta assegnatario della casa familiare di proprietà e che ha figli a carico fino ai 21 anni di età. Il limite di reddito IRPEF è fissato entro i 35.000 euro annui. Inoltre, per poter chiedere il sostegno, bisogna essere in possesso di un regolare contratto di locazione ed essere in regola con il versamento dell’eventuale assegno di mantenimento. Il bonus non è cumulabile con altri aiuti che riguardano l’affitto. Il genitore non deve poi essere proprietario di uno o più immobili a uso residenziale nel medesimo Comune dell'abitazione familiare o nei Comuni limitrofi, entro un raggio di 50 Km.
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Entro quando fare la domanda
Per ottenere il bonus, per prima cosa bisogna inviare la domanda entro i tempi stabiliti. Le domande possono infatti essere presentate entro le ore 12.00 di mercoledì 28 ottobre 2026. L'ordine di arrivo delle domande non costituisce alcuna preferenza, in quanto la graduatoria verrà stilata in relazione ai punteggi derivanti dalle condizioni indicate nel bando. La graduatoria per l'annualità 2026 sarà elaborata automaticamente dalla piattaforma, per ciascuna area territoriale regionale, tenendo conto dei dati e delle informazioni indicate dai richiedenti nelle istanze. In caso di parità di punteggio attribuito, nell'elaborazione della graduatoria regionale, si terrà conto del valore del reddito del richiedente.
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Chi rischia di essere escluso
Come segnala Altroconsumo, il rispetto dei requisiti non basta per ottenere il bonus, bisogna superare tre passaggi: possedere i requisiti fissati dal decreto per poter presentare domanda; ottenere un punteggio alto, il dato ordina infatti tutti gli ammessi in una graduatoria divisa per Regione; rientrare nella capienza dell'accantonamento regionale che stabilisce fin dove quella graduatoria viene pagata.
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Come si calcolano i punti della graduatoria
Per farsi un’idea del punteggio che si potrebbe ottenere, si puà provare a fare un calcolo. Il punteggio è dato dalla somma delle voci indicate dall'Allegato 2 del decreto ministeriale. Non esiste un massimo: ogni figlio aggiunge punti. Con un reddito fino a 15mila euro, per esempio, si ottengono 15 punti. Da 15.001 a 25mila se ne hanno 13; da 25.001 a 30mila se ne hanno 10. Due punti per ogni figlio a carico che diventano 4 se il figlio è disabile; 4 punti anche per disabilità personale e 2 in condizione di disoccupazione involontaria. Se si risiede in un comune con popolazione maggiore di 200mila abitanti si hanno 5 punti, in località con meno di 200mila abitanti se ne ottengono 2.
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A chi spetta la priorità in graduatoria
La priorità in graduatoria spetta a chi nell’ordine abbia un numero maggiore di figli a carico con meno di 21 anni, sia disabile o almeno uno dei figli lo sia, si trovi in situazione di disoccupazione involontaria o risieda in un Comune ad alta tensione abitativa ai sensi dell’articolo 8 della legge 9 dicembre 1998, n. 431, e della Delibera CIPE 13 novembre 2003, n. 87. A parità di punteggio finale, si attribuisce priorità a chi ha il reddito più basso.
I Comuni in bilico tra 5 e 2 punti
Altroconsumo segnala che i 5 punti spettano per la residenza in uno dei dodici Comuni che l'Istat classifica sopra i 250.000 abitanti, ovvero Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Catania, Verona e Venezia. A questi si aggiungono Messina e Padova, sopra i 200.000. Nelle rilevazioni più recenti Brescia si colloca praticamente sulla soglia, mentre Parma, Trieste e Prato restano appena sotto. Per questi Comuni la differenza fra 5 e 2 punti dipende dal dato di popolazione che la piattaforma utilizzerà, e il decreto non indica né la fonte né la data del dato. I 2 punti spettano a chi risiede in un Comune sotto i 200.000 abitanti compreso nell'elenco dei Comuni ad alta tensione abitativa della delibera CIPE 87/2003. L'elenco include i Comuni che nel 2003 erano capoluogo di provincia e numerosi Comuni delle grandi aree urbane ma non è mai stato aggiornato: le province istituite dopo il 2003 non vi compaiono come tali.
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Chi ha un vantaggio sulla graduatoria
Sempre Altroconsumo ha individuato la differenza di punteggio su sette profili differenti. Per esempio, con un reddito di 32mila euro, un figlio e la residenza in un comune non ad alta tensione abitativa si ottengono 12 punti mentre chi ha un reddito di 14mila euro, 2 figli di cui uno disabile, è in disoccupazione involontaria e vive in una città sopra 200.000 abitanti ne ottiene 28. A fare la differenza è la Regione o provincia autonoma di provenienza. I 20 milioni vengono divisi in accantonamenti per Regione e Provincia autonoma prima che le domande arrivino, e ogni richiedente concorre solo con i residenti del proprio territorio. Se una Regione riceve meno domande della capienza del proprio accantonamento, le risorse vengono riassegnate pro quota agli accantonamenti delle altre. La graduatoria regionale è approvata con decreto entro quindici giorni dalla chiusura dei termini, quindi orientativamente entro metà novembre. Dopo la pubblicazione il Ministero può effettuare controlli a campione sulle dichiarazioni: chi ha dichiarato il falso viene escluso, per cui i documenti che provano quanto dichiarato vanno conservati.
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