Jet fuel, prezzo carburante in aumento: biglietti aerei più cari e compagnie a rischio

La guerra in Medio Oriente continua a destabilizzare i mercati internazionali, a partire dalle quotazioni dei carburanti. Torna a preoccupare soprattutto la questione del jet fuel, il carburante per aerei, che - almeno per l'Europa - in buona parte viene proprio dalle zone al centro del conflitto.
L’aumento del prezzo della materia prima ha ricadute immediate sui costi che le compagnie aeree devono sostenere, con effetti a cascata che potrebbero riversarsi sugli utenti finali: il rischio è che i biglietti aerei costino sempre più cari, mentre alcune compagnie hanno già dovuto correre ai ripari, riducendo la loro flotta operativa.
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Quello che devi sapere
Prezzo del jet fuel raddoppiato in un anno
Rispetto allo scorso anno, il carburante per aerei viene adesso venduto a 1.600 dollari a tonnellata, secondo i numeri forniti al Corriere della Sera da Argus, società internazionale di informazione e analisi dei mercati delle materie prime. È oltre il doppio del prezzo di un anno fa.
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Eberhart (Ita Airways): “Biglietti aerei in aumento da gennaio 2027”
“Il jet fuel, il carburante, pesa per un terzo dei nostri costi. Se sale del 50 per cento, significa un aumento di 500 milioni l'anno", ha avvertito negli scorsi giorni Joerg Eberhart, amministratore delegato di Ita Airways, parlando con La Stampa. Secondo Eberhart, l'aumento dei costi dell'energia avrà ripercussioni sulle tariffe aeree a partire da gennaio 2027. "Una parte delle spese è coperta con l'hedging, con i derivati che compriamo, ma stiamo parlando soltanto di una quota: sul resto siamo esposti. Non c'è altro modo che adeguare le tariffe. Penso che tutti siano nella stessa situazione", dice.
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L’appello di Eberhart all’Europa: “Avremo bisogno di aiuti"
L'ad di Ita rivolge un appello all'Europa: "Prima o poi, se i prezzi non scendono, tutti avranno bisogno di aiuti, perché diventa una situazione non sostenibile. Non dico che abbiamo davanti uno scenario come il Covid, ma non si può escludere una crisi". Sul rischio che l'aumento dei prezzi incida sulla domanda aggiunge: "Speriamo che la domanda tenga, è fondamentale. Aumentare i biglietti ha un limite, non vorremmo trovarci in una situazione di stallo. Quindi facciamo piccoli passi, per vedere come reagisce il mercato e come si comportano gli altri”.
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Italia importa il 50% del jet fuel, il 20% viene dal Medio Oriente
Per capire quanto sia importante il jet fuel mediorientale basta guardare ai dati raccolti dal Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza energetica sui fabbisogni, la produzione e le importazioni di carburanti. Oltre il 50% del carburante necessario per soddisfare i consumi nazionali (2,6 milioni di tonnellate), l'Italia lo importa. E circa il 20% dell'import (0,5 milioni di tonnellate, il 10% della domanda interna) arriva da Paesi interessati dalla chiusura dello Stretto di Hormuz (Arabia Saudita 7,6%, Emirati Arabi Uniti 7,6%, Oman 3,7%). Le restanti importazioni provengono da Stati che non hanno comunque proprie produzioni di greggio (India, Turchia, Slovenia, Paesi Bassi, Grecia e Belgio) e che quindi - si osserva nell'analisi - potrebbero comunque risentire nella produzione di jet fuel delle mancate importazioni di petrolio dai Paesi arabi. Fanno eccezione gli import da Libia e Angola, che rappresentano però soltanto il 5% dell’import.
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La situazione in Europa: rischio deficit di 510mila barili al giorno
Anche nel resto d’Europa il quadro non è dei migliori. Come scrive Reuters, Energy Aspects prevede che nel Vecchio Continete, nel quarto trimestre dell’anno, si registrerà un deficit di carburante per aerei di 510mila barili al giorno, mentre si prevede un’eccedenza di 18mila barili al giorno negli Stati Uniti e di 419mila barili al giorno nei Paesi dell’area Asia-Pacifico. Per compensare le minori importazioni dal Medio Oriente, ci si è rivolti altrove, dalla Nigeria al Canada e gli Usa. Il più grande partner per l’Europa al momento è però la Corea del Sud, da cui al giorno arrivano circa 129mila barili, cifra ai massimi dall’ottobre 2022. Fare affidamento su Stati sempre più lontani significa però anche un aumento dei costi. Non va meglio per quanto riguarda le scorte detenute autonomamente. Quelle stoccato nel polo di raffinazione e stoccaggio petrolifero di Amsterdam-Rotterdam-Anversa, nella settimana terminata il 10 settembre, hanno toccato il livello più basso degli ultimi sette anni.
Le compagnie più esposte ai rischi: il caso di Volotea
Sono molte le compagnie aree che stanno già risentendo dei rincari. La spagnola Volotea ha annunciato che dovrà ridurre la propria flotta di aerei, che da un totale di 44 scenderanno tra i 30-35, e licenziare 50 dipendenti. L’impatto stimato della crisi energetica legata alla guerra è di 150 milioni di euro.
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WizzAir e Ryanair
Anche WizzAir ha da poco fatto sapere che prevede di tagliare del 5% la propria capacità prevista per il prossimo inverno. Ryanair ha invece visto al ribasso gli obiettivi per il periodo fino al 31 marzo 2027: fissati originariamente a 216 milioni di passeggeri, sono scesi a 214 milioni. Al tempo stesso, la compagnia low cost irlandese ha messo in chiaro che le spese dovute all’aumento del carburante probabilmente porteranno a biglietti aerei più cari sui voli a corto raggio.
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