Elezioni midterm Usa, vincono i Democratici: che cosa cambia adesso per Trump
Il Partito Democratico ha vinto le elezioni di midterm del 2026, conquistando il controllo sia della Camera che del Senato. Mentre lo spoglio delle schede è ancora in corso, sembra che i Dem abbiano conquistato tutti i seggi in bilico alla vigilia e identificati come decisivi per ottenere la maggioranza al Congresso: un trionfo largo dunque, che renderà la vita politica del presidente Donald Trump molto più difficile e certifica un alto livello di malcontento verso le sue politiche da parte degli elettori degli Stati Uniti.
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Il peso delle elezioni di midterm
Le elezioni di midterm si tengono a metà di ogni mandato presidenziale, e sono ampiamente considerate un ‘termometro’ del gradimento degli elettori verso le politiche dell’inquilino della Casa Bianca. Storicamente si tratta di un appuntamento difficile per il presidente in carica, anche se la sconfitta subita da Trump in questo 2026 appare - mentre lo spoglio è ancora in corso - piuttosto marcata.
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Gli elettori hanno scelto i Democratici
Per dare un’idea di quanto gli elettori abbiano voltato le spalle a Donald Trump, viene utile osservare i dati citati dal New York Times: laddove il conteggio dei voti è quasi finito, le preferenze si sono spostate verso il Partito Democratico di circa 16 punti percentuali a livello nazionale. Si tratta di un movimento molto maggiore di quello del 2024 - di 5 punti in favore dei Repubblicani - che riportò Donald Trump alla Casa Bianca. Ed è ancora più marcato in Stati tradizionalmente ‘rossi’ come Tennessee e Kentucky, dove i Dem hanno migliorato la loro performance di 18 punti percentuali.
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La reazione di Donald Trump
"Il mio messaggio è: congratulazioni ai democratici, non vediamo l'ora di lavorare con voi", ha commentato Donald Trump, assicurando anche che avrebbe accettato i risultati del voto. Il presidente ha seguito lo spoglio dalla East Room della Casa Bianca, e mentre il conteggio dei voti era in corso ma già si capiva che sarebbe stata una serata negativa per i repubblicani il presidente ha espresso la sua frustrazione su X: "Se il mio nome fosse stato sulla scheda avrei vinto a valanga". Poi ha ammorbidito i toni, complimentandosi con i Dem per come si sono battuti e tendendo loro la mano. "Non vediamo l'ora di lavorare con voi", ha detto assicurando che non effettuerà cambi all'interno della sua amministrazione dopo una sconfitta che "non c'entra nulla con il governo" e che in parte - ha ammesso - è responsabilità della guerra in Iran.
Il flop dei candidati di Trump
La sconfitta per Trump appare ancora più evidente se si considera che i candidati scelti personalmente dal presidente hanno subito pesanti batoste: Darline Graham in South Carolina è stata superata Anni Andrews, e Ken Paxton ha perso in Texas contro James Taralico, il primo dem a essere eletto al Senato nello Stato dal 1988. Nel Texas roccaforte dei repubblicani ha perso anche il governatore conservatore Greg Abbott contro la democratico Gina Hinojosa.
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Le altre vittorie democratiche
E le sconfitte per il partito di Trump non si fermano qui: i Democratici infatti hanno conquistato anche il Kansas - tradizionale Stato repubblicano - facendo eleggere Adam Hamilton, il primo dem dal 1932. Un importante successo lo hanno ottenuto anche in Maine, dove Troy Jackson ha battuto la veterana repubblicana Susan Collins. In Georgia il senatore Jon Ossoff è stato riconfermato e può guardare, se decidesse di correre, con ottimismo alle presidenziali del 2028.
Cosa cambia adesso per Trump
Adesso che i Democratici hanno ottenuto il controllo dell’intero Congresso, come detto, la vita politica di Donald Trump diventerà sensibilmente più difficile. Anche se bisogna chiarire subito un punto: a differenza del sistema italiano, in quello statunitense il governo non è legato da un rapporto di fiducia con il Parlamento. Trump dunque rimane in carica per il resto del suo mandato, che si concluderà nel gennaio del 2029, mantenendo intatte tutte le prerogative del potere esecutivo.
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Cosa potrà fare adesso Trump
A cambiare sensibilmente però saranno sia la sua capacità di far approvare nuove leggi, sia quella di scegliere nomi a lui vicini nelle nomine di figure che devono essere confermate dal Senato. In breve, adesso Trump sarà costretto a negoziare con Democratici essenzialmente tutte le più importanti scelte politiche, per ottenere il via libera di un Parlamento a lui ostile. Anche se la Casa Bianca conserva il potere di veto, cioè la possibilità per il presidente in carica di bloccare una legge approvata dal Congresso a lui sgradita.
Trump indebolito dal voto
In ogni caso Trump esce politicamente molto indebolito da questo voto: uno scenario che porta alcuni a parlare di ‘lame duck’, ‘anatra zoppa’, un’immagine spesso evocata per i presidenti che hanno perso il controllo del Congresso e che non potranno ricandidarsi alle successive elezioni: la Costituzione americana fissa infatti a due il numero massimo di mandati alla Casa Bianca.
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Quali sono i poteri del Congresso
Il Congresso da parte sua ha diversi importanti poteri nel sistema costituzionale statunitense: in primo luogo, approva imposte e stanziamenti federali. I progetti di legge sulle entrate devono partire dalla Camera, ma richiedono anche il via libera del Senato. Una maggioranza contraria al presidente può negare nuovi finanziamenti, ridurli o negoziare condizioni sul loro utilizzo. Il Senato poi conferma le principali nomine presidenziali, tra cui ministri, ambasciatori e giudici federali, compresi quelli della Corte Suprema.
I poteri di indagine e l’impeachment
E poi le Commissioni parlamentari possono indagare sull’operato dell’esecutivo, organizzare audizioni ed emettere, secondo le rispettive regole, ordini vincolanti per ottenere testimonianze e documenti: chi controlla la maggioranza può dunque indirizzare queste attività. E poi c’è l’impeachment: la Camera può mettere in stato d’accusa il presidente a maggioranza semplice. Il processo si svolge al Senato, dove per condannarlo e rimuoverlo servono i due terzi dei presenti: 67 voti se partecipano tutti i cento senatori.
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Verso il voto del 2028
Con Trump ‘azzoppato’ e i Democratici in controllo del Congresso, si aprirà quasi subito la corsa alle elezioni presidenziali del 2028. Saranno le prime dal 2012 in cui non sarà il tycoon a guidare i Repubblicani, e la larga sconfitta subita in queste midterm potrebbe pesare sulle possibilità che candidati a lui vicini ottengano la nomination del partito per la Casa Bianca. La vittoria infine apre anche una questione interna ai Democratici, in particolare la coesistenza fra le sue due anime moderata e progressista.
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