La tassa californiana sui miliardari arriva al voto e loro si scatenano: campagne a colpi di disinformazione e falsità per non farla passare
Il 5 ottobre i californiani che votano per corrispondenza hanno iniziato a esprimersi sulla tassa sui miliardari in vista del 3 novembre, quando sulla scheda delle elezioni di Midterm ci sarà anche la Proposition 40. Cioè un prelievo una tantum del 5% sulle fortune dei circa 250 super ricchi residenti nello Stato al primo gennaio 2026. Il 90% del gettito, stimato in circa 100 miliardi di dollari tra il 2027 e il 2031 (il pagamento sarebbe diviso in cinque rate), dovrebbe andare alla sanità depauperata dai tagli di Trump, il resto a programmi per l’istruzione e l’assistenza alimentare. Sul rush finale molti grandi nomi della Silicon Valley, fallito l’obiettivo di impedire che la proposta promossa dal sindacato SEIU United Healthcare Workers West arrivasse alle urne, hanno messo in campo tutto il proprio arsenale finanziario e non solo per convincere gli elettori a bocciarla. “Un’incredibile serie di strategie per manipolare il voto”, attacca su X l’economista Gabriel Zucman, tra i principali studiosi dell’esplosione delle disuguaglianze di ricchezza e teorico della necessità di tassare i grandi patrimoni.
Uno studio realizzato dal docente di Berkeley e direttore dell’Eu tax observatory insieme a Emmanuel Saez e Jasper Boll mostra come i 250 miliardari che hanno casa nel Golden State possiedano complessivamente 2.300 miliardi di dollari, una ricchezza che è aumentata del 144% tra il 2023 e il 2025 e rispetto al 1982 si è moltiplicata circa trenta volte. Al momento versano annualmente, a titolo di imposta sul reddito, solo lo 0,2% di quel possiedono. Se la proposta passasse, dovrebbero rinunciare a cifre stellari se lette con gli occhi di un lavoratore ma quasi irrilevanti per il loro bilancio: per il cofondatore di Google Larry Page, con una fortuna stimata in circa 324 miliardi di dollari, il conto sarebbe nell’ordine dei 16 miliardi, per Sergey Brin, che si ferma a 298 miliardi, di quasi 15. Mark Zuckerberg dovrebbe versarne poco più di 10, Jensen Huang di Nvidia – che ha spiegato di non essere contrario – nove.
Tra i grandi oppositori ci sono l’ex ceo di Google Eric Schmidt e il presidente di Palantir Peter Thiel. Brin da solo ha versato più di 100 milioni di dollari a Building a Better California, il gruppo che a sua volta finanzia la campagna contro la tassa sostenendo due misure, le Proposition 41 e 42, che potrebbero impedirne l’entrata in vigore ponendo limiti alla possibilità dello Stato di introdurre nuove tasse. Secondo il Legislative Analyst’s Office, organo parlamentare che fornisce analisi indipendenti, se una delle due ottenesse più voti favorevoli della Prop 40 potrebbe impedire alla tassa sui miliardari di entrare in vigore anche nel caso in cui la 40 ottenesse la maggioranza.
Nelle ultime settimane, secondo il San Francisco Chronicle, il comitato ha raccolto altri 45 milioni di dollari da una quindicina di personaggi della finanza e della tecnologia, portando il totale a quasi 259 milioni. Tra i nuovi finanziatori ci sono il venture capitalist John Doerr, l’ad di Stripe Patrick Collison e lo stesso Schmidt. Ma i loro nomi, schermati dal rassicurante claim Building a batter California, non compaiono negli aggressivi spot pubblicitari che tentano, dando voce anche ad alcuni medici, infermieri e organizzazioni sanitarie, di far passare il messaggio che la misura destinata a finanziare la sanità potrebbe rivelarsi un boomerang e paradossalmente danneggiare il sistema sanitario. In che modo? Riducendo il gettito ordinario dell’imposta sul reddito per effetto della presunta fuga dei miliardari dalla California, una delle bandiere degli oppositori. È anche la posizione del governatore democratico Gavin Newsom, potenziale candidato alle presidenziali 2028, che si è schierato contro la Proposition 40 anche se prima dell’estate ha aperto all’idea di una tassa minima federale sui grandi patrimoni.
Ma, nota Zucman, la proposta è stata disegnata fin dall’inizio in modo da evitare quel rischio: chi era residente in California alla fine di novembre 2025, quando la Prop 40 è stata annunciata, ha avuto solo poche settimane per spostarsi altrove, il che ha reso “virtualmente impossibile” per chi ha enormi ricchezze trasferire a pieno titolo la residenza fiscale in un altro Stato. Brin e Larry Page hanno fatto sapere di volersene andare e di aver comprato con quell’obiettivo enormi ville nell’area di Miami, ma, nota l’economista, il primo ha comunque finanziato generosamente la campagna contro la tassa: “Non potrebbe evitarla”. Tra i pochi che ci sarebbero riusciti c’è il cofondatore di Uber Travis Kalanick, che ha annunciato urbi et orbi di aver traslocato il 18 dicembre a Austin, in Texas, dove vive da anni anche Elon Musk. Il Legislative Analyst’s Offices stima la potenziale perdita in meno di un miliardo, contro i 100 di introiti attesi.
La campagna utilizza poi un altro poco leale spauracchio: nonostante in discussione ci sia una misura una tantum che colpirebbe solo i patrimoni superiori a 1,1 miliardi di dollari, tenta di convincere gli elettori che la Prop 40 apra la strada a una futura tassazione dei loro conti di risparmio o fondi pensione. “La chiamano billionaire tax, ma in realtà è una everyone tax”, cioè una tassa “su tutti”. Palesemente falso, ma tentare non nuoce.
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