‘Ndrangheta, prosciolto il “Supremo” Pasquale Condello: “Incapacità irreversibile di partecipare coscientemente al processo”
Erano anni che aveva un atteggiamento strano il “Supremo” Pasquale Condello, il boss di Archi detenuto al 41 bis che ha fatto la storia della ‘ndrangheta reggina, il mammasantissima che il 18 febbraio 2008 è stato arrestato in via Filici a Pellaro dai carabinieri del Ros di Reggio Calabria, guidati dal generale Valerio Giardina e dal colonnello Gerardo Lardieri. “Incapacità irreversibile dell’imputato di partecipare coscientemente al processo”. Così c’è scritto nel dispositivo di sentenza con cui il gup di Reggio Calabria Stefania Rachele ha dichiarato il non luogo a procedere nei confronti del capocosca imputato nel processo “Meta bis”, nato da un’inchiesta dei Ros che, nel 2010, ha portato a numerosi arresti.
La posizione di Condello era stata stralciata proprio per motivi di salute. Assieme ad altri boss, era accusato di far parte di un direttorio criminale, operante a Reggio Calabria e provincia, sovraordinato a tutte le attività economiche delle singole cosche.
Nel corso dell’udienza preliminare, sulla scorta di documentazione medica e del diario clinico, il suo avvocato Giuseppe Alvaro aveva chiesto al gup l’espletamento di una perizia psichiatrica finalizzata all’accertamento della capacità di stare in giudizio dell’imputato. Il perito, nominato dal giudice, ha così concluso per l’incapacità processuale di Condello. Per il quale la Procura di Reggio Calabria aveva chiesto ugualmente il rinvio a giudizio, ritenendo la perizia non idonea a dimostrare l’incapacità processuale “irreversibile” del Supremo che, detenuto al carcere duro nella casa circondariale di Milano Opera, ha sempre rifiutato di collaborare con i medici. La perizia, infatti, è stata redatta solo grazie alle informazioni ricavate dagli atti del suo percorso carcerario.
Nella sua discussione, invece, l’avvocato Alvaro ha sostenuto l’idoneità della perizia non solo al fine di dimostrare l’incapacità attuale del proprio assistito, ma anche l’irreversibilità della stessa e pertanto ha chiesto nei confronti di Condello una pronuncia di non luogo a procedere. Richiesta, quindi, accolta dal gup Rachele che ha sciolto Condello da tutte le accuse sollevate dalla Direzione distrettuale antimafia.
In attesa delle motivazioni, che saranno depositate entro 30 giorni, per capire chi sia Pasquale Condello sarebbe utile rispolverare il fascicolo sull’ex latitante (dal 1986 al 2008) che per lungo tempo è stato sulla scrivania dell’ex procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo. Da poco nominato procuratore aggiunto alla Dna, è stato Lombardo, assieme al sostituto procuratore generale Domenico Galletta, a coordinare le indagini che nel 2008 portarono all’arresto di Condello, uno dei protagonisti indiscussi della seconda guerra di mafia che ha inginocchiato la città di Reggio Calabria dal 1985 al 1991, lasciando a terra oltre 700 morti ammazzati.
All’epoca erano i primi anni della sua latitanza, iniziata con la “fase secessionista rispetto alle file destefaniane”. Erano gli anni in cui il boss – si legge in un’informativa dei carabinieri – era “bramoso di conquistare uno spazio autonomo anche in virtù del vincolo di parentela con il boss di Fiumara di Muro Antonino Imerti”.
Così, da braccio destro di don Paolino De Stefano (ucciso ad Archi a metà degli anni ’80), Condello è diventato il padrone indiscusso di Reggio, il boss che per 20 anni ha vissuto con il fiato degli investigatori sul collo. In fuga dai sei ergastoli definitivi, tra cui quello rimediato per l’omicidio nel 1989 dell’ex deputato e presidente delle Ferrovie dello Stato Ludovico Ligato, Condello è rimasto sempre in riva allo Stretto, mantenendo fede al principio che il boss, se vuole rimanere tale, non deve mai lasciare il territorio prestando il fianco ai giovani rampolli o agli avversari di sempre.
Lo ha potuto fare grazie a una rete di fiancheggiatori che funzionava come una sorta di “sistema solare” dove il “Supremo” era il sole attorno al quale giravano i suoi luogotenenti, i soli che conoscevano il suo rifugio. Da lì Pasquale Condello gestiva tutte le sue attività illecite grazie alle entrature di cui godeva nei palazzi che contano, a prestanome insospettabili e a funzionari dello Stato “compiacenti”.
I fili del sistema erano mossi da un’unica regia che faceva capo al “Supremo”, il quale, stando alle indagini del Ros, “poteva fidarsi solo di sé stesso. Non ha mai delegato altri soggetti a decidere per lui”. Lo ha fatto fino alla fine quando, ai pm che lo hanno arrestato, il giorno della sua cattura ha detto: “Adesso vedrete cosa succederà”.
Di lui parlò il pentito Giacomo Lauro: “Nella famiglia Condello – si legge in un verbale del collaboratore di giustizia – capo incontrastato era Pasquale detto ‘il Supremo’ che ricopriva il grado di santista. Peraltro, Pasquale Condello è un personaggio molto assolutista e non consente a nessuno di intromettersi nelle sue decisioni. Durante la prima guerra di mafia il Pasquale Condello si distinse moltissimo per i numerosi omicidi portati a compimento su ordine dei vertici dei sodalizi alleati, tanto da diventare in pochissimo tempo il braccio destro di Paolo De Stefano”.
Conclusa la seconda guerra di mafia, “con gli accordi del 1991 – aveva aggiunto sempre il pentito Lauro – si stabilì di pianificare ai massimi livelli il racket delle estorsioni in danno degli operatori economici al fine di evitare una duplicazione di richieste che sarebbe stata controproducente per la ‘serietà’ dell’organizzazione. Lo stesso discorso si fece per lo spaccio di stupefacenti e per le rapine. In particolare, si decise che ogni soggetto delegato dal capo locale a esercitare le menzionate attività illecite dovesse versare il ricavato nelle mani di Pasquale Condello per il gruppo condelliano o a Giovanni Tegano (deceduto) per quello destefaniano. Questi ultimi, a loro volta, autorizzavano i loro capi locali affiliati a svolgere il programma criminoso da loro pianificato nei vari settori. Come già detto, i proventi delle estorsioni e, in genere, di tutte le attività illecite confluivano nelle mani dei già citati Pasquale Condello e Giovanni Tegano, i quali, secondo gli accordi, prima di procedere alla ripartizione tra i vari gruppi collegati, con una cadenza che doveva essere mensile, dovevano mettere da parte una quota per le spese legali, per i carcerati e per le vedove”.
Se questa è la sua storia criminale e il suo prestigio ‘ndranghetistico rimane intaccato, 18 anni fa la cattura del “Supremo” ha cambiato gli equilibri della criminalità organizzata di Reggio Calabria. Ma anche la sua vita. Rinchiuso ininterrottamente al 41 bis, infatti, ha dato più volte segni di squilibrio o comunque di non stare bene. Basti pensare che già il 13 aprile 2016 si era presentato a un’udienza con una bandana in testa e un sacco di immondizia in mano, tanto che il suo legale di allora, l’avvocato Francesco Calabrese, ha fatto non poca fatica a convincere il giudice a non considerare l’atteggiamento del capocosca come un rifiuto a partecipare al processo. A distanza di 10 anni, però, la situazione è peggiorata con la scelta di non voler sostenere nessun colloquio con i familiari e di rifiutare finanche di incontrare i propri avvocati. Fino a quella che oggi il gup ha sentenziato come “incapacità irreversibile dell’imputato di partecipare coscientemente al processo”.
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