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Monday, November 2, 2026

California al voto sulla tassa sui multi-miliardari: cosa c’è in ballo e perché il sì al referendum potrebbe non bastare

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California al voto sulla tassa sui multi-miliardari: cosa c’è in ballo e perché il sì al referendum potrebbe non bastare

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Martedì 3 novembre gli elettori della California non voteranno solo per le elezioni di Midterm. Dovranno pronunciarsi anche sul referendum per l’introduzione di una patrimoniale una tantum del 5% sulle fortune dei circa 250 miliardari residenti nel Golden State: una partita cruciale per chi, a livello globale, sostiene la necessità di tassare di più la ricchezza per contrastare le enormi disuguaglianze che i sistemi fiscali oggi tendono a gonfiare ulteriormente. Ma, come vedremo, perché la misura diventi operativa non basterà che la maggioranza dei californiani si esprima a favore della tassa il cui gettito sarebbe destinato per il 90% alla sanità e per il resto a istruzione, assistenza alimentare e costi amministrativi.

Sulla stessa scheda, infatti, si voterà per tre diverse iniziative referendarie. La prima è la Proposition 40 promossa dal sindacato Seiu-United Healthcare Workers West, che rappresenta lavoratori del settore sanitario, e sostenuta tra gli altri dal senatore Bernie Sanders secondo cui si tratta “di gran lunga del più importante referendum del Paese” e dai Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Daron Acemoglu, Peter Diamond, Abhijit Banerjee ed Esther Duflo che in una lettera aperta hanno fatto notare come nell’ultimo decennio la ricchezza dei miliardari californiani sia più che triplicata, a un totale di 2.300 miliardi di dollari, mentre le loro imposte sul reddito, tra 2019 e 2025, si fermavano all’1,6% dell’aumento dei loro patrimoni. La proposta riguarda appunto un prelievo straordinario sui patrimoni netti (azioni, partecipazioni societarie e investimenti finanziari, meno i debiti) sopra 1 miliardo di dollari, con aliquota piena del 5% oltre 1,1 miliardi, a carico delle persone fisiche che risultavano residenti in California il 1° gennaio 2026. Le altre due, battezzate Proposition 41 e 42, puntano esplicitamente a depotenziarla. E se raccoglieranno più voti favorevoli della 40 potrebbero impedirne l’applicazione.

Secondo le stime dei promotori, dalla Proposition 40 potrebbero arrivare 100 miliardi di dollari tra il 2027 e il 2031 visto che il pagamento può essere diviso in cinque rate. Il Legislative Analyst’s Office, l’organismo indipendente che fornisce analisi economiche al Parlamento californiano, parla di “decine di miliardi”. I contrari, capeggiati da un drappello di facoltosissimi imprenditori tech, sostengono che il prelievo causerebbe un esodo verso altri Stati con conseguenze negative anche sul gettito ordinario dell’imposta sul reddito. Ma i miliardari versano appena lo 0,2% dei propri patrimoni in imposte statali sul reddito personale. E la finestra temporale per andarsene è stata molto ridotta: per sfuggire alla tassa sarebbe stato necessario trasferire la residenza tra il 26 novembre 2025, quando è stato pubblicato il testo definitivo della proposta, e la fine di quell’anno. Ha fatto scalpore il fatto che Meta poco prima del referendum abbia “blindato” la permanenza in California del fondatore Mark Zuckerberg creando nuove azioni prive di diritto di voto la cui vendita gli consentirebbe di pagare: un segnale, per i sostenitori, che il creatore di Facebook si è rassegnato a versarla.

Nel tentativo di mettere i bastoni tra le ruote dell’iniziativa, alcuni dei potenziali tassati hanno investito decine o centinaia di milioni per promuovere campagne contro la patrimoniale e sostenere le due iniziative “concorrenti”. Che cosa prevedono? La Proposition 41, promossa da una coalizione per la trasparenza e la responsabilità fiscale che comprende l’associazione dei commercialisti californiani, la camera di commercio che rappresenta le imprese della comunità asiatica e la California Taxpayers Association, mette paletti ai modi in cui lo Stato può utilizzare il gettito di nuove imposte: le entrate non potrebbero essere escluse dal tetto costituzionale alla spesa pubblica, come invece dispone la Proposition 40 per i soldi raccolti con la tassa sui miliardari. Se la 41 ottenesse più voti favorevoli, i tribunali potrebbero riconoscere un conflitto tra le due misure e impedire che la tassa sui miliardari diventi legge.

Ancora più drastica la Proposition 42 sostenuta dal sindacato dei vigili del fuoco, dai sindacati dell’edilizia e delle costruzioni e da un’organizzazione che rappresenta i veterani delle forze armate e appoggiata pure dal governatore Gavin Newsom. La misura vieta nuove imposte statali sulla proprietà di beni personali, categoria che comprende anche azioni, partecipazioni societarie, proprietà intellettuale e attività finanziarie. E limita la possibilità di introdurre imposte retroattive, cioè prelievi che si applicano a situazioni o attività precedenti alla loro entrata in vigore. È studiata su misura per entrare in collisione con la Proposition 40, che tassa le partecipazioni finanziarie e individua i contribuenti sulla base della residenza al 1° gennaio 2026, prima del voto. Anche in questo caso, se la 42 ottenesse più sì della 40, potrebbe prevalere e bloccare la patrimoniale.

Di fatto, la tassa entrerà in vigore solo se la Proposition 40 raccoglierà più voti favorevoli di entrambe le altre iniziative e la maggioranza dei sì. Se invece la 40 ottenesse la maggioranza ma la 41 o la 42 raccogliessero più voti favorevoli, si finirebbe alle carte bollate e i giudici potrebbero fermare l’imposta. Lo scontro è all’ultimo sangue, ma le risorse messe in campo dalle due parti non sono paragonabili. Nel corso dell’anno i sostenitori della Proposition 40 hanno raccolto circa 33 milioni di dollari, dieci volte meno rispetto ai 340 milioni messi a disposizione complessivamente dal fronte favorevole alle Proposition 41 e 42. Una parte determinante è arrivata dal Super PAC Building a Better California, che ha raccolto più di 187 milioni di dollari destinandone 56 alla campagna per il No alla tassa e 131 al Sì alle due iniziative concorrenti. Il co-fondatore di Google Sergey Brin, in particolare, ha versato 102 milioni di dollari. Eric Schmidt, ex amministratore delegato del gruppo, ne ha messi 42. Brin, Larry Page, Zuckerberg e il fondatore di Nvidia Jensen Huang (tra i pochi ad essersi detti disposti a pagare) hanno in mano da soli quasi 1000 miliardi di dollari. La sfida è tra la democrazia diretta e il potere economico schiacciante di una manciata di tecno-miliardari.

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