“Nell’ufficio ci siamo messi a sedere per terra. Abbiamo pianto. Mi sentivo completamente devastato”: Valentino Rossi ricorda la morte di Marco Simoncelli
Il ricordo parte da molto prima di quel 23 ottobre 2011. Da quando Marco Simoncelli era ancora un ragazzone che cercava di crescere, dimagrire e diventare più veloce. Valentino Rossi lo aveva conosciuto giovanissimo e negli anni il rapporto era diventato qualcosa che andava oltre le corse. Nel libro La mia storia, scritto con Giorgio Terruzzi e in uscita il prossimo 10 novembre, Rossi torna anche sul giorno più doloroso di quel legame: la morte del Sic durante il Gran Premio della Malesia. L’estratto è stato pubblicato dal Corriere della Sera.
Prima dell’incidente c’è il ricordo dell’amico. “Veniva facile con il Sic perché era troppo simpatico, gentile, sempre divertente. Un cuore grande così, buono nell’animo e semplice, come noi.” Nel 2008 erano diventati campioni del mondo insieme, Rossi in MotoGP e Simoncelli in 250. Tre anni più tardi si ritrovano sulla stessa pista in Malesia, in una domenica destinata a cambiare tutto.
È il secondo giro. Simoncelli sta lottando con Alvaro Bautista quando perde il controllo della Honda. Rossi, che arriva alle sue spalle, vede inizialmente il Sic scivolare verso l’esterno: “Nell’attimo in cui il Sic apre il gas, inclinato come si trova, si chiude l’anteriore. Cade. Lo vedo partire verso l’esterno, a sinistra”. Per Rossi, in quell’istante, Simoncelli è ormai fuori dalla traiettoria e quindi fuori dalla battaglia. Ma pochi attimi dopo la scena cambia completamente: “Vado per la curva a destra pure io, mi rimetto in carena, apro il gas e intravedo qualcosa che torna verso di me, dal centro della pista”.
Simoncelli, ancora aggrappato alla moto, rientra verso l’interno della curva mentre Rossi e Colin Edwards stanno arrivando. Rossi ricostruisce quei secondi così: “ Sono già in accelerazione quando mi accorgo che l’ombra viene verso di me e si trasforma in una presenza. Ho Colin Edwards attaccato, all’interno, siamo in lotta. In un istante, una frazione di tempo minuscola, proprio all’ultimo, mi rendo conto che la presenza concreta è una moto, la moto è quella del Sic, e lui è lì, aggrappato, steso insieme a lei”.
Edwards colpisce Simoncelli per primo, Rossi subito dopo. La Ducati dell’italiano resta in piedi nonostante l’impatto. Ma la sensazione che qualcosa di terribile sia appena successo arriva immediatamente: “Passo proprio sopra, sento il colpo sotto le ruote”. Rossi riesce a rientrare ai box. È lì che comprende la gravità dell’incidente: “Vado verso il box. Entro, mi fermo, Uccio viene verso di me. È stravolto. Dice: ‘Gli è volato via il casco… Gli è volato via il casco’. Bestemmio, chiudo gli occhi, impreco, perché il casco è il casco, e se si rompe il cinturino vuol dire che il botto è stato devastante”.
Le immagini dell’incidente cominciano a passare sui monitor. Rossi le guarda e il pensiero diventa immediatamente un altro: “Mi viene addosso uno sconforto totale, profondissimo. Mi sento responsabile di ciò che è accaduto”. Poco dopo arriva la notizia della morte di Simoncelli. Rossi e Uccio lasciano il box e si chiudono nella loro stanza: “Nell’ufficio ci siamo messi a sedere per terra. Abbiamo fumato una sigaretta, poi un’altra, subito. Abbiamo pianto. Mi sentivo completamente devastato, non sapevo cosa dire, cosa fare, era come se avessi preso un cazzotto in testa. Rintronato. Siamo rimasti lì dentro, zitti, un’ora, forse di più”.
Il peso di quell’incidente accompagna Rossi anche nei giorni successivi. Rivede la dinamica, cerca un gesto diverso, uno spazio, una possibilità che avrebbe potuto cambiare il finale: “Perché lì cominci a porti un sacco di domande, a sentirti in colpa. Cosa avrei potuto fare? Rivedevo la scena, l’intera dinamica. Avrei potuto capire cosa stava per accadere? Avrei potuto stare più attento? Spostarmi più a destra, evitare l’impatto?”. La conclusione di Rossi è chiara, ma è stato faticoso per lui prenderne coscienza: “La risposta è no, detta ora, detta qualche tempo dopo l’incidente. Ma, in quei giorni immediatamente successivi alla morte del Sic, di risposte non ne avevo nemmeno una”.
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