Plauso bipartisan alla legge sul cinema e audiovisivo, attendiamo fiduciosi?
Dopo che il voto finale era stato rimandato in extremis nell’ultima seduta di Montecitorio il 6 agosto, l’Aula della Camera ha approvato giovedì 10 settembre il “testo unificato” di quella che dovrebbe divenire la nuova legge che regola l’intervento dello Stato a sostegno del settore cinematografico e audiovisivo: il voto è stato impressionante anche nella sua dimensione quantitativa, in quanto caso più unico che raro di convergenza “bipartisan” in una fase politica pre-elettorale aspra ed acida. Intorno alle ore 14 le agenzie stampa informavano che erano 218 i parlamentari che avevano votato a favore, a fronte di soltanto 6 contrari (5 dei deputati di Futuro Nazionale ed 1 del Partito Liberaldemocratico). Il testo passa al Senato, ma la maggioranza sostiene che non verrà modificato e che l’iter sarà rapido. Seguiva un profluvio di dichiarazioni, tutte positive, con qualche guizzo addirittura di entusiasmo.
Particolarmente orgoglioso il Presidente della Commissione Cultura della Camera Federico Mollicone (FdI), a cui si deve buona parte del successo dell’ardita intrapresa di trovare un compromesso di mediazione tra le 5 proposte di legge presentate dal Pd, M5s, Azione, Fratelli d’Italia, Lega: “con questa legge, oggi, restituiamo finalmente all’industria dell’audiovisivo regole certe, trasparenti e dignitose… una riforma storica”. La Segretaria del Pd Elly Schlein: “Un grande passo avanti e sulle deleghe faremo da pungolo”. Rispetto al testo approvato dalla Commissione Cultura ad inizio agosto, sono stati approvati alcuni emendamenti che accantonano interventi sui quali pure s’era registrato un consenso trasversale: tra questi, un intervento particolare a favore dei produttori indipendenti e la deroga alla normativa generale sull’obbligo di essere in regola con l’erario prima di poter accedere ai contributi pubblici a favore della cultura, ma questo specifico tema è stato ritenuto già affrontato con la risoluzione approvata il 30 luglio su iniziativa del deputato pentastellato Gaetano Amato.
Hanno manifestato plauso – secondo quanto riportato dall’agenzia specializzata AgCult – Ilaria Cavo per Noi Moderati, Elisabetta Piccolotti per Avs (“sì alla riforma, ma fiducia condizionata”), Valentina Grippo per Azione (“servono regole chiare, tempi certi e risorse prevedibili”), Gaetano Amato per il M5s (“pretendiamo che l’Agenzia abbia un direttore esperto, che sia unanimemente riconosciuto come capace”), Roberto Giachetti per Italia Viva (“sì alla riforma, ma invarianza di bilancio non sia un alibi”), Rita Dalla Chiesa per Forza Italia (“procedure più semplici, tempi certi, una governance capace”), Manuela Maffioli per la Lega (“fondamentale dare piena e coerente attuazione alle deleghe”). Si associano alla soddisfazione collettiva anche Irene Manzi, Matteo Orfini, Cecilia D’Elia, Francesco Verducci, Chiara Braga (Pd), Grazia Di Maggio (FdI), Antonio Tajani (Forza Italia), oltre ovviamente al relatore del provvedimento alla Camera Gimmi Cangiano (FdI). Il Segretario di Forza Italia è stato l’unico a ringraziare esplicitamente il Maestro Pupi Avati, che è stato il primo promotore dell’idea di una agenzia indipendente, sganciata dalla burocrazia lenta del Ministero della Cultura, spesso eterodiretta dalla politica. Qualcuno la definisce ora “Legge Avati”.
Ciliegine sulla torta le dichiarazioni del ministro Alessandro Giuli (FdI), che parla di “storica legge delega”, di un “modello di coesione nell’interesse dell’intera filiera”, ricitando addirittura lo “stilnovo” che aveva già evocato, e la Sottosegreteria leghista Lucia Borgonzoni, che ha riproposto una volta ancora la sua interpretazione ottimista delle numerologie fantasiose sullo stato di salute del settore, a partire da quell’1, 5 miliardi di euro nel triennio 2023-2025, sostenuti dal tax credit, di investimenti dei produttori esteri, che confermerebbero a suo parere “l’attrattività del sistema Italia. Si associa anche il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi (FdI), che annuncia di star lavorando ad “un grande progetto di promozione dello sviluppo del turismo attraverso fiction e cinema”.
Positive anche se caute le voci del sindacato settoriale della Cgil (Slc), nella persona di Sabina Di Marco e di Dario Indelicato portavoce dei lavoratori del movimento #Siamoaititolidicoda (Satdc). Tacciono le potenti lobby Anica (cinema) e Apa (tv), ma plaude l’associazione di produttori indipendenti Itaca, nella persona di Gianni Sammarco. Critico il Coordinamento Autori e Autrici (100autori, Acmf, Aidac, Air3, Anac, Wgi), che ha chiesto di essere audito in Senato, auspicando che l’Agenzia sia veramente un soggetto indipendente dalla partitocrazia.
Uniche voci contrarie quelle di Laura Ravetto in rappresentanza di Futuro Nazionale, che ha dichiarato che “la nuova Agenzia è un carrozzone, la maggioranza è stata subalterna alla sinistra” e di Luigi Marattin, segretario del Partito Liberaldemocratico, che ha denunciato l’iniziativa “del partito unico della spesa pubblica che ha approvato la creazione di un inutile doppione”.
L’avvocato Michele Lo Foco, membro dissidente del Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo del Mic, sostiene che si tratta di “un intervento legislativo di buona portata” auspicando “che metta fine al sacco di Roma da parte delle multinazionali straniere”.
Su questo blog ho già manifestato apprezzamento perché la direzione è quella giusta, ma anche perplessità perché la gestazione della legge non è stata caratterizzata da una profonda volontà di analizzare al meglio le tante, variegate e diffuse, criticità dell’attuale assetto del sistema. Non esiste un dataset oggettivo ed affidabile, la “valutazione di impatto” della legge è un documento inutile, evanescente, semi-clandestino, soprattutto privo di approccio critico e comunque tardivo: quella per l’anno 2024 è stata trasmessa dal Ministro al Parlamento a metà luglio 2026, anche se l’IsICult ha scoperto – attraverso l’accesso agli atti – che era già pronta dal dicembre 2025…
Certamente da apprezzare che la nomina del Direttore dell’Agenzia e del Cda sia subordinata all’approvazione da parte delle Commissioni Cultura di Camera e Senato, con i due terzi dei componenti: se questo testo diverrà effettivamente legge dello Stato, sarà difficile che venga scelto un Direttore Generale gradito al Principe soltanto. Attendiamo fiduciosi?!
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