“Quando hanno diagnosticato due tumori a mio padre, i miei genitori mi hanno chiesto di lasciarli in pace. Ero sconvolta. Parlo con i morti, sono tristi quando non lo facciamo”: così Anne Berest
“Quando hanno diagnosticato due tumori a mio padre, i miei genitori mi hanno chiesto di lasciarli in pace. Ci sono rimasta male”. In un’intervista a Vanity Fair, la scrittrice francese Anne Berest ha ricordato i rapporti complessi e delicati intercorsi tra lei e il padre defunto, uno dei soggetti principali del suo ultimo romanzo di grande successo Finistere (in Italia edito da Edizioni E/O). Un rapporto, quello tra la scrittrice e il padre Pierre, ingegnere minerario scomparso all’età di 72 anni, fatto in primo luogo di un costante silenzio. “Quando cresci con un padre silenzioso come il mio impari a leggere il silenzio. Crescendo scopri che ne esistono di diversi tipi e inizi pian piano a comprenderli perché i bambini sono dei sismografi: riescono a percepire esattamente cosa succede ai loro genitori, anche quando non dicono nulla”.
In Finistere, Berest riannoda i fili della propria linea paterna, tra bisnonno, nonno e padre, incuneandosi nella terra bretone (da cui il titolo): “Credo che i morti continuino a vivere dentro di noi e che li portiamo ovunque andiamo, a volte senza saperlo. Più in profondità, penso di aver passato buona parte della mia vita a cercare di ristabilire un dialogo tra i vivi e i morti, perché credo che i morti siano tristi quando smettiamo di parlare con loro”. Berest ricorda inoltre che quel silenzio con il padre era solo uno degli elementi di un’assenza affettiva pressochè totale sfociata in una dolorosa rottura: “Qualcosa tra me e lui si è rotto durante la mia adolescenza. Perché il legame fisico, così stretto, tra un padre e la sua bambina non può restare esattamente lo stesso quando lei cresce. A 13 anni il mio corpo è cambiato: mio padre era una persona molto timida e ha reagito a quella trasformazione prendendo una certa distanza da me. Da figlia, questo mi ha spezzato il cuore ma, col senno di poi, penso che fosse un problema generazionale. Penso che i padri di oggi siano molto più a loro agio con la vicinanza fisica con le proprie figlie”. Berest ha spesso parlato della difficoltà di crescere con due genitori “intellettuali”: “Apartenevano a quelli che in Francia chiamiamo i soixante-huitards, la generazione del Sessantotto. Crescere con due persone politicamente impegnate in quegli anni ha creato un tipo di educazione molto particolare. Mia madre, per esempio, non voleva che io e le mie sorelle avessimo le Barbie perché pensava che offrissero una cattiva rappresentazione delle donne. In più, mi sembrava che i miei vivessero un po’ nel loro mondo”.
Un mondo solo di pensiero e di riflessione che ha portato ad effetti pratici paradossali: “Mio padre, per dire, non sapeva guidare la macchina e non sapeva fare niente con le mani. Quando andavamo in vacanza, nella casa che affittavamo c’erano solo libri perché sia lui che mia madre dovevano continuare a lavorare alle loro ricerche. La mia immagine dell’infanzia: pareti ricoperte di libri”. Infine, l’ultima presa di distanza, quella avvenuta dopo la diagnosi di tumore al padre: “All’inizio ero sconvolta. Avevo bisogno di sapere tutto, di fare domande, di dimostrare che ero lì per aiutare e risolvere i problemi, ma loro mi stavano chiedendo una cosa sola: poter attraversare quel momento a modo loro. Quindi, anche se lì per lì l’ho presa male, è stato un momento molto bello, perché ho sentito che i miei genitori dovevano affrontare quella diagnosi da soli, in una sorta di intimità privata”.
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