'Basta Uk'. Scozia, Nord Irlanda e Galles per l'autodeterminazione
"Il tempo di Westminster sta per finire". È il monito lanciato dai capi dei governi locali di Scozia, Irlanda del Nord e Galles che in un vertice a Cardiff hanno siglato un memorandum di sfida alle istituzioni centrali britanniche, invocando "il diritto all'autodeterminazione" sulla base di futuri referendum o altri strumenti legislativi per l'uscita dei rispettivi territori dal Regno Unito. I first minister delle tre nazioni che insieme all'Inghilterra formano il Paese, lo scozzese John Swinney, il gallese Rhun ap Iorwerth, e la nordirlandese Michelle O'Neill, tutti e tre per la prima volta di orientamento indipendentista, hanno messo così nero su bianco i loro propositi.
"Nessun governo di Westminster ha diritto di bloccare la democrazia o di minare il principio secondo cui i nostri popoli dovranno decidere del loro futuro", si legge nel documento, che punta a prendere le distanze da Londra, anche rispetto al passato. Viene dichiarato, infatti, che l'avvenire dei tre territori è "dentro l'Unione Europea", da cui il Regno è uscito con il referendum sulla Brexit del 2016 grazie al voto favorevole della maggioranza degli inglesi (che rappresentano da soli oltre l'80% della popolazione dell'intero Paese) e di una maggioranza più risicata di gallesi, ma solo di una minoranza di scozzesi e nordirlandesi.
L'intenzione comune del vertice 'celtico' è quella di cambiare le regole attualmente in vigore nel Paese, che non permettono la convocazione di referendum o altre forme di iter secessionisti senza il placet di Londra e del governo britannico. Come ha confermato nel 2022 la Corte Suprema, respingendo all'unanimità un ricorso dell'esecutivo locale di Edimburgo. La risposta del premier laburista Andy Burnham, deciso a difendere l'unità del Regno dalle spinte separatiste, non si è fatta attendere.
Un portavoce del primo ministro, colpito in queste ore dal lutto per il padre morto dopo aver sofferto per anni di Alzheimer, ha sottolineato che il Paese è al meglio "quando porta avanti insieme i suoi valori condivisi per risolvere i problemi di tutti invece di dividersi", per poi ribattere ai first minister di concentrarsi sull'"alleggerire le pressioni esercitate dal costo della vita piuttosto che impegnarsi in dibattiti costituzionali o ulteriori referendum". Da parte di Burnham c'è la piena collaborazione sul principio della devolution e sul decentramento dei poteri, priorità del suo mandato iniziato solo lo scorso luglio. Ma di cambiare le regole per decidere il destino del Regno non se ne parla, anche perché dovrebbe essere il Parlamento di Westminster a esprimersi in merito.
British Prime Minister Burnham departs Downing Street for Prime Minister's Questions
Il governo centrale ha comunque ribadito l'impegno a "rispettare scrupolosamente", per quel che riguarda l'Irlanda del Nord, quanto previsto dagli accordi di pace del Venerdì Santo del 1998, arrivati dopo trent'anni di conflitto tra repubblicani e unionisti: una consultazione sulla riunificazione irlandese sotto Dublino solo in presenza di sondaggi costanti favorevoli da parte di una netta maggioranza della popolazione locale. Cosa che, al momento, non risulta.
Del resto, a parte il principio generale dell' autodeterminazione, gli obiettivi perseguiti dai tre leader separatisti sono diversi, nonché le premesse storiche. O'Neill, vice leader dello Sinn Féin, si è presentata all'appuntamento di Cardiff con al fianco la presidente del partito di sinistra radicale e nazionalista, Mary Lou McDonald, affermando che l'intervento del presidente Donald Trump nel corso della visita a Dublino, sulla prospettiva "fantastica" di un'Irlanda unita, dimostra che il dibattito "è più che mai vivo". Ma allo stesso tempo ci sono cautele mostrate dal governo della Repubblica d'Irlanda, oltre al rischio di riaccendere lo scontro con gli unionisti protestanti dopo gli anni sanguinosi dei 'Troubles'.
Mentre la Scozia insiste a invocare una rivincita referendaria a breve dopo la sconfitta secessionista del 2014 e il governo locale gallese esclude invece una consultazione popolare, almeno in questa legislatura, limitandosi ad evocare un tavolo nazionale di confronto sul tema dell'indipendenza, vista come un orizzonte a tempo indeterminato.
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