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Friday, August 28, 2026

Bill Gates è preoccupato dall’intelligenza artificiale: perché per lui il mondo non è pronto

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Bill Gates è preoccupato dall’intelligenza artificiale: perché per lui il mondo non è pronto

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Da ieri gira il mondo come un’enciclica, anche se è solo il post di un blog: Gates Notes, il pulpito di Bill Gates. L’era turbolenta dell’AI è qui e nessuno ha un piano credibile. Il mondo ascolta il Papa; la storia dell’uomo racconta un venditore di tappeti travestiti da innovazione. In Italia il capitolo di spesa sull’AI a scuola è già aperto: formazione, e in quota software.

La riserva esiste perché fuori si caccia. Nessuno recinta ciò che non rende. Vale per gli animali, per le foreste, per i mestieri. Fuori la caccia, dentro la conservazione. Il 26 agosto, su Gates Notes, Bill Gates propone i lavori “Human Reserved”: mestieri che le macchine saprebbero fare, tenuti umani come si tiene intatta una foresta; scuola e salute mentale diventeranno “un mix” di umani e macchine, “con un umano al comando”. Fuori dal recinto: “molti lavori spariranno per sempre”, senza appello, senza colpa, senza ritorno. Il mercato si costruisce prima del criterio che dovrebbe misurarne il beneficio.

La frase decisiva sta nel capitolo fiscale. Gates propone una tassa sui token e sui robot dell’AI per rallentare la fuga dal lavoro umano; ma la vuole “mirata”, per non frenare gli usi “puramente benefici”, “come rendere più economiche la medicina e l’istruzione”.

Chi decide che cosa è un beneficio? Il saggio Bill non lo scrive. Ed è lui stesso ad ammetterlo: “lo stesso strumento che permetterà alle persone di imparare più che mai potrebbe portare molti a imparare di meno”. Una tassa “mirata” non è neutra. Disegna vincitori prima che esista il criterio per misurarli.

Sul lavoro ha cambiato idea, e lo dice: nel 2023 la transizione gli pareva gestibile, oggi si dichiara “sotto shock”. Sulla scuola no: aprile 2023, l’AI assistente del docente “entro diciotto mesi”, e tutor destinati a valere “quanto qualunque umano”, senza scadenza. Comodo. Oggi consegna il “mix con un umano al comando”. La domanda non è quando abbia cambiato idea: è chi controllerà l’infrastruttura da cui il docente “al comando” dovrà farsi assistere.

Al New York Times racconta lo shock davanti a Claude Code, prodotto AI di Anthropic, che programma meglio di lui ma il punto è che il conflitto di interessi lo dichiara lui: fuori dal consiglio Microsoft dal 2020, nel saggio riconosce i legami finanziari con l’industria tecnologica e aggiunge che il piano non dovranno guidarlo le aziende ma un processo democratico. Onesto. Ma la domanda resta: quali imprese beneficerebbero di esenzioni e acquisti pubblici?

E l’Italia? Non è in ritardo sulla poesia: è avanti sulla spesa. Le linee guida per l’AI in classe esistono da un anno, con un parere del Garante pieno di paletti: fuori il riconoscimento delle emozioni, dentro la minimizzazione dei dati, niente profilazione degli studenti. Ma sono paletti che valgono per l’uso, non per l’acquisto: dicono come maneggiare lo strumento, non se e da chi comprarlo. E la spesa è già partita: un decreto dell’autunno scorso, il 219, ha finanziato migliaia di scuole perché formino i docenti all’intelligenza artificiale, con la possibilità di spendere una parte dei fondi in software e applicativi di AI per la didattica.

E il criterio per misurare il beneficio educativo? L’unico che conterebbe non è scritto in nessuno di questi atti. “Un umano al comando”, promette il saggio di Bill Gates. Restano le domande che nessun atto chiude: chi definirà il beneficio, chi venderà lo strumento, chi verificherà che dentro la riserva si impari davvero.

La riserva si popola prima che qualcuno abbia deciso democraticamente che cosa deve crescerci dentro.

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