Ilva, le manovre dei commissari in attesa delle sentenze: cassa integrazione a Salerno e altiforni portati al minimo
La chiusura potrebbe essere dietro l’angolo, questione ormai di ore, e i commissari di Acciaierie d’Italia, la società che gestisce l’Ilva, non sembra abbiano intenzione di farsi trovare impreparati se la Corte d’Appello di Milano dovesse nuovamente ribadire che l’area a caldo deve essere fermata senza attendere il giudizio della Cassazione. Così, da un lato, hanno chiesto la cassa integrazione per la quasi totalità dei dipendenti di AdI Tubiforma, società che opera a Salerno e che rientra nel perimetro dell’azienda, e dall’altro si rincorrono voci di un’attività ormai flebile degli altiforni, con l’avvio delle operazioni per lo spegnimento. Situazioni che allarmano i sindacati, anche perché sono entrambe avvenute al di fuori dell’attuale perimetro di discussione ai tavoli ministeriali.
A infastidire i sindacati è stata in primis la mossa su Tubiforma della triade – Gianluca Quaranta, Davide Tabarelli e Giovanni Fiori – che guida il complesso di società appartenenti ad Acciaierie. I commissari hanno chiesto la cassa integrazione per 38 dei quaranta dipendenti dell’impresa specializzata nella lavorazione dei metalli e nella produzione di manufatti metallici, con uno stabilimento a Salerno, fino al 28 febbraio 2027, visto che gli ammortizzatori sociali concordati in essere sono ormai scaduti. Una decisione inevitabile, a leggere la richiesta di procedura inviata al ministero e ai sindacati: i commissari spiegano che il fermo produttivo “imposto dal provvedimento giudiziale”, cioè la chiusura dell’area a caldo, “comporterà la conseguente impossibilità di alimentazione, almeno fino alla complessiva riorganizzazione produttiva del gruppo, delle attività a valle del ciclo produttivo” degli altoforni. Insomma, con Taranto ferma non ci sarà acciaio per le altre fabbriche con un inevitabile “effetto a cascata”, avvisano.
Il rischio, insomma, è che Salerno sia solo un antipasto di quanto i commissari chiederanno anche per Taranto, Genova, Novi e Racconigi se la Corte d’Appello di Milano dovesse confermare lo stop e la Cassazione non ribalterà tutto il 20 ottobre. Per questo Fim, Fiom e Uilm hanno subito allertato il ministero del Lavoro, la Presidenza del Consiglio e la stessa azienda chiedendo un incontro urgente e ricordando che nell’ultimo incontro a Palazzo Chigi si era concordato che ogni azione sull’assetto occupazionale sarebbe stata discussa solo dopo la pronuncia della Suprema Corte.
Ma i rappresentanti dei lavoratori sono alla prese anche con le azioni che i commissari starebbero mettendo in atto a Taranto. I confederali, insieme all’Usb, hanno scritto ad Acciaierie, alla direzione dello stabilimento e alle risorse umane un faccia a faccia alla luce delle “voci sempre più insistenti” sulla “procedura di abbassamento di carica dell’altoforno 2″, l’unico in marcia, “prevista per l’8 ottobre, con conseguente spegnimento dell’area a caldo”. In sostanza, i commissari avrebbero impostato tutte le misure per interrompere l’alimentazione tra otto giorni, se i giudici non dovesse concedere – come detto – di procedere con la produzione fino al giudizio finale della Cassazione. L’Ilva potrebbe essere ai suoi ultimi sbuffi.
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