Così la “guerra a Hamas” ha favorito l’espansione illegale di Israele. Gaza, Siria e Libano: tra interessi economici e nuove occupazioni
A tre anni dal 7 ottobre 2023, un elemento sembra accomunare i tre teatri, in parte distinti, della politica israeliana, cioè Gaza e i “due sud”, quello del Libano e quello della Siria: la progressiva trasformazione di una necessità militare temporanea in una nuova geografia territoriale. Di uno “stato d’eccezione” in un metodo.
Non sarebbe accurato sostenere che Israele avesse nei propri piani, prima di quel giorno, l’annessione formale dei territori oggi occupati indefinitamente, né che ogni operazione risponda ad un unico disegno prestabilito. È però sensato presumere che, mentre la “guerra contro Hamas” ridefinisce Gaza, quella contro Hezbollah ridisegna il confine nord e quella nei dintorni del Golan estende la porzione occupata dal 1967, si consolidino sul terreno ampie aree sotto controllo militare israeliano prima inesistenti. E che non di rado siano oggetto dei piani esplicitamente coloniali di un settore consistente dell’establishment. Secondo le stime, sono circa 1.000 i chilometri quadrati oggi occupati dalle Idf tra Gaza, Libano e Siria.
A Gaza la trasformazione è particolarmente evidente. Dopo oltre mille giorni di assedio, il dibattito interno in Israele non riguarda più soltanto come impedire a Hamas di tornare a controllare la Striscia. Diversi esponenti del governo hanno parlato del ritorno degli insediamenti. Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha ipotizzato nuovi avamposti nel nord di Gaza, mentre Bezalel Smotrich ha ribadito la necessità di annettere parte della Striscia controllata dall’esercito. Itamar Ben-Gvir ha più volte invocato la completa occupazione e l’emigrazione dei gazawi.
Non si tratta di folklore: in vista del voto del 27 ottobre, il ministro della Sicurezza Nazionale è in crescita nei sondaggi e aspira ai 10 seggi; Smotrich è in calo ma solo per le insidie del competitor Ofer Winter, fondatore di Amcha Israel e con un passato da militare, avendo comandato importanti Unità delle Idf. Winter, che sostiene la rielezione di Netanyahu, ha varie volte sostenuto la totale emigrazione dei gazawi.
Queste formazioni, con le quali flirtano anche elementi del Likud, convergono sull’idea di una Striscia “svuotata”, sulla distruzione delle infrastrutture, sulla presenza militare di Tsahal e sulla normalizzazione dell’idea che la sicurezza israeliana richieda il controllo diretto di territorio altrui. Le immagini satellitari aggiornate da Google Maps danno forma concreta a queste premesse: oltre l’80% degli edifici della Striscia è distrutto o gravemente danneggiato, con aree di vari chilometri quadrati rase al suolo. Cancellate dalla topografia.
Il “modello Gaza”, come noto, viene evocato anche altrove. Nel sud del Libano, Israel Katz aveva annunciato che Israele avrebbe mantenuto una fascia fino al fiume Litani, sottoponendo i villaggi prossimi alla frontiera a demolizioni sul modello di Rafah e Beit Hanoun. Ha inoltre detto che gli sfollati non sarebbero potuti rientrare finché non fosse stata garantita la sicurezza del nord. Promesse mantenute, se è vero che ammontano a circa 1 milione i profughi interni dal sud e che almeno 50 villaggi sono ormai inabitabili o ridotti a cumuli di macerie, come Yaroun, Debbin, Houla, Kfarkila, Aita al shaab, Bint Jbeil e Maroun al ras.
L’inabitabilità, nella strategia israeliana in Libano, è centrale per almeno due ragioni. La prima, legata all’ingegneria demografica, è impedire il ritorno al sud delle comunità sfollate oltre il Litani: perlopiù sciite, base sociale di Hezbollah e, più in generale, “serbatoio” della resistenza locale ai tentativi di occupazione. Il problema, per Israele, non è solo impedire la ricostituzione di infrastrutture militari ma neutralizzare qualunque opposizione concreta alle truppe di Tsahal che nascerebbe anzitutto tra la cittadinanza.
La seconda riguarda lo storico proposito israeliano di cercare “sponde” nella comunità cristiana, sia al sud – non è un caso che villaggi a maggioranza cristiana come Rmeish siano stati parzialmente risparmiati – sia più a nord, dove arrivano in massa gli sfollati sciiti. Per “sponda” si intendono una limitata collaborazione di comunità cristiane impaurite e ricattabili e il sobillamento delle tensioni intracomunitarie, potenzialmente in grado di scuotere la social fabric libanese e isolare quella sciita.
La linea del Litani non è solo una coordinata militare ma da oltre un secolo un punto di riferimento nelle discussioni strategiche israeliane. È la principale risorsa idrica del Libano, essenziale per agricoltura ed energia. L’interesse israeliano per il sud e i corsi d’acqua della regione ha precedenti che risalgono almeno alla prima metà del Novecento e nel 2026 Smotrich ha parlato della necessità che il “nuovo confine israeliano arrivi al Litani”.
Un discorso simile vale per le risorse energetiche: il blocco 8, assegnato a un consorzio comprendente TotalEnergies, Eni e QatarEnergy, si trova nell’area del bacino levantino interessata dalle dispute marittime. Le riserve libanesi non sono una ricchezza accertata, dato che le esplorazioni precedenti non hanno prodotto risultati significativi. Tuttavia, il controllo territoriale e marittimo indebolisce la posizione negoziale di Beirut. Rendere una fascia “inabitabile” non significa necessariamente volerla annettere: può significare creare una buffer zone, impedire il ritorno dei locali, svuotare un’area della sua funzione economico-sociale e renderla militarmente agibile.
In Siria, dopo la caduta di Bashar al-Assad, Israele ha ampliato la propria presenza oltre la linea di separazione del Golan. Nel sud ha consolidato una fascia sotto il proprio controllo e dal 2025 giustificato parte delle operazioni con la necessità di proteggere i drusi di Sweida dalle violenze intercomunitarie. Nel 2025 gli scontri fra drusi, beduini e forze governative siriane hanno stimolato un intervento israeliano e solo il mese scorso Netanyahu ha parlato di “controllo assoluto” dell’area dal monte Hermon al fiume Yarmouk, indicando l’intenzione di mantenervi una “zona di sicurezza”.
Con queste premesse sul campo, è complicato ignorare il contesto ideologico. L’idea di una “Grande Israele” non è una politica ufficiale dello Stato israeliano e non può essere sovrapposta automaticamente alle motivazioni operative dell’esercito, ma non è più neppure soltanto una fantasia marginale.
Il punto, quindi, non è sostenere che esista un’unica cabina di regia, un complotto che guardi contemporaneamente a Gaza, Libano meridionale e sud della Siria, ma osservare come guerre diverse producano una conseguenza politico-geografica comune: l’allargamento dello spazio controllato da Tel Aviv. In tre anni, la sicurezza è diventata la grammatica con cui ridisegnare il territorio: a Gaza significa controllo militare e possibile reinsediamento coloniale; in Libano una fascia spinta verso il Litani, accompagnata dalla distruzione di villaggi, dal blocco dei rientri e dal possibile sfruttamento delle risorse idriche; in Siria una zona cuscinetto sempre più profonda, giustificata anche dalla protezione dei drusi, con cui prendere anche qui controllo delle risorse nelle falde ai piedi del Monte Hermon.
La questione decisiva non sta più nell’attestare le dichiarazioni israeliane sulla volontà di annettere una determinata area, perché una volta che un territorio è stato svuotato, demolito e militarizzato, il confine fra “occupazione temporanea”, “zona di sicurezza” e “annessione” diventa molto più labile.
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