L’Europa in rivolta ha le sue ragioni. Perché stupirsi?
“Ribellarsi è giusto”, diceva il grande Maozedong. E ci aveva visto lungo, dato che la Cina rappresenta oggi di gran lunga lo Stato più evoluto del mondo, scientificamente e tecnologicamente avanzato e al tempo stesso attento alla qualità della vita e ai diritti umani del suo popolo. La rivoluzione vittoriosa con la quale il popolo cinese si è liberato di imperialisti esterni e parassiti interni, è stato un passaggio fondamentale verso la conquista dell’attuale benessere.
Qualcosa di analogo, mutatis mutandis, dovrebbe avvenire con l’Europa. Il nostro continente è stato per oltre cinque secoli l’epicentro dell’espansione del colonialismo occidentale che ha soggiogato e depredato il resto del pianeta, insediando dove possibile, dagli Stati Uniti dei secoli successivi alla. Conquista, al Sudafrica tra le due guerre e ad Israele nell’ultimo dopoguerra, insediamenti di gente culturalmente ad essa simile e quindi affetta dal virus del suprematismo e del razzismo.
Nell’Europa di oggi viviamo una situazione per certi versi rovesciata rispetto a quella appena descritta. Le nuove generazioni meticce che la affollano in misura sempre maggiore costituiscono una vera e propria nemesi storica del colonialismo e hanno ragioni anche specifiche, ad esempio la proterva e immotivata negazione della cittadinanza, per ribellarsi. Ma il malessere riguarda tutti i giovani e la popolazione nel suo complesso. I pazzoidi guerrafondai, von der Leyen in testa, installati a Bruxelles, Parigi, Berlino, Roma, come a suo tempo lo furono Luigi Quattordicesimo e Maria Antonietta a Versailles, non sanno più cosa inventarsi per ottenere la propria riconferma al malfermo timone di un barcone ormai da tempo alla deriva meno controllabile.
Si inventano, letteralmente, che la Russia ci attaccherà nel 2029, nella folle illusione di ottenere in tal modo la rilegittimazione del loro potere in via di esaurimento definitivo, mentre non sanno neanche far fronte in modo adeguato alle disastrose conseguenze delle guerre in essere, quella in Ucraina, scatenata sotto l’egida della Nato a partire dal 2014, ben prima dell’intervento russo, e oggi continuata in proprio, nella velleitaria speranza di approfittarne trovando nell’odio antirusso un collante ideologico. Ovvero quella contro l’Iran, frutto della criminale aggressione di Trump e Netanyahu, nutrita anche qui dall’inesistente prospettiva del cambiamento di regime.
Queste guerre ingiuste e infami, direttamente alimentate dall’Europa con l’invio di armi ovvero con l’esagerato servilismo nei confronti di Trump e Netanyahu, stanno determinando il drastico peggioramento, in tutta Europa, delle condizioni di vita del proletariato e delle classi medie. E potrebbe aprirsi, da un giorno all’altro, il baratro della guerra nucleare, mentre le condizioni dell’ambiente continuano a peggiorare e nuove estati sempre più torride ed ardenti ci aspettano e i benefici dell’economia sono sempre più riservati a ristrette minoranze dí parassiti e speculatori. Ogni giorno, in media, almeno tre lavoratori o lavoratrici vengono macellati sull’altare del profitto (www.operaicidio.it).
Si aggiunga l’inaccettabilità etica e morale del genocidio in atto del popolo palestinese, cui i governanti europei, Italia e Germania in testa, stanno fattivamente contribuendo con l’invio di armi micidiali e la solidarietà politica più piena a Netanyahu e agli altri terroristi e criminali che lo accompagnano.
Perché stupirsi quindi, se i giovani si ribellano? Certo, in assenza di un partito rivoluzionario in grado di indicare e organizzare le più giuste ed opportune forme di lotta, la rivolta può prendere strade sbagliate: dai saccheggi indiscriminati all’ostilità tout-court alle forze dell’ordine, in una logica più da insensata jacquerie sottoproletaria che da rivoluzione sociale organizzata. Per inciso, ai fratelli e sorelle in divisa va come sempre la mia comprensione e solidarietà per dover rischiare la propria incolumità fisica per difendere un governo di servi e incapaci e un sistema disumano, basato sullo sfruttamento e l’ingiustizia strutturale.
Ma le tristi ricette demagogicamente invocate da Meloni, Vannacci & C., dall’indurimento delle sanzioni all’impraticabile baggianata della “remigrazione”, all’uso anticostituzionale delle Forze Armate in ordine pubblico, faranno solo esarcebare ulteriormente la situazione, anche se i “governanti” della destra stentano a capirlo, anche per propri evidenti e insuperabili limiti si ordine antropologico, culturale e intellettuale. L’opposizione, dal canto suo, nonostante il mio vibrante appello ai “gonzi” della settimana scorsa, è ancora a quanto pare ostaggio di Renzi, Gentiloni & C., e non ha ancora formulato un proprio convincente programma di trasformazione sociale che metta al centro le istanze e i desideri di chi, soprattutto i giovani, sta soffrendo oggi in modo sempre più acuto le contraddizioni del sistema che produce privilegi assurdi per pochi, morte e infelicità per la stragrande maggioranza.
Mettere a punto un soggetto politico collettivo in grado di assolvere a questo compito nel fuoco dello scontro politico e sociale costituisce oggi il compito davvero prioritario. Occorre costruire la nuova civiltà dei popoli contro la barbarie del potere. Fondamentale è il ruolo dei lavoratori e lo sciopero dei porti del 30 ottobre costituisce un primo segnale importante contro la guerra e il genocidio, per l’umanità. Altri ne seguiranno.
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