Sì o no al sostegno all’Ucraina? Una domanda trappola che inguaia il campo largo
In psicologia oramai da oltre 60 anni esiste la teoria del “doppio legame” formulata da G. Bateson. Secondo la sua descrizione in varie situazioni della vita una persona riceve due messaggi fra loro contraddittori a cui ha difficoltà a sottrarsi, solitamente uno su un livello di comunicazione verbale e uno non verbale. Qualsiasi risposta il soggetto tenti di dare ai messaggi ricevuti sbaglia in quanto si tratta di una sorta di trappola comunicativa.
Un esempio classico è il datore di lavoro che afferma: “Voglio persone decise che si prendono dei rischi” ma poi è lo stesso datore di lavoro che punisce chi sbaglia. Altro esempio è la madre che chiede al figlio di essere “spontaneo” nelle sue manifestazioni di affetto ma poi si irrigidisce e non lo abbraccia se lui si avvicina.
Esistono anche domande trappola che incastrano il soggetto mettendolo nella situazione di sbagliare sia se risponde in un modo o nell’altro. Un esempio è la richiesta che a volte qualche parente, sotterraneamente invidioso, formula: “Vuoi più bene al papà o alla mamma?” L’unica possibilità è sottrarsi a queste domande e comunicare sulla comunicazione ricevuta, “metacomunicare”, per far emergere l’incongruenza, la pretestuosità e la fallacia del quesito.
Riflettevo su questi costrutti psicologici cercando di comprendere l’impasse e la trappola relazione in cui sta cadendo il cosiddetto campo largo. La domanda trappola in cui si è incuneato è “vuoi o non vuoi proseguire l’appoggio all’Ucraina nella guerra?”. Ogni risposta è errata in quanto se si decidesse di non appoggiare più l’Ucraina si darebbe libertà alla Russia di invaderla. Viceversa se si prosegue sulla fallimentare strada intrapresa di un appoggio a suon di miliardi ogni anno i capi ucraini, pur di avere sovvenzioni che alimentano la corruzione e il loro potere, proseguiranno in una guerra insensata che sta distruggendo il paese e che può sfociare nel conflitto atomico.
Anche la compagine governativa si è trovata in questo dilemma. La risposta fornita, quella di interpretare entrambi i ruoli, un partito per il si e uno per il no all’appoggio alla guerra, non ha portato a sanarla in quanto le decisioni sono necessariamente state prese. Una nuova compagine politica, quella di Vannacci, è nata con – fra i punti di divaricazione fondamentale col governo – il rifiuto della guerra.
Occorre sottrarsi alla domanda trabocchetto sul sì o no alla guerra di appoggio all’Ucraina “metacomunicando”. Non esistono solo due opzioni. Si può trovare il modo di far capire ad entrambi i contendenti che si sono comprese le ragioni del loro conflitto. Quello ucraino per la sopravvivenza dello stato, quello russo per la protezione dei confini dall’espansione Nato e dei popoli di lingua russa di quelle regioni.
A seguito di questa introiezione delle istanze giuste che ognuno ha, le strade di un accordo possono essere molteplici barattando l’abolizione delle sanzioni, che per inciso fanno quasi più male a noi che alla Russia, con minori pretese territoriali. Fermo restando che, purtroppo, quando una guerra è scoppiata occorre accettare il responso del campo di battaglia.
La domanda che pone una insanabile diatriba interna al campo largo e alla destra governativa e movimentista è una domanda senza una risposta che non sia quella di avviare un percorso alternativo al confronto, muro contro muro, che stiamo vedendo.
Occorre lottare e metacomunicare per rifiutare la disumanizzazione dell’avversario, che viene immancabilmente descritto come un orco feroce che non vuole fare alcuna trattativa ma solo uccidere.
Le guerre liberano l’aggressività inconscia dei popoli tenuta a freno durante i periodi di pace. Il capo prende su di sé la responsabilità morale della morte del nemico che viene descritto come non umano. L’individuo, libero dal senso di colpa, può sfogare i suoi istinti primitivi.
Il rifiuto della guerra non è un pacifismo che alcuni definiscono “pacifinto” perché lascia libero l’avversario di invadere. Si tratta del rifiuto della descrizione dell’avversario come un orco senza cervello che deve solo essere distrutto, con cui non è possibile alcun dialogo e che non recederà mai dalla sua intenzione di annientarci.
Solo partendo dall’accettazione che entrambi i contendenti hanno delle ragioni e delle sofferenze si può trovare un percorso di pacificazione.
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