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Friday, October 16, 2026

Interesse nazionale, il generale Cristadoro: "Da bussola dello Stato a etichetta dei leader"

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Da Kissinger a Trump, da Putin a Netanyahu: il generale Nicola Cristadoro, già nell’intelligence militare in Afghanistan, analizza come l’interesse nazionale sia scivolato da bussola strategica degli Stati a etichetta usata dai leader per giustificare le proprie convenienze. Nell’intervista, il gasolio russo comprato da Washington alla vigilia del voto di mid-term, la guerra di Mosca come progetto personale, le falle israeliane prima del 7 ottobre, la nostalgia del comunismo tra gli emigrati dell’Est e la domanda finale: chi custodisce oggi, in Italia, l’interesse del Paese?

1. Un concetto che cambia padrone

Generale, “interesse nazionale” è un’espressione che tutti invocano e nessuno definisce. Nella Sua esperienza, è una bussola che orienta la politica o è diventato un’etichetta che la politica applica a posteriori alle proprie convenienze? Quando si è rotto il rapporto tra le due cose?

Partiamo da una definizione di cosa si debba intendere, anzi, si dovrebbe intendere (uso il condizionale) per “interesse nazionale”. E diamo questa definizione sulla base di presupposti etici, su un piano idealistico/ideale piuttosto che opportunistico/realista. L’interesse nazionale, pertanto, può essere considerato come l’insieme degli obiettivi, dei valori e delle priorità che uno Stato deve perseguire per garantire la sicurezza, il benessere e la prosperità e continuità della propria collettività. È compito dei governi, dunque, definirne i contenuti e orientarlo in base alle circostanze storiche, geopolitiche ed economiche.

La prospettiva appena delineata vede la costante oscillazione di questo concetto in un equilibrio precario tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è nella realtà. Nella domanda viene utilizzata la metafora della “bussola strategica”: uno strumento, quindi, che dovrebbe orientare le scelte dei governi nella direzione del bene collettivo, a prescindere dal loro colore politico. Stiamo parlando della tutela e dell’impiego oculato degli assetti strategici relativi alla sicurezza energetica (tema quanto mai attuale), della salvaguardia del tessuto produttivo in ogni settore commerciale, delle scelte nello stringere alleanze internazionali. Nondimeno, l’interesse non deve essere visto come un capriccio identitario, bensì come uno strumento cogente per muoversi in scenari globali incerti, definendo i margini d’azione e i limiti realistici di un Paese. Questo in un mondo perfetto.

La realtà, al contrario, svilisce il concetto stesso di “interesse nazionale” attribuendogli una funzione strumentale asservita alla politica. Diventa una sorta di etichetta retorica applicata dalla politica per giustificare a posteriori decisioni dettate dalla (propria) convenienza del momento. Spesso i decisori politici compiono scelte dettate da una progettualità a breve termine, coincidente per lo più con la durata del loro mandato, dinamiche elettorali orientate alla ricerca del consenso immediato o pressioni di specifici gruppi di interesse per il supporto elettorale ed economico, per poi nobilitarle con la formula dell’interesse nazionale, al fine di renderle accettabili all’opinione pubblica. Ecco, allora, l’emergere della dicotomia tra morale e realismo politico (realpolitik). Quando l’azione politica risponde solo a criteri autoreferenziali di efficienza o sopravvivenza della classe dirigente, l’invocazione del “bene comune” o dell’interesse nazionale si trasforma facilmente in un espediente per dissimulare interessi privati o di fazione.

2. Dalla Realpolitik al personalismo

Kissinger parlava di equilibrio, di interessi permanenti degli Stati, di continuità oltre i governi. Oggi sembra prevalere l’interesse del leader: la sua sopravvivenza politica, il suo consenso, la sua immagine. È un’evoluzione o una degenerazione? E chi paga il conto quando l’interesse dello Stato coincide con quello di un uomo solo?

Nella domanda precedente abbiamo trattato il tema dell’interesse nazionale con lo sguardo dei governi rivolto, in bene e in male, a politiche collettive; politiche rivolte alla società e alle comunità che costituiscono il corpus di uno Stato. Oggi questo modello appare superato a favore di forme di interesse nazionale che, nella consuetudine dei deliri dittatoriali e assolutisti, arrivano a coincidere con l’interesse della leadership, anzi, del leader in senso stretto. Si riafferma il principio espresso da Luigi XIV con la dichiarazione L’État, c’est moi!, davanti al Parlamento di Parigi per sottolineare l’accentramento di tutti i poteri nelle mani del sovrano e il concetto di monarchia assoluta.

Veniamo a Kissinger, che non era certo un’“anima bella” illusa sulla predestinazione di un mondo in cui l’armonia dettata dai principi di amore e fratellanza fondasse le regole delle relazioni internazionali. Al contrario, era l’alfiere della più pragmatica realpolitik che si possa concepire: per lui la pace non si ottiene con le buone intenzioni o la morale astratta, ma attraverso un equilibrio di forze in cui nessuna nazione è abbastanza forte da imporsi sulle altre. Nonostante un innegabile sostrato di cinismo, tuttavia, sosteneva che l’interesse nazionale non deve coincidere con crociate ideologiche, ma con la salvaguardia della sicurezza dello Stato e la prevenzione di conflitti catastrofici (tema reso ancora più urgente dall’avvento delle armi nucleari). L’“arte della diplomazia” da lui propugnata consiste nel negoziare con gli avversari (come dimostrano l’apertura alla Cina nel 1972 o la distensione (détente) con l’Unione Sovietica), accettando lo status quo e i limiti del proprio potere, per evitare il caos o la guerra totale.

La degenerazione attuale è efficacemente esemplificata in un’elaborazione concettuale di Lucio Caracciolo, che distingue tra Paesi “dominanti” e paesi “dominati”. In passato i primi erano sostanzialmente Stati Uniti e Unione Sovietica/Russia. Oggi sono affiancati dalla Cina, anzi, la Cina è assurta ad un ruolo nettamente superiore a quello della Russia nel novero delle élites di potere a livello globale. Sempre nel modello di Caracciolo, questi Stati si armonizzano in un’entità definita Ordolandia; il resto del mondo è Caoslandia. Un quadro vagamente distopico in cui l’individualismo autocratico dei leader dei paesi “dominanti” – ma anche di altri in numero sempre maggiore – prefigura scenari di richiamo orwelliano, in cui le regole stabilite da Trump, Putin e Xi determinano le sorti di tutto il pianeta. Bisogna distinguere però. Mentre Trump e Putin mettono al centro della politica il proprio ego, Xi si mantiene ancora nel solco dell’assolutismo ideologico del Partito Comunista Cinese, in quanto incarnazione terrena dell’idea stessa del comunismo 2.0 di Pechino, alla stregua del Papa che incarna la figura di Cristo nella dottrina cattolica.

Per rispondere alla seconda parte della domanda, la storia dimostra che quando lo Stato cessa di essere una struttura al servizio della comunità per diventare lo strumento di un singolo individuo, il prezzo più alto viene corrisposto in termini di libertà, tasse, servizi e futuro da coloro che si trovano alla base della piramide sociale. L’impatto più concreto riguarda le risorse pubbliche, che dovrebbero essere destinate al benessere collettivo (sanità, istruzione, infrastrutture) e, invece, vengono spesso deviate per sostenere il consenso del leader, finanziare apparati di controllo o perseguire obiettivi personali e di propaganda. Perfino nella Cina comunista, dove Xi deve misurarsi costantemente con la corruzione capillare dei funzionari del partito a tutti i livelli.

3. Washington, il gasolio e il calendario elettorale

A tre settimane dalle elezioni di mid-term del 3 novembre, Trump annuncia che la Russia fornirà agli Stati Uniti centinaia di migliaia di tonnellate di gasolio, con una licenza temporanea del Tesoro, appena un mese dopo aver firmato sanzioni contro il settore energetico russo. Zelensky l’ha definita un regalo a Putin. Molti la leggono come un’operazione sul prezzo del carburante per recuperare consenso interno. Se è così, siamo davanti a una politica estera dettata dal ciclo elettorale. Quanto è pericoloso per gli Alleati, e per l’Europa in particolare, un partner la cui strategia si misura in sondaggi?

Trump, che non è un politico, ma uno spregiudicato affarista con un ego ipertrofico a livelli patologici, ha abilmente celato il proprio progetto egemonico personale contrabbandandolo per un progetto egemonico statuale sotto lo slogan “America first”. Trovandosi a interagire quale primus inter pares con leader che reggono governi manifestamente dispotici, a differenza dei suoi predecessori ha preso le distanze dai principi che, più o meno ipocritamente, tuttavia hanno guidato le decisioni della Casa Bianca fino ai suoi mandati elettorali. Non prova nemmeno a dissimulare la sua simpatia per i regimi che, a seconda delle convenienze e persino dell’umore, a volte contrasta e a volte appoggia. La sua appartenenza al mondo “libero” emerge prepotentemente quando si tratta di attaccare paesi come il Venezuela e l’Iran, mettendo all’indice i regimi (comunque esecrabili) che li governano. Non mi dilungo sulle ragioni reali. Emerge un po’ meno se si tratta di recuperare consenso interno in vista di un momento delicato quale le elezioni di mid-term, nel frangente di una crisi economica legata ai costi dei carburanti, peraltro da lui determinata con la sconsiderata guerra all’Iran. Il modo grossolano, poi, con cui cerca di addossare la responsabilità dei suoi problemi interni alla resistenza dell’Ucraina contro l’invasione russa, se non fosse tragicamente surreale, farebbe sorridere. Tra l’altro, non si può trascurare il fatto che Trump ragiona per “sfere d’influenza” ed è questo l’unico motivo che può dare una parvenza di “razionalità” (le virgolette sono d’obbligo) alle sue farneticazioni sull’annessione del Canada e della Groenlandia agli Stati Uniti. Per lo stesso motivo non vede nulla di male nella logica del Cremlino di voler “recuperare” i territori dell’“estero vicino” perduti con il crollo dell’Unione Sovietica. In tale prospettiva, non desterebbe meraviglia se, di colpo, decidesse di mollare Taiwan al suo destino in ossequio alle ambizioni cinesi, soprattutto se Pechino fosse disponibile alla cessione di microchip a Washington a prezzi concorrenziali. A questo punto viene da chiedersi quale sia la percezione che ha dell’Europa in tale contesto. Il Vecchio Continente è solo una spina nel fianco (e ho detto “fianco” perché sono un signore, lui avrebbe usato la più colorita espressione a pain in the ass). Un ostacolo alla realizzazione dei suoi piani, in quanto in Europa vigono ancora fastidiose istituzioni e principi che non consentono ad un capo di governo di decidere da solo per tutti e senza contraddittorio. Anche in America accade, ma lui sta facendo di tutto per rimuovere queste fastidiose zavorre concettuali e trova irritante che i governanti europei non seguano pedissequamente il suo esempio per eliminare i “tempi morti” derivanti da inutili iniziative quali la discussione di una legge in parlamento. Bisogna dargli atto che ci ha indotti a una presa di coscienza epocale con cui dobbiamo confrontarci. Sulla scorta di questi personalismi, Trump ha stretto il “patto con il diavolo” Putin per l’acquisto di gasolio da re-immettere sul mercato interno, in deroga alle sanzioni contro Mosca e al sostegno all’Ucraina ieri promesso, oggi revocato, domani chissà. Certamente è una delle persone più inaffidabili con cui si possa avere a che fare ed è grottesco che sia al vertice di uno stato che abbiamo definito “dominante”. Siamo molto lontani dal balance of power perseguito da Henry Kissinger.

4. Putin e l’impero come proprietà personale

Il Cremlino presenta la guerra come difesa dell’interesse russo, mentre l’economia del Paese mostra segni di forte affanno. È ancora interesse nazionale russo, o è il progetto imperiale di un leader che identifica la Russia con sé stesso? E quanto l’imprevedibilità americana gli sta dando l’ossigeno che la sua economia non gli dà?

Per Putin la guerra è un’esigenza di affermazione personale per il mantenimento del potere, come per ogni dittatore che si rispetti. L’interesse per la Russia è pretestuoso. A differenza di Trump, il personalismo di Putin in linea di principio non ha bisogno del consenso, né all’interno della Russia, né all’esterno. O, per lo meno, non lo deve cercare affannosamente. La forma statuale che presiede può fare affidamento all’interno del paese su un apparato repressivo sufficientemente efficace, la Guardia Nazionale, la Rosgvardia, di fatto una sorta di pretoriani del presidente. All’esterno gli avversari sono affrontati con massicce dosi di propaganda che, purtroppo, trova terreno fertile. Una forma di “guerra cognitiva” a tutto campo che mira alle menti degli individui, per colpirne, in realtà, la “pancia”, cioè sollecitare gli istinti irrazionali e i bisogni primari più elementari che guidano l’esistenza di ognuno. Ecco, allora, che in Italia e in Europa non mancano voci pronte a sostenere che se avessimo fatto come Trump, oggi avremmo energia a basso costo. Non si tratta più, però, di un dibattito incentrato sull’interesse nazionale e i partiti che sostengono questa narrazione, a prescindere dal colore politico, sono latori di un messaggio populista che baratta il prezzo del carburante con la sicurezza di un Paese. E questa narrazione influenza pesantemente l’opinione pubblica. Nel nostro paese, in particolare, suona più che mai attuale il detto, attribuito allo storico e diplomatico fiorentino Francesco Guicciardini, “Franza o Spagna, purché se magna!”. Eravamo nel XVI secolo.

A Putin, sempre contrariamente a quanto si può dire del suo nuovo “compagno di merende” Donald Trump, va riconosciuta una certa coerenza che fa di lui un alleato affidabile. Lo ha dimostrato con Assad in Siria, con gli ayatollah iraniani e con il nordcoreano Kim Jong-un, i vecchi “compagni di merende” con cui ha intrattenuto e intrattiene tuttora solidi rapporti in chiave anti-occidentale. Non mi dilungo sui rapporti con la Cina, in quanto il discorso sarebbe lungo e complesso.

5. Israele, il feudo e il 7 ottobre

Anche Israele, secondo molti osservatori, è stato piegato alle esigenze politiche e giudiziarie del suo primo ministro, al punto che i segnali d’allarme prima del 7 ottobre 2023 sono stati sottovalutati. Il 27 ottobre gli israeliani tornano alle urne e Netanyahu si ricandida. Lei, che ha lavorato nell’intelligence militare in Afghanistan, sa quanto conti la catena tra chi raccoglie le informazioni e chi decide: cosa succede a un apparato di sicurezza quando la priorità del vertice politico smette di essere lo Stato? È un rischio che riguarda solo Israele?

Anche Netanyahu ha ridotto Israele a un proprio feudo, considerando che ha trascurato l’intelligence prima del 7 ottobre 2023 per dare priorità ad aspetti e situazioni che gli garantissero un solido consenso interno. Mi riferisco a quanto accadeva e continua ad accadere nei cosiddetti “Territori occupati” e allo “zoccolo duro” del suo elettorato rappresentato dai coloni che occupano quei territori. In generale, quando la priorità del vertice politico cessa di essere la tutela dello Stato e diventa la propria sopravvivenza politica, la conservazione del potere o la tutela di interessi di fazione, un apparato di sicurezza subisce una profonda crisi funzionale e strutturale. Quello che può accadere è che si addivenga al fenomeno della “politicizzazione dell’intelligence”, per cui le informazioni elaborate vengono confezionate in base ai “desideri” notoriamente espressi dalla leadership politica in funzione dei propri obiettivi. La competenza tecnica e il merito vengono subordinati alla fedeltà politica al leader o al partito al governo. Questo indebolisce la catena di comando e riduce la professionalità dei quadri dirigenti. In un sistema sano, gli apparati di sicurezza devono fornire analisi oggettive, anche se sgradite. Quando il vertice politico esige solo rapporti che confermino le proprie narrazioni, gli analisti tendono a censurarsi per evitare ritorsioni. Questo isolamento informativo del leader porta a gravi errori di calcolo strategico. Ma non sembra che sia stato questo che abbia determinato quanto accaduto il 7 ottobre di tre anni fa. Sembra, invece, che Mossad, Shin Bet e Aman abbiano lavorato con la serietà e la professionalità che da sempre li contraddistinguono. La responsabilità dovrebbe essere cercata, come ho detto, nelle priorità stabilite da Netanyahu nei criteri di sicurezza adottati all’epoca sulla Cisgiordania piuttosto che su Gaza.

Tale problematica è riscontrabile non solo in Israele. Il recente dibattito in Israele — dove analisti ed esperti di sicurezza hanno talvolta accusato la leadership politica di anteporre la propria sopravvivenza giudiziaria e coalizionale agli obiettivi strategici di lungo termine — trova paralleli in altre democrazie. Altrove, processi di erosione democratica mostrano dinamiche simili, in cui le agenzie di sicurezza subiscono forti pressioni per allinearsi alla retorica del governo di turno.

6. La nostalgia della miseria stabile

C’è un capitolo poco raccontato: molti immigrati dall’Europa dell’Est rimpiangono i regimi comunisti dei loro Paesi d’origine. Non per la libertà, che non c’era, ma per una stabilità, sia pure nella povertà, che il “sogno europeo” non ha restituito loro. Cosa ci dice questa nostalgia sul fallimento dell’Europa come promessa? E quanto è sfruttabile da chi vuole indebolirla dall’interno?

È interessante considerare il concetto dell’“interesse nazionale” nella prospettiva di un fenomeno particolare: quello del rimpianto per i regimi comunisti esternato dagli immigrati dall’Europa dell’Est nei paesi dell’Europa Occidentale. La mia esperienza, in particolare, mi induce a considerare le voci che, nel tempo, ho raccolto dai numerosi appartenenti alla comunità rumena in Italia con cui, per ragioni personali, ho avuto a che fare.

In generale, le ragioni della “nostalgia del comunismo” sono complesse e non vanno lette come un desiderio di tornare alla dittatura o alla privazione delle libertà personali, bensì come una risposta alle difficoltà della transizione al capitalismo e allo spaesamento dell’emigrazione. In primo luogo, con il venir meno del welfare state comunista, la grande delusione è derivata, sostanzialmente, dal non aver ritrovato sia nei propri paesi d’origine, sia nelle mete dell’emigrazione, un interesse nazionale che garantisse lavoro, casa e servizi di base gratuiti per tutti. Certamente il passaggio al modello capitalista, vissuto anche fisicamente con il fenomeno dell’emigrazione, non ha offerto tout-court le stesse garanzie, agognate tra l’altro come miglioramento e affrancamento dalle condizioni generali di miseria in cui versavano le popolazioni nelle repubbliche socialiste. Attraverso le testimonianze che ho potuto raccogliere in prima persona, la Romania presenta tratti peculiari che rendono questo fenomeno della nostalgia del passato ancora più marcato. I rumeni tendono a ricordare gli anni Sessanta e Settanta come l’età dell’oro dell’industrializzazione e dell’apertura culturale romena. Degli anni Ottanta, poi, idealizzano il successo di Ceaușescu nell’azzeramento del debito estero del Paese, dimentichi del fatto che il dittatore impose privazioni estreme come il razionamento di cibo, elettricità e riscaldamento. Chi oggi rimpiange quel periodo ha anche dimenticato gli orrori della Securitate (la polizia segreta) e la fame degli ultimi anni di regime. La transizione politica in Romania, inoltre, è stata guidata in gran parte da ex quadri di seconda fila del partito comunista riconvertiti al capitalismo. Questo ha generato alti livelli di corruzione percepita e una cronica mancanza di mobilità sociale. Il cittadino comune spesso associa la democrazia odierna al caos e alla corruzione, e il comunismo a un periodo di “ordine e disciplina”. Infine, la Romania ha vissuto una delle più grandi migrazioni in tempo di pace. La lontananza dalla propria patria, dai propri affetti e dalle proprie radici storiche amplifica psicologicamente i ricordi positivi della giovinezza trascorsa sotto il vecchio sistema, filtrando i traumi e lasciando spazio ai ricordi d’infanzia, quando, nell’immaginario collettivo, “tutti avevano lo stretto necessario e nessuno moriva di fame”.

7. Chi custodisce l’interesse nazionale?

Se la politica tende a piegare l’interesse nazionale ai personalismi, chi resta a custodirlo? Le istituzioni permanenti, gli apparati di sicurezza, la diplomazia, i cittadini? E in Italia, concretamente, abbiamo gli strumenti e la cultura per distinguere l’interesse del Paese da quello di chi lo governa pro tempore?

Quando la politica tende a piegare l’interesse nazionale ai personalismi e alle logiche di consenso immediato, la custodia del “bene comune” e della continuità dello Stato ricade su un insieme di istituzioni di garanzia, corpi tecnici e attori sociali che la Costituzione e l’ordinamento giuridico pongono al riparo dal ciclo elettorale. In un sistema democratico, come quello italiano, i principali custodi dell’interesse nazionale possono essere individuati, in primo luogo, nel Presidente della Repubblica, nella Corte Costituzionale e nella Magistratura. Accanto a questi organismi possiamo fare affidamento sulla Pubblica Amministrazione e sulla Diplomazia. Cambiano i governi, ma la macchina amministrativa garantisce che gli impegni internazionali e i servizi essenziali proseguano. Anche le Autorità Indipendenti come la Banca d’Italia, l’Antitrust o l’Anac (Anticorruzione) vigilano su settori strategici ed economici per evitare che l’interesse pubblico venga sacrificato a favore di interessi privati o clientelari. Nondimeno, le Forze Armate, cui mi pregio di appartenere, dovrebbero far parte degli “anticorpi” in grado di garantire la tutela delle libere istituzioni, oltre al compito principale della difesa dei confini. Proprio quest’ultimo aspetto sembra sfuggire al tycoon americano, sempre pronto a svendere l’integrità territoriale altrui in base alle proprie convenienze, mistificando il concetto di “pace” con quello di una resa incondizionata. Sempre a tale proposito, voglio ricordare le parole con cui qualche giorno fa, in un’intervista sul quotidiano La Repubblica, l’Ammiraglio Cavo Dragone ha enunciato il fondamento della Theory of Victory: “Pianificare come difendersi non è mai una provocazione. È il dovere di qualsiasi organizzazione militare responsabile, per assicurarsi che la postura di deterrenza sia credibile”. Storicamente, a causa dell’eredità del fascismo e delle forti divisioni ideologiche della Guerra Fredda, il concetto stesso di “interesse nazionale” è stato a lungo un tabù o è stato assimilato al nazionalismo. Questo ha reso difficile per i cittadini identificare un nucleo di obiettivi condivisi che rimangano validi a prescindere da chi siede a Palazzo Chigi.

Una riflessione conclusiva voglio farla a proposito della conservazione del patrimonio identitario e culturale come valore imprescindibile dell’interesse nazionale. Mi riferisco alla necessità di comprendere la differenza sostanziale tra concetti quali “integrazione” e “assimilazione” quando si parla dei migranti o della loro discendenza sul territorio italiano.

Nella mia carriera ho avuto modo di lavorare a contatto con numerose unità di altre nazioni ed ho potuto constatare come l’eterogeneità etnica di eserciti quali quello statunitense o francese sia resa coesa dalla convinzione di ogni militare di operare sotto la stessa bandiera e per gli stessi ideali condivisi. È quanto sarebbe auspicabile che accadesse nell’ambito della società civile, dove il senso di appartenenza identitario non significa rinnegare le proprie origini, ma certamente accettare le regole della convivenza sociale del nuovo paese in cui si è scelto di trasferirsi. Soprattutto se si ha il vantaggio, perché è a tutti gli effetti un vantaggio, di vivere in una realtà di tolleranza quale è, almeno in linea di principio, quella Occidentale. Non si deve pensare, al contrario, di condizionare o, peggio, adeguare ai propri costumi e al proprio stato di arretratezza culturale maturata sotto i regimi da cui si fugge, gli Stati che danno accoglienza.

Osservo nelle nostre città una pericolosa deriva degli strati più giovani della popolazione ad aderire a modelli decisamente più arretrati e poco civilizzati rispetto al nostro stile di vita. È necessario che coloro che provengono da culture in cui la democratizzazione è vista come un disvalore non cerchino di imporre i propri usi e costumi fondati su strutture claniche e tribali. Sono loro a doversi assimilare al nostro mondo; non siamo noi a dover integrare le loro convinzioni nelle nostre. Questo è un tema importante e una grande sfida nell’ambito del nostro interesse nazionale. Ci vorrà del tempo, ma contrariamente alla mia sfiduciata visione del mondo attuale, penso che possa essere un obiettivo perseguibile a dispetto di un divario culturale ancora troppo profondo. L’importante è che i governi e tutte le istituzioni non si lascino permeare da quel senso di colpa, proprio di certe aree ideologiche squisitamente occidentali, che guarda all’inclusione in una forma che, prima o poi, subdolamente, senza che riusciamo ad accorgercene in tempo, ci vedrà soggiogati da espressioni di uno sciovinismo politico-religioso che non ci appartengono. Siamo noi a dover dare un’opportunità di miglioramento a loro, non essere noi a peggiorare perché incapaci di difendere lo Stato di Diritto. La democrazia non deve essere sinonimo di debolezza.

CHI È NICOLA CRISTADORO

Il Gen. Nicola Cristadoro è un Ufficiale dei Bersaglieri. Ha frequentato il 166esimo Corso dell’Accademia Militare di Modena ed è laureato in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Milano, Scienze Strategiche presso l’Università degli Studi di Torino ed in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università degli Studi di Trieste. Per molti anni ha lavorato nel settore dell’Intelligence e Sicurezza, approfondendo studi in materia di terrorismo e, in ambito più strettamente militare, focalizzando il proprio lavoro sulla dottrina e sull’organizzazione delle Forze Armate Russe. È esperto, inoltre, in materia di Information Operations e PsyOps. Ha pubblicato numerosi articoli e interviste su “Rivista Militare”, “Rassegna dell’Esercito”, “Informazioni Difesa”, “Rivista Italiana Difesa” (RID), “Analisi Difesa”, “Difesa Online”, “Limes”, “Domino”, “Ytali”, “Opinio Juris”. È socio della Società Italiana di Storia Militare ed ha pubblicato sulla Nuova Antologia Militare, curata dalla stessa. Ha scritto diversi saggi, l’ultimo tratta di intelligence: “Intelligence e intelligence Warfare. Manuale per la comprensione dell’attività informativa e del suo ruolo - Guida nella competizione e nei conflitti tra gli Stati”, Ed. Libreria Militare (2026).

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