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Tuesday, September 15, 2026

“Eravamo una comparsa, ora ci rispettano. In Wnba il trattamento è differente”: Costanza Verona e l’exploit dell’Italbasket ai Mondiali femminili

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“Eravamo una comparsa, ora ci rispettano. In Wnba il trattamento è differente”: Costanza Verona e l’exploit dell’Italbasket ai Mondiali femminili

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Quando l’anima trascina il talento, Costanza Verona è la prima ad alzare il livello. Lo ha fatto agli ottavi di finale contro l’Australia e durante tutto il cammino ai Mondiali di Berlino. Punto di riferimento dell’Italbasket femminile, la playmaker siciliana ha condiviso a ilfattoquotidiano.it le emozioni di un gruppo che ha (finalmente) guadagnato il rispetto che merita.

Iniziamo dalla fine. Gli ultimi minuti contro l’Australia: dal -26 a un’impresa sfiorata contro una delle nazionali più forti del mondo per un terzo tempo uscito di tanto così. A mente fredda come si analizza la delusione?
Nell’ultimo quarto abbiamo vissuto un mix di emozioni che sono veramente difficili da spiegare: onestamente io ci ho creduto fino alla fine. Quando sei sotto di oltre 20 punti non è facile continuare ad avere un mindset positivo: ci è voluta l’energia di tutte per cercare di recuperare lo svantaggio. Ovviamente dispiace perché ci credevamo tanto, però torniamo a casa con tante cose belle. Dobbiamo imparare dai nostri errori. Io so di aver dato tutto. Il giorno dopo fa male perché sai che devi tornare a casa, però forse la delusione sul momento scotta di più.

Ci vuole raccontare cosa vi siete dette negli spogliatoi subito dopo la sconfitta?
Nell’immediato post partita non ero negli spogliatoi perché ero impegnata con il controllo antidoping, che è durato più del previsto. Ho ritrovato le mie compagne in hotel direttamente dopo cena: siamo uscite tutte insieme e ci siamo confrontate sugli errori commessi. Prima della nostra partenza non c’eravamo poste un obiettivo minimo: dovevamo pensare partita dopo partita. E così è stato. Anche perché il nostro era un girone di ferro.

Al termine della gara, in conferenza stampa, il ct Capobianco ha speso queste parole nei suoi confronti: “Cocca è una di quelle con cui me la prendo di più, perché penso che possa giocare a un livello incredibile, ancora meglio. Non bisogna avere paura del proprio talento”. Come le commenta queste dichiarazioni?
Ero proprio lì con lui quando ha detto questo. Posso solo parlare bene di lui. Andrea è un allenatore molto preparato e una persona super. A volte ha questi modi particolari di dire quello che pensa, ma so che lo fa per tirare fuori il meglio di noi. Lo fa soprattutto con me perché sa che posso alzare ancora di più il mio livello. Mi trasmette fiducia e questo è fondamentale.

Sente un affetto diverso nei vostri confronti rispetto agli altri anni? Cos’è cambiato secondo lei?
I tifosi ci hanno dimostrato un affetto incredibile: contro gli USA sembrava che giocassimo in casa. Il pubblico era totalmente dalla nostra parte. Il palazzetto era pieno di bandiere italiane. Durante l’inno mi sono venuti i brividi. Fuori dall’hotel c’erano tifosi che volevano una foto o un autografo. Tantissime bambine e ragazze sono venute a Berlino per sostenerci. Le persone si sono davvero appassionate a questa squadra. L’ho percepito anche dai social: abbiamo ricevuto tanti messaggi. Una ragazza di Palermo mi ha scritto dicendomi di essersi emozionata nel vedere la nostra rimonta contro l’Australia. Questo conta più del basket giocato. Va oltre. Abbiamo trasmesso una tale determinazione che ha reso orgogliosi chi ci ha sostenuto.

E secondo me anche le avversarie ora vi rispettano molto più di prima. Non siete più solo una comparsa…
Sì è così. È stato solo il nostro primo Mondiale, ma ora anche le altre nazionali ci guardano con altri occhi: ci rispettano ancora di più rispetto a qualche anno fa. Abbiamo dimostrato di essere una squadra con una vera anima. Abbiamo fatto ricredere tutto il mondo. Torniamo a casa con la consapevolezza di avere tenuto testa alle giocatrici più forti.

Passiamo a lei. Come si è avvicinata a questo mondo? Qual è il suo primo ricordo con un pallone da basket?
Gioco a pallacanestro da quando ne ho ricordo. Mia madre era un’ex giocatrice: mi ha anche allenato. Trascorrevo intere giornate al palazzetto: avevo il mio allenamento, poi stavo sugli spalti per quello di mia sorella. E guardavo anche la prima squadra: tutti si ricordano di quella bambina che giocava con il pallone fuori dal campo. Il basket è un’ossessione per me: è uno sport meraviglioso. Una qualità innata? La determinazione. Ma grazie alla pallacanestro ho imparato a gestire il mio istinto: gli allenatori con cui ho avuto a che fare mi hanno insegnato a dettare i ritmi e a prendere la scelta giusta.

È più complicato emergere o mantenere alta l’asticella?
Ti direi entrambe. Nel senso che per me è stato difficile emergere in questo mondo, ma è altrettanto complicato rimanere a questi livelli. Perché questo è uno sport di squadra, ma allo stesso tempo è competitivo. Non puoi adagiarti. C’è stato un momento della mia carriera in cui, anche dopo aver vinto tanto, mi sono resa conto che avrei dovuto fare ancora di più. Cerco di mantenere sempre un certo equilibrio con me stessa: non mi monto la testa quando le cose vanno bene e non mi butto giù di morale quando le cose vanno male.

Il suo curriculum, fin qui, dice: Verga Palermo, Battipaglia, Torino, GEAS, di nuovo Palermo e GEAS, Schio. E un’esperienza in America con le Dallas Wings. Ecco, in che cosa la WNBA è davvero irraggiungibile in questo momento?
Rispetto all’Europa, la WNBA è un mondo completamente diverso. Il trattamento verso le giocatrici e lo staff è differente: ci sono sempre 15mila persone a vedere le partite. In generale il movimento femminile sta crescendo in tutti i sensi: in America, ormai, le giocatrici sono famose quanto gli atleti dell’NBA. Umanamente è stata un’esperienza speciale: ovviamente spero di tornare. Dallas detiene ancora i miei diritti, quindi potrei avere una seconda opportunità.

C’è una passione nascosta che non conosciamo di Costanza Verona?
Mi piace leggere, soprattutto in questo momento. Durante questi Mondiali ho letto “Circe” e “La Canzone di Achille” di Madeline Miller. Non è una passione nascosta, ma ammetto di essere molto scaramantica. O meglio, mi piace seguire una routine. Ma guai a cambiarla, non sarebbe più la stessa cosa. E ovviamente, non posso stare senza i miei scaldamuscoli lunghi.

Sui social ha dedicato un lungo post a sua zia. Quanto la sente vicino in campo?
Nei momenti difficili penso sempre a lei. È venuta a mancare lo scorso anno, due settimane prima dell’Europeo: sono cresciuta con lei. È stata la mia madrina, mi aiutava a studiare. E non si è mai persa una mia partita. Mi è sempre stata accanto.

Tra due anni arrivano le Olimpiadi: rappresentano un sogno o un’ossessione?
Sogno e obiettivo. Si è creato qualcosa di speciale attorno a questa squadra. E noi dobbiamo continuare su questa strada, perché secondo me possiamo fare grandi cose.

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