Germania, la domenica dell'AfD: l'Est mette alla prova la tenuta di Merz

Domenica la Germania torna alle urne per due elezioni regionali molto diverse e tuttavia strettamente collegate alla crisi della politica nazionale. Si vota in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, il Land dell'Est affacciato sul Baltico, e a Berlino, città-Stato e capitale federale. Nel primo l'AfD è in testa negli ultimi sondaggi, con la SPD di Manuela Schwesig ormai a soli due punti; nella capitale Linke e CDU si contendono il primo posto, con l'AfD stabilmente nelle vicinanze.
Meclemburgo-Pomerania Anteriore: l'ultima diga si chiama Schwesig
Il dato di partenza è l'esito della Sassonia-Anhalt del 6 settembre, dove l'AfD ha sfiorato la maggioranza assoluta con il 43,8%, primo successo in assoluto in un Land. Sulla costa baltica l'INSA fotografa l'AfD al 37% (più del doppio del 16,7% del 2021), l'SPD al 35%, la Linke al 10%, la CDU a un umiliante 7% e i Verdi esattamente sulla soglia. Qui il meccanismo tedesco è decisivo: non serve il 50% dei voti, ma metà dei seggi assegnati fra le liste che superano lo sbarramento. Da cui una sospensione quasi grottesca: se i Verdi restano sopra il 5%, il campo SPD-Linke-Verdi ha i numeri; se scivolano sotto, quei voti evaporano e l'aritmetica si riapre in favore dell'AfD, che però resta priva di partner per via del Brandmauer.
L'elemento che differenzia questo Land dalla Sassonia-Anhalt è personale prima che politico. Manuela Schwesig, premier dal 2017, gode di un gradimento superiore al 60%. Schwesig è di gran lunga la politica più nota dello Stato, anche perché ha avuto capacità di smarcarsi da Berlino pur essendo il suo partito socio minore del governo Merz. È un capitale personale, non trasferibile e non replicabile. Il cancelliere è costretto a fare affidamento su una governatrice di centro-sinistra per tenere fuori l'estrema destra dal governo regional ed allungare la propria sopravvivenza politica.
Il candidato AfD Leif-Erik Holm gioca una partita deliberatamente moderata: nessuna guerra culturale, apertura verbale agli stranieri che lavorano, concentrazione su economia, costo della vita, prezzo dei carburanti in uno Stato rurale dipendente dall'automobile. Il programma, però, resta quello: stop agli ingressi, "remigrazione" dei siriani, polizia di frontiera regionale, centri di detenzione, ritorno al nucleare, abolition della carbon tax, riavvicinamento a Mosca per l'energia a buon mercato. Il paradosso è che si tratta di uno dei Länder con la minore quota di stranieri e con sanità e assistenza agli anziani sorrette da medici e infermieri stranieri: la salienza del tema migratorio è inversamente proporzionale alla sua consistenza materiale.
Anche il settore cantieristico tornato a fiorire, spinto dalla campagna multimiliardaria della Germania per ricostruire le sue forze armate, e un forte settore turistico hanno contribuito a rilanciare un'economia schiacciata negli anni immediatamente successivi alla riunificazione.
Berlino: frammentazione senza vincitore
Nella capitale si vota su tutt'altro asse. Il tema dominante è l'affitto. Elif Eralp (Linke), figura talvolta paragonata a Mamdani, fa campagna chiedendo un tetto ai canoni e l’esproprio dei grandi gruppi immobiliari; Werner Graf (Verdi) converge su una variante della stessa proposta. Di fronte hanno un candidato che rivendica l'austerità come programma: Stefan Evers, assessore alle finanze subentrato d'urgenza come candidato al sindaco Kai Wegner (CDU), costretto a rinunciare alla candidatura per aver mentito sulla gestione del blackout da sabotaggio dello scorso inverno. Eralp ed Evers sono appaiati attorno al 20%, l'AfD di Kristin Brinker al 18% (è il doppio del 2023) ma senza alcuna prospettiva di governo, l'SPD di Steffen Krach in rotta al 12% e per giunta lambito da un'inchiesta su una brutta storia di appalti. Per la CDU la perdita della Capitale dopo un solo mandato sarebbe la seconda ferita della stessa domenica.
Merz: l'erosione e i suoi limiti
È forse un gioco troppo facile, ma è inevitabile che l’imputato numero uno sia il capo del partito nonché cancelliere federale. A livello federale il gradimento di Friedrich Merz è sceso al 14%, ma è precipitato a una cifra sola nell'Est. Un sondaggio INSA registra che il 78% di tedeschi, inclusa una maggioranza dei suoi, non lo ritiene più l'uomo giusto: financo il vice della CDU locale ne ha chiesto le dimissioni. I suoi otto governatori regionali hanno diffuso una dichiarazione di sostegno; a prima vista sembrerebbe un attestato di stima, ma simili dichiarazioni in realtà si producono quando il sostegno ha smesso di essere ovvio. Merz risponde rivendicando il mandato quadriennale e liquidando come illusione l'ipotesi di un governo di minoranza, ma è la stessa sopravvivenza del suo partito ad essere messa in discussione.
Dal 1990 al 1994 la CDU è stata una delle forze dominanti nella costruzione politica dei Länder orientali. Nel 1990, alle prime elezioni del Meclemburgo-Pomerania Anteriore dopo la riunificazione, ottenne il 38,3% dei voti. Oggi i sondaggi la collocano al 7% e rischia di uscire dal parlamento regional. Nel frattempo l'AfD è arrivata a rappresentare non solo il voto di protesta e il malcontento dell'Est, ma a contenderle la sua stessa funzione politica: quella di rappresentare l'elettorato conservatore.
È questo il dato che rende il voto di domenica più importante di quanto suggerisca la dimensione del Land. Non è solo la sopravvivenza di Merz, la questione è se il partito che ha strutturato la Germania post-bellica stia perdendo la capacità di esistere in un'intera metà del Paese.
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