Garlasco, non solo Dna sul pedale. Tutti gli elementi che hanno portato alla condanna di Stasi nonostante le falle della prima indagine
Errori, omissioni, dimenticanze, accertamenti tardivi e indizi sottovalutati. La prima inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi, uccisa nella sua villetta di Garlasco il 13 agosto 2007, fu segnata da una serie di criticità che finirono per pesare sul lungo percorso giudiziario di Alberto Stasi. Criticità che non impedirono alla Cassazione di confermare la condanna a 16 anni “oltre ogni ragionevole dubbio”. Nelle motivazioni della sentenza n. 44324/2013, la Suprema mise in evidenza diverse scorrettezze operative, lacune ed errori commessi nelle prime fasi degli accertamenti parlando di un “andamento delle indagini non fu limpido”.
A motivare il rigetto del ricorso dell’allora difesa non c’era solo il Dna della vittima su almeno uno dei pedali, ma anche altre prove. Le novità sugli esiti negativi di alcuni accertamenti, non depositati, non cambiano il valore “accertato processualmente” del Dna della vittima sul pedale come certificato dal gup di Vigevano Stefano Vitelli che tra l’altro assolse Stasi perché riteneva che fosse impossibile stabilire quando quella traccia genetica fosse finita sul pedale.
Le falle e gli errori
Tra questi, gli accessi al computer di Stasi, definiti “ripetuti e scorretti”, le “scorrette manovre di accesso” al personal computer e l'”inerzia degli inquirenti” nel sequestrare e analizzare tempestivamente la bicicletta nera da donna vista da testimoni davanti alla villetta e riconducibile alla disponibilità della famiglia Stasi. Le criticità erano state evidenziate anche dall’allora sostituta procuratrice generale Laura Barbaini davanti alla Corte d’assise d’appello di Milano. Barbaini aveva comunque chiesto 30 anni per Stasi, contestando l’aggravante della crudeltà, poi esclusa dai giudici.
L’ora della morte e i primi rilievi
Una delle prime difficoltà riguardò l’ora della morte. Il corpo di Chiara non venne pesato perché all’obitorio mancava una bascula, una particolare bilancia. L’orario inizialmente ipotizzato fu quello compreso tra le 10.30 e mezzogiorno, poi anticipato tra le 9.12 e le 9.35. Quando il cadavere venne esaminato, poco dopo le 14, non era ancora comparso il rigor mortis. Anche le impronte digitali della vittima furono rilevate in ritardo: due giorni dopo il funerale il corpo venne riesumato perché nessuno aveva ricordato di effettuare quell’accertamento.
Il problema del tempo attraversò anche gli altri accertamenti. Le fotografie della utilizzate per analizzare l’essiccamento delle macchie di sangue riportavano un orario sfalsato di un’ora, perché impostato sull’ora solare anziché sull’ora legale. Inoltre non erano state considerate le fotografie scattate dal medico legale.
La bicicletta nera
Tra le omissioni più rilevanti c’è quella relativa alla bicicletta nera da donna. Una testimone l’aveva vista appoggiata al muretto della casa dei Poggi intorno alle 9 del mattino, un orario compatibile con la ricostruzione dell’omicidio. La bicicletta della famiglia Stasi fu soltanto visionata da un maresciallo (poi prescritto in Cassazione dopo una condanna per falsa testimonianza, ndr)e non sequestrata perché, secondo quanto riferito, non corrispondeva alla descrizione.
La bicicletta fu sequestrata soltanto nel 2014, sette anni dopo il delitto, nel processo d’appello bis. Nel frattempo si ipotizzò che ci potesse essere stata all’epoca del delitto una sostituzione dei pedali perché le tracce genetiche della vittima non erano state rilevate sui pedali di una bicicletta nera ma su una bordeaux. Emerse inoltre che la famiglia Stasi possedeva un’altra bicicletta nera da donna nella casa al mare. Non furono controllati altri mezzi analoghi appartenenti a persone legate alla vittima.
La Cassazione stigmatizzò quella che nel materiale della sentenza viene indicata come “inerzia degli inquirenti” e definì “la scelta anomala di non sequestrare nell’immediatezza la bicicletta nera da donna della famiglia Stasi” come “stata correttamente individuata come un evento che avuto indubbie ripercussioni negative” sulle indagini. Per la Suprema corte si trattava di un “anello mancante”. Ma la sua assenza non rendeva inutilizzabile il resto del quadro probatorio: nel processo bis i giudici si erano correttamente fatti carico della “mancanza di tale tassello”, valorizzando gli altri elementi.
Il computer: gli accessi che alterarono i dati
Il computer portatile di Stasi rappresentò uno degli elementi centrali per la ricostruzione della mattina del 13 agosto. Fu esaminato senza le cautele previste: non venne effettuata prima una copia del disco rigido. La Cassazione evidenziò “ripetuti e scorretti accessi” e “scorrette manovre di accesso” compiuti dai carabinieri nei giorni successivi alla consegna del computer, con conseguente alterazione e dispersione parziale dei dati. Nel materiale della sentenza viene indicata una perdita potenziale pari al 26,2 per cento dei file. Sul computer risultava attività dalle 9.36 alle 12.20. Per l’accusa, Stasi avrebbe avuto in quella finestra il tempo di uccidere Chiara, allontanarsi, ripulirsi e tornare a casa prima della telefonata al 118 delle 13.49.
La difesa, sostenuta allora dal professor Angelo Giarda, collocava invece l’omicidio tra le 9.30 e le 10.30 e sosteneva che Stasi avesse lavorato al computer fino alle 13.30. La finestra temporale tra le 9.12, quando venne disattivato l’allarme di casa Poggi, e le 9.35, quando risultava la prima accensione del computer di Stasi, divenne così uno degli elementi dell’alibi sottoposti alla valutazione dei giudici. La consulenza dei pm di Pavia, che accusa Andrea Sempio dell’omicidio, ha ampliato di fatto la forbice temporale: un range che non esclude Stasi.
Scarpe, scena del crimine e tracce perdute
Anche le scarpe furono acquisite con ritardo. Le Lacoste color bronzo indossate da Stasi furono sequestrate 19 ore dopo la scoperta del cadavere, insieme ad altre cinque paia (tutte scarpe pulite o come nuove come testimoniato recentemente da un carabiniere del Ris), ma i militari dell’Arma presero soltanto quelle consegnate dal giovane. Successivamente una negoziante riferì alla trasmissione Porta a Porta che Stasi aveva acquistato nel maggio 2007 un paio di scarpe numero 42, di marca Geox o Frau, che non risultavano tra quelle consegnate e che era stata sentita da alcuni ispettori, ma questo elemento non entrò nel processo d’appello bis. Era stato però già accertato nel processo di primo grado in abbreviato che un paio di Frau 42, modello estivo, era compatibile con quello indossato dall’assassino, che aveva lasciato impronte con suola a pallini sul pavimento insanguinato.
Anche la scena del crimine fu compromessa da modalità di intervento poco rigorose. Nella villetta entrarono 25 persone tra inquirenti, medici legali e necrofori senza i calzari previsti. Delle 17 impronte digitali complete repertate, sei appartenevano a tre ufficiali dei carabinieri che non avevano indossato i guanti. Un’altra traccia venne persa durante le operazioni: sul pigiama, all’altezza della spalla, erano state individuate le impronte di quattro dita insanguinate, ritenute dell’aggressore. Rimasero soltanto nelle fotografie perché il cadavere venne rivoltato sul pavimento cosparso di sangue.
Per Barbaini, pubblica accusa nel processo d’appello bis, quelle impronte dimostravano che l’aggressore aveva “sollevato il corpo per gettarlo lungo le scale” e furono “cancellate” dalle manovre compiute successivamente. L’accusa le aveva incrociate con le impronte delle scarpe lasciate sul tappetino del bagno e con le impronte di Stasi mischiate al Dna di Chiara trovate sul dispenser del sapone.
Il capello, le unghie e i graffi
Nella mano sinistra di Chiara fu trovato un capello più chiaro e corto degli altri, con bulbo. Fu l’unico per il quale non venne tentata l’estrazione del Dna mitocondriale. Quando il perito intervenne, anni dopo, non riuscì a ottenere risultati perché il reperto era degradato. Analogo problema per i margini ungueali. Non furono analizzati con il metodo “a lavaggio”, più sensibile. Sette anni dopo, nel processo d’appello bis, il perito riuscì a isolare un cromosoma Y, maschile, ma non un profilo completo perché i reperti erano ormai degradati.
Il tema sarebbe tornato al centro della nuova inchiesta della procura di Pavia, con un confronto tra esperti sull’utilizzabilità dei reperti e sulla natura del Dna attribuito ad Andrea Sempio. Nel recente incidente probatorio, chiesto dalla procura di Pavia, l’esito è stato che il Dna non è attribuibile con certezza ad Andrea Sempio. La perita della Polizia scientifica, Denise Albani nominata dalla gip, aveva chiarito che “misto, incompleto e non attribuibile”.
Persino i graffi notati sull’avambraccio sinistro di Stasi non furono adeguatamente documentati. Due brigadieri li videro, decisero di fotografarli, ma poi non lo fecero. Non furono mostrati a un medico legale e nessuna domanda su quei segni venne verbalizzata. Nel corso dell’incidente probatorio del processo di primo grado, quello davanti al gup Vitelli, il perito escluse però che ci fosse stata colluttazione tra l’assassino e la vittima.
L’officina, la casa e le fotografie scomparse
L’officina del padre di Stasi non fu perquisita. Soltanto 40 giorni dopo i carabinieri scoprirono che era dotata di un sistema d’allarme, ma la centralina aveva già cancellato e sovrascritto le registrazioni del 13 agosto. La casa venne perquisita una settimana dopo il delitto e senza utilizzare il luminol. Anche la documentazione fotografica presentò lacune: la procura generale, controllando gli atti sequestrati, non trovò più 41 fotografie di Stasi con gli amici, conservate negli archivi della caserma dei carabinieri di Vigevano. Secondo l’accusa avrebbero potuto essere utili per stabilire quali scarpe indossasse.
L’arma
Le ricerche dell’arma del delitto, ipotizzata come un martello, iniziarono nei boschi e nei fossi della zona soltanto 15 giorni dopo l’omicidio e non portarono a risultati. La natura certa dell’oggetto utilizzato per uccidere Chiara è quindi rimasta ignota. La Cassazione descrisse comunque l’aggressione come “un rapido susseguirsi di colpi di martello al capo della vittima, sferrati all’ingresso dell’abitazione, con rabbia ed emotività”. A tutt’oggi l’arma non è stata trovata.
Gli indizi e l’errore della valutazione “atomistica”
La sentenza n. 44324/2013 individuò, accanto alle carenze investigative, un problema nel modo in cui i giudici di merito, che avevano assolto l’imputato, avevano valutato gli elementi a carico di Stasi. Gli indizi comprendevano l’impronta di Stasi sul dispenser del sapone, il Dna di Chiara sui pedali della bicicletta “Umberto Dei” al centro delle polemiche di questi giorni, la bicicletta nera vista davanti alla casa, la finestra temporale tra le 9.12 e le 9.35, l’assenza di tracce ematiche sulle scarpe e sulla scena compatibili con il percorso dichiarato da Stasi, le modalità della telefonata al 118 e le sue prime dichiarazioni, oltre agli elementi relativi ai rapporti della coppia e al materiale informatico presente sul computer.
Secondo la Suprema corte, la Corte d’appello aveva valutato questi elementi in modo “atomistico”, cioè separatamente, mentre la legge impone un esame globale e unitario del quadro indiziario.
La Cassazione censurò anche la sperimentazione “semivirtuale” sul percorso compiuto da Stasi nella casa, ritenendola incompleta perché non aveva simulato la discesa dei due gradini della cantina né le operazioni necessarie per aprire la porta a soffietto. Tra gli elementi non adeguatamente valutati vi era inoltre la relazione dei Carabinieri del 16 agosto 2007, secondo cui Stasi, arrivato in caserma, aveva parlato di un presunto “incidente domestico” o malore prima che arrivassero i soccorsi e che la scena fosse verificata. Furono inoltre sottovalutate, secondo la Cassazione, alcune incongruenze nel racconto di Stasi sulla scoperta del cadavere, sui tentativi telefonici e sulla finestra temporale dell’alibi.
Le scarpe e il percorso
Tra gli elementi che hanno contribuito alla condanna di Alberto Stasi uno dei più rilevanti riguarda le sue scarpe e il percorso compiuto all’interno della villetta di Garlasco. L’allora studente raccontò di essere entrato in casa la mattina del 13 agosto 2007, di aver trovato il corpo della fidanzata e di aver attraversato gli ambienti per raggiungerla. Eppure, nonostante la presenza di numerose tracce di sangue sul pavimento, le suole delle sue scarpe risultarono pulite. È la cosiddetta prova del camminamento, uno degli aspetti centrali del ragionamento accusatorio: secondo la ricostruzione accolta in sede giudiziaria, quella circostanza era incompatibile con il percorso descritto dall’imputato. Le valutazioni tecniche sulla possibilità di attraversare la scena senza contaminare le calzature hanno avuto un peso significativo nel processo, il perito stabilì che ci fosse una percentuale quasi vicina allo zero che non si sporcasse le scarpe. Calzature pulite come del resto il tappetino della Golf con cui il 24enne disse di aver raggiunto la villetta di via Pascoli.
Un altro punto controverso ha riguardato la ricostruzione degli orari e l’attività informatica di Stasi. L’imputato ha sostenuto di essere rimasto a casa a lavorare alla propria tesi di laurea nella mattina del delitto. Le analisi dei computer hanno esaminato l’attività dei dispositivi nella fascia oraria ritenuta compatibile con l’omicidio, collocato tra le 9.12 e le 10. Tuttavia, i dati informatici, da soli, non consentono di stabilire con certezza dove si trovasse una persona in ogni momento: il loro valore probatorio dipende dalla ricostruzione complessiva delle attività registrate e dalla loro compatibilità con gli altri elementi dell’indagine. Tra gli altri elementi figura un’impronta digitale dell’indice destro di Stasi sul dispenser del sapone liquido presente nel bagno della villetta.
Stasi a verbale parlò di Chiara dicendo di aver visto il viso pulito. Il volto della ragazza era completamente insanguinato e quindi, per i giudici, quello era stato il racconto dell’aggressore non dello scopritore del corpo. Un qualcuno “illogico, falso e incongruo“.
La bocciatura delle ipotesi alternative
La Cassazione intervenne anche sul modo in cui erano state formulate alcune ricostruzioni alternative. Per spiegare l’assenza di segni di effrazione o di furto, i giudici di merito avevano ipotizzato, tra le altre cose, l’ingresso di un ladro o di un rapinatore occasionale mentre Chiara faceva uscire il gatto. La Suprema corte censurò questo ragionamento perché un’ipotesi alternativa non può fondarsi su pure congetture prive di riscontro negli atti. Il confronto tra l’accusa e le possibili ricostruzioni alternative doveva quindi essere condotto sulla base degli elementi concretamente acquisiti. La storia processuale di Garlasco resta così segnata da due dati che non si escludono a vicenda: da una parte, una prima attività investigativa caratterizzata da omissioni, errori e accertamenti tardivi; dall’altra, una condanna definitiva fondata, secondo i giudici, sulla valutazione globale degli elementi probatori disponibili.
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