Detersivi vietati in condominio per una inquilina malata di vasculite autoimmune associata a sensibilità chimica multipla. Ma il Consiglio di Stato dà ragione ai vicini che hanno fatto ricorso
Dopo oltre dieci anni di scontri, la vicenda del palazzo barese in cui erano banditi detersivi, vernici e ammorbidenti profumati cambia direzione. Con un parere della sua prima sezione, il Consiglio di Stato ha dato ragione al condominio. Il ricorso contro l’ordinanza sindacale “va accolto, perché mancano i presupposti di necessità e urgenza su cui quel provvedimento si reggeva”. Lo riporta La Repubblica.
La storia nasce dal caso di un’inquilina del centro di Bari, che soffre di una vasculite autoimmune associata a sensibilità chimica multipla. Per proteggerla, un’ordinanza del 2012, firmata quando a Palazzo di Città sedeva Michele Emiliano, aveva imposto limiti all’uso di alcune sostanze nelle parti comuni dell’edificio.
Negli anni il rapporto con i vicini si era fatto sempre più teso, fino ad approdare in sede penale. La donna aveva segnalato che sul pianerottolo venivano lasciati rifiuti, cartoni, buste e stracci imbevuti di disinfettante e riteneva violata l’ordinanza. Il procedimento a carico di due condomini e dell’amministratore è stato però archiviato. La donna ha allora cambiato strada. A luglio ha ottenuto dal Tribunale civile un decreto d’urgenza che vietava l’uso delle sostanze indicate e chiedeva al palazzo di adottare un protocollo di pulizia compatibile con quei divieti.
Ora arriva la pronuncia dei giudici amministrativi, che non mette in dubbio la malattia. Palazzo Spada riconosce che la patologia c’è ed è seria, ma sposta il discorso sullo strumento scelto. Un’ordinanza del sindaco non può trasformarsi in un mezzo per sciogliere i contenziosi tra privati. Perché sia legittima, la situazione da proteggere deve andare oltre i confini della lite tra vicini. Deve inoltre essere così grave e urgente da non poter essere affrontata con i normali rimedi giudiziari. Altrimenti, osserva il collegio, il provvedimento finirebbe per funzionare come un arbitrato imposto dall’alto.
“Il punto, – sottolineano i giudici, – non riguarda il valore del diritto alla salute né la fondatezza della richiesta. Riguarda l’adeguatezza del mezzo e il rispetto del principio di legalità“.
Il parere indica anche le strade che la donna aveva a disposizione. Poteva rivolgersi al giudice civile, anche con procedura d’urgenza, e alla Asl, per ottenere misure cautelari a tutela della propria salute. A pesare sul giudizio c’è poi un dettaglio temporale: l’ordinanza, emanata anni fa, sarebbe rimasta di fatto ferma fino all’arrivo di nuovi condomini e all’avvio di lavori di manutenzione. Questo, per il Consiglio di Stato, dimostra che “l’urgenza non c’era”.
La decisione non chiude la partita sul piano civile. Il decreto del Tribunale segue un percorso autonomo e resta da vedere quali effetti avrà, alla luce delle motivazioni appena depositate.
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