“Ogni giorno parto alle 3:30 di mattina, poi vado al lavoro in ferramenta. Le gambe erano due blocchi di marmo, piangevo dal male”: così Aristide Polla ha corso 650 km in 195 ore
Alle 3:30 del mattino Aristide Polla è già in strada. Non perché debba aprire il negozio di ferramenta dove lavora come commesso, ma perché prima di andare al lavoro ci sono due ore da correre. È così che si è preparato a un’impresa che, a raccontarla, sembra quasi impossibile: 650 chilometri, 44mila metri di dislivello e 195 ore di gara. Polla, classe 1975, di Porte di Rendena, in Trentino, ha completato la SwissPeaks Odyssey, una delle prove di ultra trail più dure al mondo.
Un’impresa costruita lontano dai riflettori, incastrando allenamenti, lavoro e famiglia: “Ogni giorno parto da casa alle 3:30 di mattina e faccio un paio d’ore di corsa prima di andare al lavoro”, ha raccontato al Corriere del Trentino. Non c’è vero e proprio professionismo dietro questa storia, ma la testardaggine di chi ha scelto di alzare l’asticella un passo alla volta: “Di solito corro con uno zaino pesante fino a 10 chili per mettere forza sulle gambe, mentre due volte alla settimana uso i pesi”.
L’ultra trail, per Polla, è diventato molto più di uno sport. È una ricerca personale che passa attraverso la fatica, la solitudine dei sentieri e quei momenti in cui il corpo sembra chiedere di fermarsi: “Quando si macinano così tanti chilometri a contatto con la natura si arriva a un livello spirituale quasi primordiale, altrimenti irraggiungibile”. La sensazione più forte l’ha provata sul colle della Forclaz, davanti alla vista di un ghiacciaio: “Lì ho visto uno scorcio favoloso”.
Per arrivare in fondo non basta correre. Bisogna imparare a dormire poco, mangiare continuamente e soprattutto convivere con un corpo che, giorno dopo giorno, presenta il conto. Per questo durante la SwissPeaks Polla ricorreva ai micro-sonni: “Ne facevo da 4/5 minuti per ritrovare la concentrazione e recuperare energie in breve tempo”. Prima della partenza aveva aumentato carboidrati, grassi e proteine. Poi, una volta iniziata la gara, l’obiettivo era mangiare il più possibile. “Si consuma talmente tanto che è impossibile immagazzinare tutto ciò che si brucia”, ha spiegato. “Anche cinque fette di polenta vanno giù senza nemmeno accorgersene“.
Alla fine sono spariti quasi sette chili, “soprattutto di massa muscolare”, ha specificato. Il momento più difficile è arrivato verso il sesto giorno, quando le gambe si sono gonfiate per la ritenzione idrica: “Erano come due blocchi di marmo”. Una salita che oggi affronterebbe con il sorriso, in quel momento gli sembrava l’Everest: “Ogni minuto dovevo fermarmi e massaggiarmi, è stata un’ora e mezza di sofferenza pura e piangevo dal male”. Fermarsi definitivamente, però, non era un’opzione: “Volevo arrivare in fondo a ogni costo”.
Aristide ha scoperto l’ultra trail “circa 7/8 anni fa”, quando la moglie Eva lo convinse a partecipare alla prima gara. Da allora non ha più smesso: “Ho una grande passione per la montagna, mi piace stare nei boschi da solo e sono sempre andato a correre lungo i sentieri vicino casa”. Oggi dice di cercare qualcosa che il risultato, da solo, non può raccontare: “Sono il primo avversario di me stesso”. E quando arriva al traguardo non pensa al tempo o alla classifica: “Per me non conta il risultato finale, ma quanto mi sento soddisfatto di me stesso”.
In mezzo ci sono anche i sacrifici, soprattutto il tempo sottratto alla famiglia. Ma Eva e i figli Angelica, cinque anni, e Gabriele, tredici, “sono i miei primi tifosi”. Con la moglie ha condiviso gli ultimi 500 metri della SwissPeaks Odyssey: “È stato un momento magico”. Ai figli, dice, vorrebbe lasciare soprattutto una lezione: per raggiungere un obiettivo bisogna essere disposti a fare fatica. Così, dopo 650 chilometri, 44mila metri di dislivello e 195 ore, Aristide Polla ha realizzato “il sogno di una vita”.
KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.