“Ad Amici ero fuori contesto per tutto, ho mostrato il mio lato più iracondo. Per un periodo ho mangiato solo cibo spazzatura e in tv c’era la guerra: la mia generazione subisce tanto. L’ansia mi ha bloccata, ora mi sento una rockstar”: parla Lil Jolie
“La paura della paura è difficile da superare, ma non puoi avere timore di qualcosa che non è ancora successo”. Lil Jolie ha imparato a vivere nel presente. A uscire dalla gabbia della propria testa e liberarsi di pensieri intrusivi e paranoie. Stare bene con se stessa perché l’altro, “sia in amicizia che in amore, non deve essere un bisogno, ma un arricchimento”, spiega a FqMagazine. Una delle consapevolezze da cui è nato il suo nuovo disco “Luoghi Comuni”, uscito il 18 settembre. Un progetto frutto di una crescita personale e artistica, passata prima dalla 23esima edizione di Amici di Maria De Filippi e poi dalle Nuove Proposte a Sanremo 2025, in coppia con Vale LP.
Ma al talent di Canale 5 Angela Ciancio (vero nome dell’artista), classe 2000 e originaria di Caserta, si è sentita un po’ una pecora nera: “Ero fuori contesto per tutto. Forse sono troppo eccentrica, esuberante. Non riesco a stare zitta o sotto le telecamere 24 ore su 24. Probabilmente lì ho mostrato il mio lato più iracondo”. Quando poi è uscita, confessa, ha riscoperto i rapporti umani e “cercato di conservare gli affetti più profondi. Ho legato tantissimo con le persone che con cui sono cresciuta, pur non abitando più nello stesso posto”.
Dall’Ariston, invece, “mi sono portata dietro un’esperienza incredibile, che non ho metabolizzato subito. Quando ero lì, non stavo capendo niente di quello che stava succedendo. Avevo bisogno di mettere quelle emozioni in dei cassetti che non ero pronta ad aprire”. Adesso, con il nuovo album, ha messo almeno la mano sulla maniglia di quegli scompartimenti. E sta cercando di scoprire cosa c’è dentro per trovare il suo posto nel mondo.
I “Luoghi comuni” del disco sono posti di aggregazione, ma anche cliché della società. Perché questo titolo?
Ci sono arrivata dopo un grande brainstorming. Prima, avevo scelto di chiamare l’album “Risonanze”. Poi, però, mi sono detta che era un nome troppo borghese. “Luoghi comuni” è un disco che parla tanto di collettività ed empatia. Per me il luogo comune è il posto dove tante persone sentono la stessa cosa. L’espressione ha un duplice significato, ma io la intendo così. Secondo me ho azzeccato il titolo.
Quando è uscito il singolo “Per averti” l’hai descritto come “un rifugio in un mondo di guerra, cibo spazzatura e brutta politica”. Perché?
È un brano che parla tanto d’amore, ma anche di politica e luoghi comuni sulla mia generazione che, secondo me, subisce tanto. Io ho passato un periodo in cui non mi andava di cucinare, mangiavo solo cibo spazzatura e in televisione c’era la guerra. E poi c’è la politica che non mi piace, tante cose che preferirei non vedere e non sapere. Mi fa male essere passiva nei confronti di ciò che di brutto succede. Mi sento inerme, un ago in un pagliaio, come se qualsiasi cosa faccia non fosse utile a cambiare la situazione. Ho scritto questa canzone per coccolarmi e trovare un rifugio.
C’è un modo, secondo te, per evitare di subire il mondo in cui viviamo?
Dovremmo riunirci in gruppo e fare la rivoluzione. Se tutti ci svegliassimo e scendessimo in piazza, potremmo cambiare qualcosa. Per come stanno le cose adesso, non credo sia possibile. Da questo punto di vista sono un po’ disillusa.
A proposito del disco, su Instagram hai scritto che “alcune cose le ho avute, altre le ho perse, altre non ho capito se le voglio davvero”. Sei riuscita a fare un po’ di ordine?
Nella vita ho lasciato andare tante cose, ho pensato di volerne altre e poi in realtà non era vero. Su alcune situazioni ho bisogno di sbatterci la testa, devo stare vicino al muro finché non me la rompo e capisco che devo voltare pagina. Il disco è nato da questa riflessione perché per anni mi sono sentita bloccata da qualcosa o qualcuno.
Come ti sei liberata?
Ho scelto di essere me stessa, con i miei difetti: il lato empatico e dolce e quello un po’ folle. Ho smesso di rincorrere l’altro, le aspettative e il peso del successo. Mi sono accettata, quindi ho detto “Caz*o, accettatemi pure voi”. Ho finito di stare alle regole degli altri.
In “Destini infelici” parli del confine tra adolescenza ed età adulta. Cosa, per te, ha segnato questo passaggio?
In primis perdere. In generale, come concetto. La crescita mi ha aiutato a capire che da sola esisto. E quando sto bene sola, mi trovo anche con gli altri. Prima mi legavo tantissimo a qualcuno perché da sola mi sentivo sbagliata. Poi ho fatto un viaggio dentro di me e ho capito che la mia identità è la cosa più bella.
“Ludopatia, ho giocato tanto e ho perso astrologia”. Che significato dai a questo verso di “Passaporti e caramelle”?
Non so se si direbbe, ma sono appassionata di astrologia, vado spesso a fami leggere la carta astrale, mi azzecco un po’ a quello che dice l’oroscopo su di me. Sono lo stereotipo dell’ariete.
E la ludopatia?
Volevo porre la luce su un luogo comune del sud. Da noi non c’è niente, la gente non ha modo di guardare oltre e si rifugia in attività in cui non dovrebbe cadere come il gioco e tanti altri vizi. Però è la mia terra e non mi andava di raccontarla solo come un posto dove trascorrere le vacanze. C’è un altro lato della medaglia ed è forse il motivo per cui noi giovani ce ne andiamo, ma anche la ragione per cui stiamo male quando ci allontaniamo.
Vorresti tornare in Campania prima o poi?
Sicuramente, so che il mio futuro non è Milano.
Nell’album, “Sophie” parla di salute mentale e di trovare il proprio posto nel mondo. Tu hai trovato il tuo?
Ci sto lavorando. Mi sono fatta un mazzo per riuscire a decostruirmi e allontanarmi da alcune dinamiche della mia testa, la mia psicologa dice che sono stata brava.
Da cosa ti sei liberata?
Molti pensieri intrusivi, somatizzazioni, paranoie. Sono riuscita a non ricadere più negli stessi loop. Ci vuole impegno, quando ci sei dentro non riesci a uscire. Un esempio: i miei amici mi dicevano di prendere l’auto e guidare ma non ce la facevo. Non so cosa mi sia successo, ora comunque va meglio.
In “Metallo” ci sono riferimenti a una vita trascorsa sul limite. Dove sta secondo te il confine tra libertà e fragilità?
La mia fragilità mi ha imposto tanti limiti, da quando ho imparato a gestirla mi sono anche voluta divertire. Per tanto tempo sono stata bloccata dall’ansia. Quando l’ho superata mi sono spinta oltre limiti che non pensavo di riuscire a oltrepassare. È stato costruttivo. Ovviamente ci sono limiti e limiti, ma ero tanto chiusa nella mia testa e aprire questa porta è stato bello. Sembro spocchiosa, ma mi sono sentita fiorire. Ora mi sento una caz*o di rockstar.
Nel disco c’è anche la cover di “Gomma” dei Baustelle. Perché hai scelto di cantare questo brano?
È una canzone che mi emoziona molto. Mi fa tornare agli anni del liceo, che ho frequentato in provincia, dove sembrava tutto enorme, una montagna da scalare. Ero e sono una ragazza sognatrice, che vive nel suo mondo. Alcune montagne le ho attraversate e, a quella ragazzina di 16 anni, mi sento di dire che sognare non era niente di che.
“Quando hai successo non lo senti, quando non ce l’hai pensi di averlo. Il mondo funziona sulla delusione” è la frase che chiude il disco. Perché questa visione?
È una frase della moglie di Dario Mangiaracina (produttore, ndr), una outro bellissima. Ha ragione, concordo con lei e l’ho voluta inserire. Cosa sono il successo e il fallimento? Sono due domande che mi pongo tutti i giorni quando mi sveglio, da un po’ di tempo a questa parte. Ancora non ho trovato la risposta, ma credo che smetterò di chiedermelo.
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