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Wednesday, October 28, 2026

Elena Di Cioccio: "In Signora Volpe 3 la mia brigadiera non ha neanche il pigiama"

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Dal 28 ottobre Elena Di Cioccio torna su Sky Investigation e NOW nella terza stagione di Signora Volpe, con Emilia Fox. Nell'intervista racconta la brigadiera Roberta Barzini, il provino a colpi di «brum brum» e le marmellate regalate al cast. Poi il set di Piove con Paolo Strippoli, lo spirito rock degli esordi e la comicità dal vivo. Dopo ProPositiva 2.0, l'attrice sperimenta nuovi monologhi e cerca altri personaggi: tra i registi con cui sogna di lavorare ci sono Paolo Sorrentino, Sydney Sibilia e Matteo Rovere

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«Io è un altro», scriveva Arthur Rimbaud nella primavera del 1871. Ecco, se Elena Di Cioccio fosse un cocktail, sarebbe un drink allergico alla ricetta fissa, capace di cambiare bicchiere e guarnizione a seconda del bancone su cui viene servito. La ricetta la sveleremo in chiusura. Prima, conviene ascoltarla.

Da mercoledì 28 ottobre, alle 21.15 su Sky Investigation e in streaming su NOW, arriva la terza stagione di Signora Volpe, la serie crime con protagonista Emilia Fox, con la regia di David Evans e ancora una volta l'Umbria a fare da cornice, tra il borgo di Panicale affacciato sul Trasimeno, Perugia e Magione. Dopo il rapimento che concludeva la stagione precedente, l'ex spia britannica Sylvia Fox si ritrova di nuovo tra i delitti, dall'omicidio del proprietario di un'azienda vinicola alla misteriosa morte di un giovane trovato nel letto di una potente coppia dell'alta società. Accanto a lei e al capitano dei Carabinieri Giovanni Riva (Giovanni Cirfiera) torna la brigadiera Roberta Barzini di Elena Di Cioccio. L'abbiamo raggiunta al telefono

Cortesy of Acorn tv Route24 Cattleya : Photographer Moris Puccio

Signora Volpe 3: Elena Di Cioccio e la brigadiera Barzini

Nella terza stagione di Signora Volpe la ritroviamo nei panni della brigadiera Roberta Barzini, entrata nella serie con la seconda. Che cosa ha scoperto tornando a interpretarla?

Il personaggio non è cambiato, è uno dei personaggi monolitici della serie. Roberta Barzini incarna la lealtà, il senso di giustizia. Nonostante i modi un po' asciutti ha un grande cuore, è affettuosa a modo suo: vuole bene alla comunità e questo suo voler bene si traduce nel servirla al meglio possibile. Così come vuole bene al capitano Riva: lo stima, è proprio il suo capitano. C'è sempre un buono e un cattivo, e lei è quella operativa. Infatti è contenta che il capitano abbia finalmente trovato l'amore, perché nella stagione precedente l'aveva visto friggere per questa donna.

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Cortesy of Acorn tv Route24 Cattleya . Photographer Stefano Montesi

Una divisa l'aveva già indossata in Squadra mobile. Che differenza c'è?

Era un personaggio completamente diverso, anche se stranamente aveva lo stesso nome: Roberta Cruciani. Aveva una storia interiore molto tragica, non riusciva a diventare madre, aveva perso dei figli, e cercava di anestetizzarsi con il lavoro. Roberta Barzini invece è una donna che ha già vissuto un pezzo di vita e ha trovato nella divisa la sua sublimazione: come faccio a prendermi cura degli altri, con il mio carattere e il mio desiderio di operatività? Attraverso la divisa e il senso di giustizia. E poi c'è una cosa della Barzini che adoro: ha un solo abito. Di solito per un personaggio ci sono dei cambi, delle opzioni. Per lei no, c'è solo la divisa, perché lei è l'uniforme. Non ha neanche il pigiama. Rappresenta la legge, ma anche il punto di vista dello spettatore: è la testimone di tutte le dinamiche, sta sempre in mezzo, osserva, percepisce, scopre prima.

Cortesy of Acorn tv Route24 Cattleya: Photographer Moris Puccio

Emilia Fox e le marmellate sul set di Signora Volpe

Ha portato qualcosa di suo sul set, un'idea, una battuta?

Tendenzialmente no, perché David Evans e le sceneggiatrici sono di una bravura estrema, erano sempre sul set e c'è sempre stato un lavoro di squadra. Quello che arrivava era già perfetto così. Sulle frasi in italiano, rispetto a come erano state tradotte, ognuno ha potuto modificare le proprie, sempre in accordo con il regista. Sulla parte inglese, ovviamente, è meno facile.

Recitare in un'altra lingua cambia il suo modo di lavorare?

Per assurdo, in inglese è molto più semplice. Un'altra lingua ti porta a scoprire modalità espressive diverse. E non hanno mai preteso il british accent: a loro piace sentire l'inglese parlato da un italiano. Sull'italiano, invece, abbiamo potuto cucirci le battute addosso. Io ho lavorato molto per asciugare la Barzini, perché lei osserva, pensa ed è fattiva: non si perde nelle parole.

La serie evita lo stereotipo dell'italiano che gesticola, e anche quella luce arancione che c'è sempre quando gli americani girano in Italia.

La direttrice della fotografia è bravissima. È vero, quando girano in Italia tendono a fare tutto un po' arancione, un po' rosa, come se fossimo a Marrakech. Qualche piccolo cliché c'è, ma mi piace: è una serie internazionale e all'estero hanno voglia di vedere certe immagini. Abbiamo girato un episodio in cui un ragazzo bellissimo viene trovato ucciso, e io giro per il paese con la sua fotografia in mano, cercando indizi. E passiamo per il mercato: caciotte, prosciutti, salame, frutta, fiori. E mai un pesce, neanche a cercarlo. Fosse un mercato giapponese, ci sarebbero solo ostriche e gamberi.

C'è una giornata di riprese che ricorda con particolare affetto?

Una giornata bellissima in piazza, dove abbiamo girato diverse scene dell'omicidio, con due location una di fronte all'altra. Con David Evans non si improvvisa niente: è un regista spettacolare, meticoloso e preciso. Sul set c'è un rito: prova di battute, secondo giro, messa in scena con la troupe che guarda, via gli attori, si costruisce la scena e si gira. Se hai un'idea, la proponi prima. Quel giorno però ha cambiato il piano di regia, perché i due spazi avevano una sinergia nella narrazione. Abbiamo fatto dei piani sequenza, abbiamo creato insieme delle dinamiche. Ed era una piazza meravigliosa, con una luce stupenda e la gente intorno che guardava senza disturbare. Abbiamo girato anche in posti pazzeschi nel Lazio: Anguillara, il lago di Bracciano, Nepi.

Con chi ha legato di più nel cast?

Con Emilia e con Giovanni. Con Giovanni Cirfiera abbiamo girato praticamente tutto insieme, ore e ore in macchina nei tempi morti, tanto che tra noi abbiamo inventato uno spin-off, la versione comica e buffa della serie. Emilia Fox è una persona da cui imparare tanto: le attrici inglesi hanno la precisione degli orologi e non mollano mai. Non avevo mai visto una prima attrice restare sul set dall'inizio alla fine, anche quando non è di scena. Continua a provare finché non arriva il suo primo piano e anche in controscena cesella ogni minima cosa. Vederla lavorare è uno spettacolo. E poi è simpatica, ci facciamo un sacco di risate. A tutti ho regalato le marmellate che faccio con le mie mani: regalare del cibo agli inglesi, la marmellata fatta in Italia, ti giuro. Io sono entrata in punta di piedi nella seconda stagione e il personaggio è cresciuto molto in questa terza.

Il provino di Signora Volpe: vestita di blu e un «brum brum»

Come è arrivata la Barzini? Che cosa ha pensato quando le hanno proposto il personaggio?

Ho fatto il provino ed è stato divertentissimo. Capita spesso che ci siano azioni difficili da rendere, tipo arrivare in macchina, fare il dialogo, scendere. Mi ero vestita tutta di blu, perché è più vicino alla divisa. Faccio finta di salire in macchina, apro lo sportello, la battuta finiva lì. Poi guardo la produttrice e faccio brum brum brum. Lei è scoppiata a ridere e mi ha detto: sei tu. Poi sono arrivate sul set le sceneggiatrici, inglesissime, e ci hanno portato un regalo: a me le candele profumate di Harrods. È talmente bello lavorare su un set dove ogni ingranaggio fa parte del racconto, con rispetto reciproco e divertimento. Davanti a David Evans, che ha Downton Abbey nel curriculum, il primo giorno un po' di timore ce l'avevo. Poi un giorno è arrivato e mi ha detto: brava, è bello lavorare con te. E mi sono sciolta come una candelina di Natale.

Piove, Paolo Strippoli e la corsa agli Oscar con L'estranea

Nel 2022 Di Cioccio era nel cast di Piove, il primo film firmato in solitaria da Paolo Strippoli, oggi scelto per rappresentare l'Italia nella corsa all'Oscar per il miglior film internazionale con L'estranea (la shortlist dei quindici titoli sarà annunciata il 15 dicembre).

Lei ha lavorato in Piove, e oggi Paolo Strippoli è in corsa per gli Oscar con L'estranea. Che ricordo ha di quel set?

Era sbalorditivo vederlo lavorare. Così giovane, con le idee così chiare su quello che voleva: ogni inquadratura era un quadro, e Piove aveva tantissime scene iconiche per luci, aspetto, scenografia. È super meticoloso, sa esattamente cosa vuole e come lo vuole, non improvvisa niente. E soprattutto è magnetico: attorno a sé vedi tutti, attori, produttori, sceneggiatori, seguire la sua visione. Fare un horror come Piove in Italia era una sfida. Questa è la dimostrazione che bisogna saper riconoscere il talento nei giovani artisti, e rischiare un pochettino.

Che indicazioni le dava sul set?

Mi diceva: c'è poco spazio, ma quello spazio deve essere perfetto. Nella mia ultima scena finivo morta con la testa dentro il water. Mi ha chiesto: ti dispiace se ti lascio nuda? Nessun problema. Mai avrei pensato che a quasi cinquant'anni arrivasse un regista a spogliarmi: a venti non era mai capitato. È preciso su ogni cosa. Non c'è il va bene lo stesso: voleva il fumo che usciva dal lavandino esattamente in quel modo, perché la scena doveva uscire così.

Un water, un lavandino, un filo di fumo: dove altri vedono sanitari, Strippoli vede l'altare del perturbante.

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©Laila Pozzo

Lo spirito rock di Elena Di Cioccio: buttarsi, sempre

Ha cominciato cantando rock nei club milanesi, anche nei panni di Paul Stanley in una tribute band dei Kiss. Che cosa le è rimasto di quella palestra quando va in scena?

Lo spirito rock significa intanto buttarsi. Ti devi un po' sentire la rockstar, altrimenti non ti metti al centro della scena, anche se il tuo ruolo è microscopico. Quello te lo porti dietro. E poi il rock'n'roll è terra, è sporco, è viaggio: devi conservare la natura artigianale di quello che fai. Ti siedi a vedere un gruppo come gli Aerosmith, che suonano in una maniera impressionante, suonano, cantano: quello è rock'n'roll. Tutto il resto, vabbè.

Dopo ProPositiva 2.0, la stand-up e il monologo sul water giapponese

Nel 2023, con il libro autobiografico Cattivo sangue (Vallardi), Elena Di Cioccio ha scelto di raccontare pubblicamente di essere sieropositiva. Da quell'esperienza sono nati gli spettacoli Finalmente libera e il monologo comico ProPositiva 2.0, che ora ha messo da parte.

Il rischio era finire incasellata, in quello che lei chiama l'effetto Mariah Carey: come la popstar che ogni anno viene «scongelata» per Natale, lei veniva cercata ogni primo dicembre, nella Giornata mondiale contro l'Aids, per parlare sempre e solo di quello. «Dall'anno scorso il primo dicembre non faccio più niente, nemmeno le interviste», racconta. «Sto scrivendo uno spettacolo nuovo e ricomincio, tra virgolette, da zero».

Tra cinema, radio, scrittura e palco, qual è oggi il campo in cui ha più voglia di mettersi in gioco?

Continuo a fare esperimenti di stand-up e di comicità dal vivo, perché è la cosa che in questo momento mi dà una libertà e una goduria impressionanti. Non so se riuscirò a fare un altro spettacolo, perché lo spettacolo lo fai se qualcuno ti viene a vedere, ma sto investendo su questo. E adesso torno sul set di Kostas, per circa un mese e mezzo.

Come sta lavorando ai nuovi testi comici?

Sono partita da una storia fortissima da raccontare e, stupidamente, mi aspettavo un riscontro diverso. Ho visto tanti stand-up comedian parlare di cose molto forti e pensavo che, se riesci a parlare di questo, puoi parlare di tutto. Non è successo per niente. Mi aspettavo una risposta più umana, che sul lavoro accadesse qualcosa in più. Abbiamo fatto una ventina di date, un sacco di cose, ma non c'è stato verso: tutti vogliono sentire la mia storia. Mi hanno proposto di fare uno spettacolo per raccontare la mia storia triste. Così ho fatto centomila passi indietro. Io sono più una monologhista che una stand-up comedian, una classica monologhista che fa le battute. Adesso racconto il qui e ora, quello che sono diventata: ho 52 anni, sono single, senza figli, una signora non benestante a cui però non manca niente. Il prototipo del buon partito per tutti i ventenni sudamericani e fuorisede che vivono in quindici in un garage a Garbagnate. Scherzi, ma è vero: il mondo si è ribaltato. Poi c'è il pezzo su quando da giovane ero una crocerossina che andava a salvare gli uomini, e il monologo sul water giapponese, che è un'esperienza mistica.

Quale è, oggi, la difficoltà più grande sul palco?

La durata. Di solito i pezzi comici devono durare sette minuti, anche se vuoi proporti in televisione, e io faccio ancora fatica a starci: tendo a fare un racconto unico, passo da una cosa all'altra. È quello che sto cercando di imparare meglio. Adesso sto provando insieme due pezzi, proprio quello della crocerossina e quello sul water giapponese.

Del resto, con Perfect Days Wim Wenders ha trovato la poesia perfino nei bagni pubblici di Tokyo.

Come è cambiata la sua vita, e quanto conta ancora il rock'n'roll?

La sintesi è questa: la mia vita è finalmente diventata talmente elastica, talmente vasta, che posso passare dal red carpet di un festival del cinema a Cesano Maderno, su una pedana di un metro per un metro, a parlare del water giapponese. Passo serenamente dai provini e dai set ai locali dove provo i pezzi.

C'è un regista con cui le piacerebbe lavorare?

Paolo Sorrentino, prima di tutto. E poi registi come Sydney Sibilia e Matteo Rovere, che non ho mai incrociato. Ci sono tante cose che vorrei fare. Quando scrivono che sono poliedrica è perché ho fatto tante cose, ma in realtà sono veramente quella cosa lì.

Se Elena Di Cioccio fosse un cocktail

Torniamo al bancone, come promesso. Se Elena Di Cioccio fosse un cocktail si chiamerebbe Brum Brum, in omaggio al provino che le ha aperto le porte di Panicale. La base è il Breakfast Martini, la creazione con cui Salvatore Calabrese, nel 1996, portò la marmellata d'arancia dentro la coppa da cocktail, ma con un cucchiaino di marmellata fatta in casa, di quelle che si regalano agli inglesi rischiando l'incidente diplomatico. Poi gin London dry, per la complicità britannica di Signora Volpe; succo di limone e un tocco di triple sec; qualche goccia di bitter milanese, per i club rock in cui tutto è cominciato. Si shakera forte, con energia da batterista, e si serve in coppa ghiacciata. Il tocco finale è una scorza di yuzu, agrume giapponese, omaggio al monologo sul water più mistico del pianeta. Il sapore? Dolce in apertura, amaro quanto basta, con una chiusa agrumata che pizzica. Io è un altro, diceva Rimbaud. E a ogni sorso, Elena pure. Prosit.

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