Nadia von Jacobi riparte con Soleo: "La musica che facciamo non è nostra ma degli altri"

C'è un balcone, una chitarra e una giornata di sole alla fine dell'inverno all'origine di Soleo, il nuovo singolo con cui la cantautrice italo-tedesca Nadia von Jacobi inaugura il proprio progetto solista.
Un brano nato quasi per caso, senza alcun tipo di premeditazione, e diventato poi qualcosa di più di una semplice canzone: Soleo si è tramutato in una riflessione sulla difficoltà di relazionarsi, sulla solitudine, sulle tracce lasciate dal passato e sulla possibilità di tornare ad abitare pienamente il presente.
Disponibile dal 18 settembre 2026 per ADA Music Italy, il singolo apre un nuovo capitolo nella carriera di una cantautrice che ha costruito il proprio percorso attraversando lingue, Paesi e mondi musicali differenti.
Di padre tedesco e madre italiana, nata e cresciuta in Germania, Nadia von Jacobi si trasferisce da sola in Italia a sedici anni grazie a una borsa di studio. Aveva iniziato a suonare la chitarra appena due anni prima, componendo già i primi brani. Da allora la musica si intreccia con una vita fatta di spostamenti e incontri: Portogallo, Sud America, Galapagos, Mongolia, Azerbaijan sono alcune delle tappe di un'esperienza che entra progressivamente anche nella sua scrittura.
Una carriera tra viaggi e musica
Il viaggio è una componente centrale della formazione artistica di Nadia von Jacobi: le esperienze vissute nelle varie parti del mondo che negli anni ha toccato entrano nella sua scrittura e nel suo modo di osservare le persone e i luoghi.
La sua identità musicale si costruisce soprattutto dal vivo, tra Italia, Londra e Vienna. Con il collettivo Nadia & the Rabbits pubblica Noblesse Oblique, album realizzato tra Stati Uniti, Vienna, Milano e lo studio Esagono di Modena, con il contributo di musicisti provenienti da diversi Paesi.
Tra le esperienze più significative c'è anche quella con Biagio Antonacci: su suo invito, la cantautrice scrive una versione in tedesco di Se io se lei e la canta con lui a San Siro.
Ma a un certo punto sceglie di allontanarsi dai palchi, senza però smettere di scrivere e comporre. È un periodo dedicato ai viaggi e alla ricerca di una nuova direzione. Da questa fase - come ci racconterà nell'intervista che segue - nasce il progetto solista, nel quale trovano maggiore spazio la scrittura in italiano, la strumentazione analogica e il pop contemporaneo.
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Soleo, il presente dopo il passato
Il nuovo singolo nasce da una difficoltà nel relazionarsi con l'altro. Il sole diventa una presenza simbolica capace di interrompere il flusso dei pensieri e riportare l'attenzione sul presente. Le ferite del passato non vengono cancellate, ma smettono di occupare tutto lo spazio, lasciando posto alla possibilità di riconoscere ciò che già c'è.
Soleo rappresenta così il primo passo del nuovo percorso da solista di Nadia Von Jacobi. Dopo il singolo arriveranno altri cinque brani, alcuni in italiano e altri in inglese, distribuiti da ADA, in vista della pubblicazione dell'intero album.
Abbiamo incontrato Nadia von Jacobi per chiederle come è nata questa nuova fase del suo percorso artistico e cosa si profila all'orizzonte. Ecco cosa la cantautrice ha raccontato ai microfoni di Sky TG24.
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L'intervista a Nadia von Jacobi
Con Soleo inauguri il tuo progetto solista. Dopo tanti anni di musica, collaborazioni e palchi in Italia e all'estero, che cosa senti di poter raccontare oggi attraverso la tua musica che prima non riuscivi a esprimere?
Oggi riesco finalmente a scrivere anche in italiano, e cerco di non mettere filtri tra ciò che sento e ciò che canto. Mi esprimevo anche prima, ma ora ho cose nuove da dire – ho raccolto sensazioni, parole, esperienze di vita nuove e diverse, che ora restituisco.
Soleo nasce da una difficoltà nel relazionarsi con l'altro e dalla sensazione di trovare nel sole una presenza capace di colmare quella distanza. Come si è trasformata questa esperienza in una canzone?
È iniziato tutto su un balcone molto squallido sul quale, con una chitarra in mano, cercavo qualcosa che sfumasse i pensieri che mi tormentavano. Era una giornata di sole, a fine inverno. La canzone è arrivata così, con il suo giro, il suo ritornello, come se fossi solo un tramite di qualcosa che voleva semplicemente prendere la forma di una canzone. Ci sono tornata sopra, però, e ho lentamente ascoltato meglio cosa quel pezzo cercava di cogliere.
Nel brano c'è un passaggio importante: smettere di trattenere ciò che appartiene al passato per tornare a fare spazio al presente. È una consapevolezza che hai raggiunto nella tua vita o è arrivata mentre scrivevi la canzone?
La canzone ha insinuato un dubbio che, inizialmente, non aveva ancora una forma concreta o consapevole. Quando ho scritto Soleo pensavo di essere semplicemente metereopatica – come tanti altri. Poi, con il tempo, ho capito che il sole sulla pelle faceva qualcosa di particolare – scioglieva quella presa che i pensieri avevano sulla mia mente, facendomi vivere l'istante. Soleo è una metafora, il sole diventa un amante ideale – ma non rimanda a un uomo reale. Piuttosto è una presenza che fa bene – perché ci connette a noi stessi e quindi al presente.
Sei nata e cresciuta in Germania, ti sei trasferita giovanissima in Italia e hai poi vissuto e viaggiato in Paesi molto diversi, dal Portogallo alla Mongolia. Quanto questi luoghi hanno influenzato il tuo modo di scrivere e di guardare il mondo?
Molto! Tutto in me è il riflesso dei passi fatti nella polvere del deserto o dell'Amazzonia in cui hanno deforestato, dei cieli stellati che mi hanno accolto in giro per il mondo. Il viaggio ha rappresentato per me una liberazione da modi di pensare e da limiti che – necessariamente – ci portiamo dall'adolescenza nell'età adulta. Questi luoghi mi hanno fatto capire che tutto è possibile, e quanto sia simile, in fondo, la matrice umana, a prescindere da dove viviamo, cosa facciamo o quanti soldi abbiamo.
Hai scritto e cantato in più lingue e oggi scegli sempre di più l'italiano. Che cosa cambia nella tua scrittura quando utilizzi questa lingua per raccontare le tue emozioni?
L'italiano non è una lingua semplice per la scrittura. Ci sono molti riferimenti, un archivio di frasi e metafore già usate da autori e poeti indimenticabili. Per me la lingua italiana ha però dei connotati di spontaneità e di immediatezza che mi attirano – oltre ad avere una grande musicalità, riconosciuta da tutto il mondo. Forse, dopo molti anni trascorsi in Italia, mi sento più italiana e riesco finalmente a esprimermi anche in italiano.
Nelle tue canzoni cerchi parole dirette e sincere, lontane da qualsiasi forma di artificio. Quanto è difficile, oggi, essere davvero autentici quando si scrive e si canta di emozioni personali?
Nel mio caso l'autenticità è l'unica strada che mi ha mai interessato percorrere. Scrivere e comporre nascono da un'esigenza interna, quindi assolvono il loro compito se catturano qualcosa di vero che sento trasformandolo in altro – che vive anche al di fuori di me. È sicuramente difficile esporsi, mettere a nudo la propria anima, perché significa rendere visibile qualcosa di intimo e accettare anche lo sguardo degli altri. Ma scelgo di fidarmi.
Hai vissuto esperienze molto diverse, dal percorso internazionale con Nadia & the Rabbits al duetto con Biagio Antonacci a San Siro. Quale esperienza ha cambiato maggiormente il tuo modo di intendere la musica e il rapporto con il pubblico?
New Orleans mi ha fatto capire cosa significa mettere la musica al centro di ogni cosa. Suonare e vivere là è stata un'esperienza molto formativa – quando suoni due concerti al giorno portandoti tutta l'attrezzatura in giro in bici… diventi un musicista di battaglia, diciamo – ogni fatica o difficoltà si relativizza. A San Siro, quando ho iniziato a cantare – voce e chitarra – una versione tedesca di Se io, se lei scritta da me, inizialmente mi sembrava di essere nel mio soggiorno. Era l'effetto delle cuffie in-ear: creavano una bolla per la quale non sembrava neanche di essere lì, in quel grande stadio. Poi, quando sono arrivata al ritornello, d'improvviso decine di migliaia di persone hanno iniziato a cantare – loro in italiano, mentre io continuavo in tedesco, in un duetto bilingue assurdo. Nel momento in cui la voce di tutte quelle persone ha sfondato la bolla in cui mi trovavo è cambiato qualcosa in me. Ho capito che la musica che facciamo non è nostra, ma degli altri.
A un certo punto hai scelto di allontanarti dai palchi e di dedicarti maggiormente ai viaggi e alla scrittura. Che cosa cercavi in quel periodo e che cosa hai ritrovato quando hai deciso di tornare alla musica?
Cercavo un nuovo capitolo di vita. L'esperienza con Nadia & the Rabbits voleva essere un'ode alla libertà assoluta, all'era d'oro della nostra vita. Poi mi sono sentita incatenata dagli obblighi e dalle responsabilità. Non capivo più chi fossi, se non potevo essere totalmente libera. Di fatto, non ho mai smesso di scrivere e comporre. Ma non ero convinta – della me che stavo diventando. Ho avuto bisogno di tempo per ritrovarmi. Dopo aver lasciato indietro alcune versioni di me, ora mi sento coesa e compatta. E sono di nuovo pronta a dare.
La tua musica mette insieme scrittura d'autore, strumentazione analogica e pop contemporaneo. Quanto è importante per te trovare un equilibrio tra la dimensione più intima delle parole e quella sonora?
È fondamentale. Nessuna parola funziona per me se non sposa esattamente il suono che serve per farla arrivare. È proprio una questione di vibrazione interna, lo senti se il sound va bene o no. Poi ci possono essere diversi sound per lo stesso testo – alcuni funzionano, altri no.
Soleo rappresenta l'inizio di un nuovo capitolo, parlaci dei tuoi progetti futuri.
Ora usciranno cinque singoli distribuiti da ADA, parte di Warner Music Group con l'etichetta Ghandi. Alcuni saranno in italiano, altri in inglese. Il percorso dei singoli ci aiuterà a capire il momento giusto per pubblicare l'intero album.
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