NBA Freestyle | LeBron James non ha voglia di scherzare a Philadelphia: sta in un universo a parte. Ma la star dei Sixers non è lui
La stella dei Sixers si chiama Tyrese Mexey
Solo due partite, tanto basta per capire che LeBron James non ha voglia di scherzare a Philadelphia. Una media di oltre 15 punti, quasi 10 rimbalzi e 6 assist. Andate a vedervi le cifre a fine carriera di alcune tra le più longeve star del passato. Si, gente di “poco conto” tipo Karl Malone, Vince Carter o Patrick Ewing. Il Prescelto sta in universo a parte, non solo per le cifre. Anche per condizione atletica e intensità di gioco. Anche Jaylen Brown non è partito male, nonostante incastri e gerarchie abbiano ancora bisogno di tempo per acquisire fluidità e automatismi. Joel Embiid? È sembrato rassicurantemente in forma. A rimbalzo può dare sicuramente di più (come cantava qualcuno…), ma le ginocchia sono quelle che sono. Tuttavia, al momento, non sembra esserci discussione alcuna, la stella della squadra è un certo Tyres Maxey. E da queste fasi iniziali, i compagni di squadra sembrano anche averlo accettato di buon grado.
Talento irreale, guardia tiratrice “elettrica e veloce”. Fate conto un Robert Pack (esplosivo playmaker di Denver degli anni ’90) che corre alla velocità del suono palla in mano per tutto il campo, solo che Maxey ha una completezza offensiva degna di un Mitch Richmond nel picco di carriera. Nel ha messi 32 nella rimonta di stanotte contro Cleveland. Ne aveva segnati 28 nella serata di apertura contro New York. Sempre il miglior marcatore dei suoi. Somiglia sinistramente ad Allen “The Answer” Iverson per velocità sul primo passo, capacità di superare il difensore dal palleggio, abilità nel segnare in traffico. Fisico scolpito nel granito, grande esplosività, pazzesca velocità di base, eccezionale palleggio. Una superstar fatta e finita. Tyrese “The Second Answer” Maxey?
Ottimo esordio, ma con sconfitta, per Paul George
I Celtics hanno perso contro i Detroit Pistons nella prima gara di stagione. Ma Paul George, dopo anni in cui ha spesso arrancato (causa anche frequenti guai fisici), è parso davvero tirato a lucido. Ed è un’ottima notizia per Boston, anche perché sopperire alla dipartita di uno del calibro di Jaylen Brown non è certo la cosa più semplice del mondo. Nella serata di apertura, George ha segnato ben 38 punti, record per un esordio in maglia bianco verde, con un’interpretazione del gioco dal perimetro di livello “Ray Allen”. Per lui 7 su 12 da tre e la sensazione di poter trovare la retina tutte le volte che alzava il braccio dopo uno scarico di un compagno.
Le primavere, ben 36, non sono più così poche e non si può certo sperare che ritorni l’iradiddio che era in maglia Indiana Pacers. Tuttavia, se rimane sano, Paul George può essere particolarmente efficace nella filosofia offensiva di coach Mazulla, alleggerire le spalle di Tatum e White in attacco, garantire un altro punto di riferimento che può essere decisivo quando conta per davvero. Sarà in grado di far dimenticare ciò che Brown faceva in campo? No, quello no. Intanto, dovrebbe iniziare a non farlo rimpiangere. Compito complesso.
Cunningham: il ritorno di Gran Hill?
Ricorda molto Grant Hill per il modo in cui attacca il canestro dal palleggio, con (molto) meno stacco da terra, ma più visione di gioco rispetto all’ex stella dei Pistons. Ha letteralmente diretto l’orchestra di Detroit come se fossero alla prima de La Scala, portando la squadra alla vittoria proprio contro i Boston Celtics. Ha chiuso con 22 punti e 8 assist. Certo, ha tirato maluccio sia dal campo (8 su 18) che da tre (1 su 6). Mani fredde, cuore caldo. Ha giocato una gara sempre in controllo, ha organizzato l’attacco, messo in ritmo i compagni (Jalen Duren dovrebbe fagli una statua…), leggendo in modo appropriato ritmi e spaziature.
Cade Cunningham non ha bisogno di segnare per incidere, è quel tipo di giocatore davvero poco egoista, che fa rispendere i compagni. All-aroud dalla tecnica sopraffina, tratta bene la palla, può agire in modo naturale come portatore primario, ma sa anche muoversi lontano dalla palla. Il tiro da fuori, appunto, continua a essere altalenante. Anche nella sua miglior stagione dal perimetro, non è andato mai oltre il 35%. Se migliora anche in questo fondamentale, può puntare all’MVP, se non come premio in sé stesso (qualcuno tra San Antonio, Oklahoma City e Denver potrebbe avere qualcosa da ridire), almeno come livello di gioco. Ma Detroit deve continuare a far bene.
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