La geopolitica delle piazze. Influenze esterne sui disordini ?

I gravi fatti di questi giorni hanno creato smarrimento. Nel tentativo di dare una risposta, c'è chi un pezzo di soluzione ce l'ha: la "guerra ibrida". È il ministro della Difesa Guido Crosetto, che non fa nomi ma rimanda a "nemici" dell'Occidente: "I fatti di Milano, e di altre parti d'Italia, sono una cosa profondamente diversa da quelli che abbiamo vissuto in altre epoche. E sono il frutto, il punto di arrivo, di una cosa che io, inascoltato, richiamo da quattro anni, che è la guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre nazioni con strumenti non convenzionali, che si chiamano TikTok, che si chiamano social, che si chiamano YouTube, senza che l'Occidente se ne renda conto e in qualche modo reagisca". Condivide questa lettura?
Credo che Crosetto faccia bene a sollevare una questione molto seria. La guerra ibrida non è più soltanto una categoria teorica, ma una realtà documentata anche dalle istituzioni europee: il quarto rapporto del Servizio europeo per l'azione esterna, pubblicato nel 2026, analizza centinaia di operazioni di manipolazione e interferenza informativa straniera, riconducibili soprattutto agli ecosistemi russo e cinese. Il ministro coglie bene la trasformazione dell'ambiente informativo: le piattaforme digitali possono favorire polarizzazione e radicalizzazione e accelerarne la diffusione. Sarei invece prudente nel ricondurre gli episodi di Milano, con un nesso causale diretto, a una specifica operazione di guerra ibrida: servono prove di interferenza e di coordinamento che, almeno pubblicamente, non abbiamo. Per questo dobbiamo distinguere le cause delle proteste, i processi di radicalizzazione e il loro eventuale sfruttamento da parte di attori esterni. Una manifestazione può nascere da rivendicazioni autentiche, degenerare per l'azione di minoranze violente ed essere successivamente amplificata da reti di propaganda. Il rischio strategico, comunque, è evidente: una potenza straniera non ha bisogno di organizzare direttamente gli scontri per trarne vantaggio.
2. Fra regia e opportunismo
Lei esclude che dietro le proteste in Francia e in Italia ci sia una regia internazionale, ma sostiene che le proteste possano diventare una risorsa strategica per gli avversari dell'Occidente. Con quali indicatori concreti un analista distingue chi organizza una protesta da chi ne sfrutta gli effetti?
La risposta non è semplice, ma la distinzione è essenziale, perché organizzare una protesta e sfruttarne gli effetti sono due operazioni profondamente diverse. Nel primo caso cerchiamo indicatori di coordinamento operativo: finanziamenti, contatti fra organizzatori e soggetti esterni, istruzioni condivise, supporto logistico e comunicazioni che dimostrino un intervento diretto. Nel secondo caso osserviamo soprattutto l'attività informativa: campagne coordinate sui social, amplificazione artificiale di contenuti, utilizzo di account falsi, diffusione di immagini decontestualizzate e narrazioni costruite per accentuare la polarizzazione. Un indicatore particolarmente importante è la sequenza temporale. Se una rete di influenza interviene dopo gli scontri per amplificarli, siamo davanti a uno sfruttamento opportunistico. Se invece emergono attività coordinate precedenti alla mobilitazione, collegate agli organizzatori e finalizzate a orientarne concretamente lo svolgimento, possiamo cominciare a ipotizzare un ruolo più diretto. Attenzione, però: la semplice coincidenza fra gli interessi di una potenza straniera e gli effetti di una protesta non dimostra alcuna responsabilità. Servono riscontri indipendenti e collegamenti verificabili. La mia posizione, quindi, non è che una regia internazionale sia impossibile, ma che non possiamo affermarne l'esistenza senza prove. Sappiamo invece che gli attori ostili possono sfruttare tensioni sociali autentiche per indebolire la fiducia nelle istituzioni. Ed è proprio questa capacità di trasformare vulnerabilità interne in vantaggi geopolitici a rendere le operazioni di influenza così pericolose.
3. La violenza stocastica
Lei usa il concetto di "violenza stocastica" e ne riconosce anche i limiti teorici e la difficoltà di verificarlo sui dati. Perché resta comunque uno strumento utile per capire le piazze europee, e quale rischio si corre se lo si usa come categoria d'accusa invece che come categoria d'analisi?
La violenza stocastica è un concetto utile perché ci permette di comprendere come la radicalizzazione possa produrre conseguenze concrete anche in assenza di un'organizzazione gerarchica o di un ordine esplicito. La ripetizione sistematica di messaggi che disumanizzano un avversario, delegittimano le istituzioni o presentano la violenza come moralmente necessaria può contribuire a creare un ambiente nel quale alcuni individui diventano più disponibili a passare all'azione. Non possiamo prevedere chi agirà, quando o dove, ma possiamo studiare i meccanismi comunicativi e sociali che favoriscono questa disponibilità. Nelle piazze europee questo approccio è particolarmente interessante perché la radicalizzazione può avvenire attraverso reti digitali informali, dinamiche di imitazione e contenuti che circolano fra movimenti anche molto diversi. Non serve necessariamente una regia centralizzata perché determinati repertori di violenza si diffondano. Il rischio, però, è trasformare una categoria interpretativa in uno strumento di accusa politica. Non possiamo sostenere che un discorso radicale abbia causato uno specifico episodio violento soltanto perché lo ha preceduto. La correlazione non dimostra la causalità, e una retorica aggressiva non equivale automaticamente all'istigazione alla violenza. Per questo distinguerei sempre fra la responsabilità politica di chi normalizza la violenza e la responsabilità individuale di chi la esercita. La prima può essere oggetto di analisi e critica; la seconda richiede prove. Se perdiamo questa distinzione, rischiamo di utilizzare il concetto per criminalizzare il dissenso, anziché per comprendere i processi di radicalizzazione.
4. Radicalizzazione senza un centro
Se la radicalizzazione può nascere senza un comando riconoscibile, e se i social rendono la violenza imitativa da un Paese all'altro, quali strumenti hanno oggi gli apparati di sicurezza per prevenire fenomeni che non hanno né capi né strutture?
È probabilmente una delle sfide più complesse per gli apparati di sicurezza contemporanei, perché siamo abituati a contrastare organizzazioni identificabili, con leadership, gerarchie e canali di comunicazione relativamente stabili. Oggi, invece, una parte della radicalizzazione avviene attraverso ecosistemi digitali nei quali individui e piccoli gruppi possono sviluppare autonomamente motivazioni e capacità operative, senza ricevere ordini da nessuno. Questo non significa che gli apparati siano impotenti, ma che devono spostare l'attenzione dalla sola appartenenza organizzativa ai comportamenti e agli indicatori di mobilitazione verso la violenza. Penso alle minacce specifiche, alla ricerca di mezzi per compiere aggressioni, ai tentativi di individuare obiettivi e ai segnali concreti di preparazione. È un approccio che richiede intelligence, analisi delle fonti aperte, cooperazione internazionale e capacità di collegare informazioni che, prese isolatamente, potrebbero sembrare irrilevanti. Esiste poi una dimensione preventiva che non può essere affidata soltanto alla polizia. Scuole, famiglie, servizi territoriali e piattaforme digitali possono contribuire a riconoscere situazioni di rischio e interrompere percorsi di radicalizzazione prima che diventino violenti. Il punto fondamentale, però, è evitare di confondere radicalismo ideologico e pericolosità concreta. Un'opinione estrema, da sola, non dimostra l'intenzione di commettere un reato. La prevenzione deve concentrarsi sui comportamenti verificabili, non sulle appartenenze politiche o religiose. Altrimenti rischiamo di produrre proprio quella sfiducia nelle istituzioni che chi punta alla destabilizzazione cerca di alimentare.
5. La FIMI e gli attori esterni
I rapporti europei sulla manipolazione informativa straniera (FIMI) citano l'ecosistema russo, quello cinese, quello iraniano e quello qatariota. Questi attori hanno obiettivi e metodi diversi: cosa li distingue nel modo di amplificare le fratture interne delle società europee, e perché a volte basta accentuare la polarizzazione invece di promuovere una posizione precisa?
Russia, Cina e Iran condividono l'interesse a ridurre la coesione politica dell'Occidente, ma perseguono obiettivi differenti. La Russia utilizza la manipolazione informativa soprattutto come strumento di confronto strategico: cerca di indebolire la fiducia nelle istituzioni, alimentare le divisioni fra Paesi europei e ridurre il sostegno all'Ucraina e alla NATO. La Cina adotta generalmente un approccio più orientato al lungo periodo, volto a promuovere la propria immagine, delegittimare le critiche al suo modello politico e influenzare il dibattito su commercio, tecnologia e sicurezza. L'Iran opera maggiormente attraverso reti ideologiche e narrative legate al Medio Oriente, sfruttando soprattutto le tensioni sul conflitto israelo-palestinese e i sentimenti antioccidentali. Il Qatar rappresenta un caso diverso e va trattato con maggiore cautela. È un partner dell'Occidente che esercita una notevole influenza attraverso diplomazia, investimenti e un importante sistema mediatico internazionale. Questa capacità di orientare il dibattito pubblico non equivale automaticamente a un'operazione clandestina di interferenza, e sarebbe sbagliato assimilare senza distinzioni Doha a Mosca o Teheran. Il punto più interessante, però, è che la propaganda contemporanea non deve necessariamente convincere tutti della stessa cosa. Spesso è più efficace rafforzare contemporaneamente narrazioni contrapposte, purché entrambe contribuiscano a delegittimare le istituzioni. Non serve creare consenso intorno a una posizione: può bastare rendere impossibile il consenso su qualsiasi posizione. È questa la logica più insidiosa della destabilizzazione informativa. Una società profondamente polarizzata diventa meno capace di prendere decisioni collettive, sostenere politiche di lungo periodo e reagire alle crisi. Per un avversario geopolitico, indebolire la capacità decisionale di una democrazia può essere persino più utile che convincerne i cittadini ad adottare una determinata ideologia.
6. Convergenza narrativa e cooperazione operativa
La guerra a Gaza ha dato un linguaggio comune all'estrema sinistra antagonista, ad ambienti islamisti e a reti di propaganda di potenze revisioniste. Come si evita di confondere slogan condivisi con legami reali? E dove passa il confine tra la mobilitazione pro-palestinese legittima, l'islamismo politico e il jihadismo?
Il primo errore da evitare è confondere la convergenza ideologica con la cooperazione operativa. Movimenti molto diversi possono utilizzare gli stessi slogan, condividere un nemico politico o adottare narrazioni simili senza avere alcun rapporto organizzativo. Per dimostrare una cooperazione servono elementi concreti: contatti documentati, finanziamenti, coordinamento logistico, campagne concordate o collegamenti verificabili fra le rispettive strutture. La semplice circolazione degli stessi messaggi non basta. Quanto al secondo punto, dobbiamo distinguere fenomeni che appartengono a categorie differenti. La mobilitazione pro-palestinese è una forma legittima di partecipazione politica, anche quando esprime critiche molto dure nei confronti di Israele. L'islamismo politico, invece, è un insieme eterogeneo di movimenti che intendono attribuire all'Islam un ruolo centrale nell'organizzazione del potere e della società. Il jihadismo rappresenta una componente estremista e violenta che legittima il terrorismo come strumento di lotta politica e religiosa. Non sono categorie intercambiabili, né esiste un passaggio automatico dall'una all'altra. Il problema emerge quando, all'interno di mobilitazioni legittime, trovano spazio la glorificazione del terrorismo, la giustificazione del massacro del 7 ottobre o un antisemitismo che trasforma gli ebrei, ovunque si trovino, in responsabili collettivi delle decisioni del governo israeliano. Qui non siamo più semplicemente davanti a una posizione sul conflitto mediorientale, ma a dinamiche di radicalizzazione che meritano attenzione. La guerra a Gaza ha certamente favorito convergenze narrative fra ambienti ideologicamente lontani, accomunati dall'opposizione a Israele e, talvolta, all'Occidente. Ma il compito dell'analista è proprio distinguere la solidarietà politica, la radicalizzazione ideologica e l'eventuale cooperazione operativa. Confonderle significa sia criminalizzare manifestazioni legittime sia perdere di vista le reti realmente pericolose: reti che esistono e che, in questi anni, sono estremamente attive.
7. L'asimmetria della percezione
Secondo ACLED, nel 2025 le manifestazioni nel mondo sono state oltre 148.000 e la grande maggioranza è rimasta pacifica. Eppure pochi episodi violenti bastano a cambiare l'agenda politica. Quanto conta il modo in cui i media raccontano la violenza nel trasformare la percezione di instabilità in un risultato strategico per chi vuole destabilizzare?
Conta moltissimo, perché nella competizione geopolitica contemporanea la percezione dell'instabilità può essere importante quanto l'instabilità stessa. Una minoranza violenta può produrre un effetto politico sproporzionato rispetto alle proprie dimensioni, soprattutto quando le immagini degli scontri dominano il racconto mediatico e finiscono per rappresentare un'intera mobilitazione. Qui entrano in gioco due meccanismi. Il primo è la selezione delle notizie: un cassonetto incendiato ha inevitabilmente più visibilità di migliaia di persone che manifestano pacificamente. Il secondo è l'amplificazione digitale, che può trasformare un episodio circoscritto nella rappresentazione di un Paese apparentemente fuori controllo. Immagini ripetute, video decontestualizzati e contenuti emotivamente polarizzanti possono alimentare una percezione di crisi permanente. Per gli attori interessati alla destabilizzazione, questo rappresenta un'opportunità strategica. Non devono necessariamente produrre la violenza: possono limitarsi a moltiplicarne la visibilità, presentandola come prova dell'incapacità delle democrazie di governare i propri conflitti. L'obiettivo non è soltanto influenzare l'opinione pubblica, ma erodere progressivamente la fiducia nelle istituzioni e nella tenuta del sistema politico. Naturalmente, questo non significa che i media debbano minimizzare gli episodi violenti. Significa piuttosto che devono contestualizzarli, distinguendo la dimensione effettiva dei disordini dalla loro rappresentazione. La sicurezza di una democrazia dipende anche dalla capacità di raccontare correttamente le proprie crisi. Quando perdiamo il senso delle proporzioni, rischiamo di fare noi stessi il lavoro di chi vuole destabilizzarci.
8. La risposta delle democrazie
Lei sostiene che la risposta non può essere solo repressiva, perché comprimere il diritto di manifestare darebbe altro materiale alla propaganda ostile. In concreto, cosa dovrebbero fare l'Italia e l'Europa sull'intelligence preventiva, sull'analisi delle reti digitali e sulla trasparenza delle comunicazioni istituzionali, per difendere la coesione sociale come parte della sicurezza nazionale?
Partirei da un principio: la coesione sociale è una componente della sicurezza nazionale, ma non può essere difesa sacrificando le libertà democratiche. Anzi, una risposta indiscriminatamente repressiva rischierebbe di rafforzare proprio quelle narrazioni che descrivono le istituzioni occidentali come autoritarie e incapaci di gestire il dissenso. Sul piano dell'intelligence, Italia ed Europa devono investire di più nella prevenzione, secondo l'approccio basato sui comportamenti di cui parlavo, e rafforzare la cooperazione fra intelligence, forze di polizia e strutture europee, distinguendo sempre l'attività politica legittima dalla preparazione di atti violenti. Sul versante digitale servono capacità permanenti di analisi delle reti di influenza, non soltanto interventi occasionali dopo gli scontri. Dobbiamo saper riconoscere campagne coordinate, amplificazioni artificiali, contenuti manipolati e collegamenti con attori stranieri. È fondamentale, però, analizzare i comportamenti delle reti, non schedare le opinioni dei cittadini. Infine, c'è il problema della comunicazione istituzionale. Le autorità devono comunicare tempestivamente ciò che sanno, distinguere i fatti accertati dalle ipotesi investigative e correggere pubblicamente gli errori. Attribuire prematuramente una protesta a una regia straniera può essere controproducente quanto ignorare un'interferenza documentata. La risposta, quindi, non è scegliere fra sicurezza e libertà, ma costruire istituzioni capaci di garantire entrambe. Una democrazia resiliente non è quella nella quale scompare il conflitto politico, ma quella che riesce a gestirlo senza permettere che si trasformi in violenza o diventi uno strumento nelle mani dei propri avversari geopolitici.
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