Ddl Antisemitismo, chi ha davvero a cuore il contrasto all’odio non promuove censure
di Carmelo Zaccaria
Il disegno di legge “Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo”, in via di definitiva approvazione parlamentare, rappresenta un nuovo tentativo di limitare le libertà fondamentali riconosciute dalla nostra Costituzione e, nel particolare, quella di manifestare liberamente il proprio pensiero (art. 21).
Il principale elemento indiziario è la frase, contenuta nell’incipit del testo normativo, “ferme restando la libertà di critica politica e di espressione del pensiero… nel rispetto dei princìpi costituzionali”. È la solita dichiarazione preventiva di conformità alla Costituzione, ovviamente inutile, ma che ha l’effetto di far credere che il provvedimento normativo lo sia davvero. La tecnica è ormai nota: un’enunciazione iniziale chiara e netta da ostentare a chiunque avanzi dubbi di legittimità costituzionale, già usata nell’ultima legge di riforma costituzionale (“La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente…”, sebbene poi la riforma conducesse ad opposti esiti) e nella recentissima legge elettorale (“Sono fatti salvi le prerogative del Presidente della Repubblica previste dall’art. 92 della Costituzione…”, anche se la legge inficia pesantemente le prerogative del Capo dello Stato in ordine alla scelta del Presidente del Consiglio dei ministri).
Il ddl per il contrasto all’antisemitismo prevede l’adozione, quindi l’introduzione nel nostro ordinamento giuridico, non solo e non tanto della definizione operativa di antisemitismo elaborata da un organismo terzo (l’International Holocaust Remembrance Alliance) ma anche degli 11 indicatori ad essa allegati. Sono proprio questi ultimi a dare la misura della portata censoria del provvedimento. La loro formulazione è stata fatta in maniera così certosina e onnicomprensiva da poter essere sostituiti da un semplice comma del tipo “Qualsiasi espressione di opinioni critiche nei confronti di ebrei, dello Stato di Israele e dei suoi cittadini costituisce antisemitismo”.
Tuttavia, la loro lettura è interessante, se non altro perché emergono situazioni surreali e paradossali. L’esempio esplicativo n. 7, Negazione del diritto all’autodeterminazione (di Israele), sembra farsi beffa della realtà, perché se c’è uno stato a cui viene negata l’esistenza, in primis da Israele, quello è lo Stato di Palestina.
L’indicatore n. 8, Doppi standard applicati a Israele, potrebbe competere con la celebre frase di 1984 “La guerra è pace” poiché il doppio standard effettivamente c’è, esiste, ma è esattamente opposto: nonostante le pronunce della Cpi, dei rapporti dell’Onu e a dispetto delle evidenze, lo Stato di Israele non è destinatario di alcun provvedimento sanzionatorio.
L’ultimo indicatore, il n. 11, Responsabilità per le azioni di Israele, è un illuminante esempio di intelligenza creativa, infatti crea la dissociazione tra lo Stato di Israele e il suo popolo (77% ebrei e 21% arabi). Ora, a parte il fatto che il popolo è uno degli elementi costitutivi dello stato, come si può dissociare Israele, considerato dai suoi estimatori un fulgido esempio di democrazia, dal suo popolo? Magari l’esito delle imminenti elezioni politiche in Israele aiuterà a dare una risposta.
Chi ha davvero a cuore il contrasto all’odio fondato su basi etniche e razziali – l’appello è rivolto ai parlamentari italiani – non propone e non approva limitazioni di libertà e censure ma promuove e favorisce il dialogo, l’ascolto delle ragioni altrui e, soprattutto, la ricerca della verità. Questo nei sistemi liberali e democratici, per tutto il resto ci sono i regimi autoritari.
In caso di approvazione del ddl in legge, la condanna per lo sterminio a Gaza e la condanna per l’occupazione violenta dei coloni in Cisgiordania potranno pure essere tacciate di antisemitismo, ma sono e resteranno libere espressioni di libere persone, fiere partigiane dei valori costituzionali che non si abbassano alla meschinità del non condivido né condanno.
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